Videocracy
Immaginate.
Non dovrebbe risultare poi così difficile farlo, e dunque immaginate. Un regno, una piccola comunità, un sistema di potere fondato unicamente sull’apparenza, sulla visualità. Un meccanismo studiato sin nei minimi particolari da un’oligarchia rumorosa, fatta di pagliacci ed intrattenitori, da starlettes e dispensatori di piacere. Dove non importa la qualità ma la quantità, nel preciso momento in cui il sentire diventa un video-sentire e la percezione dell’immagine, per quanto sporca ed instabile possa essere, assurge a livelli di perfetta concretezza. Immaginate un’isola di gioia, in cui vige dunque la supremazia dell’immagine. La videocrazia, e i suoi surreali servitori, in un orgia grottesca di spettacoli, droga e prostituzione gestiscono un potere squallido e reificante, dove tutto, ma proprio tutto si disperde nell’inconsistenza dell’etere, nei pixel di uno schermo televisivo, nella coloratissima utopia tecnocratica che si abbevera nel vuoto. Che si espande nell’assenza. Un universo di significazioni racchiuso nei limiti numerici del codice binario, l’umanità stessa polverizzata e ridotta ad un alternanza di “0” e “1”, piegata ai diktat della digitalizzazione, nutrita da una dieta ipercalorica di rumore.
Ed è il rumore che copre il nulla, il vero protagonista di Videocracy , la nuova pellicola di Erick Gandini che ritrae con sincerità documentaristica gli ultimi quindici anni di storia d’Italia, la contemporaneità di un paese cambiato dai meccanismi della tv commerciale. Il rumore riempie le vite insipide e ripetitive della catena di montaggio, intorpidisce il pensiero nelle scuole e nelle università, trasforma ciò che è bello in ciò che è giusto, instaura una dittatura morbida e democratica in cui populismo e leaderismo si confondono attraverso il gioco e la caciara, in cui sondaggi e schede elettorali legittimano arroganza e corruzione. Ma quella di Gandini non vuole essere un’opera accusatoria, un manifesto ribelle di protesta, quanto piuttosto una rappresentazione fiabesca di un paese irreale. Sono infatti i toni del racconto fantastico quelli che vengono utilizzati dal regista per raccontare se stesso e la propria casa al resto del mondo. E’ quasi una missione caritatevole nei confronti di una nazione riluttante nei confronti della propria malattia, costruita attraverso le parole ed i gesti di chi di fa parte dello star system.
Eccoli dunque i signori decadenti della videocrazia, nelle loro vesti candide, all’interno delle loro ville alabastrine, mostrare gaudenti le proprie fortune, tentare con difficoltà una sorta di introspezione nell’orrore. Paparazzi, vecchi produttori nostalgici, ganzi da combattimento, operai che tentano il successo e ragazzine senza scrupoli, questi i protagonisti consapevoli del documentario più crudo di questi tempi. Crudo e fucina di polemiche, perché di mezzo non può esserci che Lui, il Presidente delle televisioni ed oggi Presidente del regno, ritratto attraverso le parole dei suoi più intimi commensali. Talmente concreto nella sua nudità da provocare lo sdegno dei servitori, la strenua opposizione della sua corte dei miracoli. Com’è infatti prevedibile le televisioni private decidono di bloccare il trailer incriminato lasciando il fardello nelle mani del servizio pubblico. Ma l’Italia, che spesso confonde l’etimologia delle parole, trasforma ciò dovrebbe essere “pubblico” in “di Stato”, affidando la gestione delle politiche aziendali ad un Cda gestito da una classe politica di orwelliana memoria.
La Rai, in profonda apprensione per le sorti del pluralismo televisivo, comunica dunque di non “poter” mandare in onda il trailer del film perché “critica il governo” ed è purtroppo sprovvisto di contraddittorio. “Come sempre abbiamo mandato i trailer all’ AnicaAgis che gestisce gli spazi che la Rai dedica alla promozione del cinema. La risposta è stata che la Rai non avrebbe mai trasmesso i nostri spot perché secondo loro, parrà surreale, si tratta di un messaggio politico, non di un film”, afferma Domenico Procacci della Fandango, casa di produzione che distribuisce il film. Ma la parte più comica riguarda le motivazioni del rifiuto. La lettera continua così : “Attraverso il collegamento tra la titolarità del capo del governo rispetto alla principale società radiotelevisiva privata”, non solo viene riproposta la questione del conflitto di interessi ma potrebbero sorgere dubbi riguardo il fatto che “ attraverso la tv il governo potrebbe orientare subliminalmente le convinzioni dei cittadini influenzandole a proprio favore ed assicurandosene il consenso”. Insomma in un paese dove in televisione non si può discutere di televisione, ed in cui chi gestisce il potere politico controlla i contenuti dei palinsesti, è impensabile presupporre un probabile orientamento delle opinioni, no? Potere della videocrazia.
di Mattia S. Gangi


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