BASTA CHE FUNZIONI
“L’amore è eterno finché dura”, recita il titolo di un film del 2004 diretto da Carlo Verdone.
“Basta che funzioni” (“Whatever works”), precisa Woody Allen, dall’alto della sua settuagenaria saggezza, in questa sua nuova commedia esistenzial-sentimentale uscita nelle sale italiane il 18 settembre.
Dopo la parentesi europea, apertasi nel 2005 con “Match point”, la storia di un arrampicatore sociale senza scrupoli alle prese con la Fortuna (con la F maiuscola) e conclusasi con “Vicky Cristina Barcelona”, in cui il regista muoveva i fili di un triangolo amoroso con una leggerezza quasi esotica, il maestro torna nella Grande Mela.
Ma si tratta realmente di un ritorno? O sarebbe meglio dire che Allen la sua New York non l’ha mai realmente abbandonata?
Già, perché, a ben vedere, la sceneggiatura il regista l’aveva scritta negli anni ’70: il suo lavoro è stato quello di riadattarla ad un clima culturale mutato, vale a dire ai tempi dell’appiattimento intellettuale e della banalità imperversante, i nostri.
Questa volta l’alter ego di Woody Allen è un vecchio misantropo, Boris Yelnikoff, ex-fisico di fama mondiale che trascorre le sue giornate tra invettive contro gli esseri umani (questo coacervo di sottosviluppati che egli ama definire “vermetti”) e “rosicate” per il mancato premio Nobel, che avrebbe dovuto essere il giusto riconoscimento della propria genialità.
Nemmeno nei piccoli allievi del suo corso di scacchi Boris riesce a trovare quella freschezza che ci si aspetta dalle menti ancora in fasce: stupidi i mocciosi, stupide le mamme che si ergono a paladine della presunta intelligenza dei figli.
Un giorno però incontra Melody (Evan Rachel Wood, talentuosa protagonista dei film “Thirteen” e “Down in the valley”), una reginetta di bellezza campagnola venuta a New York per sfuggire, seppure inconsapevolmente, all’opprimente provincia americana e ai tentacoli dell’ideologia familiare finto-conservatrice, che andrà ben presto in frantumi nel corso degli eventi. Al punto che Melody si scoprirà figlia di un’artista dai costumi un po’…. liberi e – reggetevi forte – di un padre dichiaratamente gay!
Ma torniamo a Boris. Se la trova una sera sotto casa, angelo biondo che dorme sui cartoni e lo implora di ospitarla per una notte. Cosa vuole da lui questa cerebrolesa di provincia? Eppure le notti diventano due, poi tre, quattro…. Il genio rimane conquistato dalle premure dell’insipida cheerleader, dai manicaretti che ogni giorno gli prepara, dal conforto che gli offre quando viene colto da uno dei suoi attacchi di ipocondria e, infine, dalla candida frivolezza che lusinga la sua intelligenza superiore. Insomma, finisce per sposarla. Tanto, “basta che funzioni”.
Ma durerà?
Impeccabile, come sempre, la regia di Allen. Geniale la rottura della finzione scenica (espediente peraltro non nuovo, vd. le pellicole del regista targate anni ’80), che si ha quando, all’inizio del film, Boris si rivolge direttamente agli spettatori e indica la platea agli increduli amici del bar.
Ineccepibile anche il cast. Notevole l’interpretazione di Larry David (Boris), protagonista,
negli USA, della felicissima serie tv “Larry David: Curb your enthusiasm”.
Adorabile Evan Rachel Wood nel ruolo di biondina senza cervello, ma dal cuore d’oro: sembra quasi di vedere in azione una Marilyn Monroe senza diamanti e un po’ più stupida.
Si avverte come la sensazione che attraverso il suo personaggio Allen abbia voluto far passare il messaggio che, forse, campa molto meglio chi, dotato di un’intelligenza modesta e senza pretese, riesce a sentirsi parte del mondo abbracciandolo vitalisticamente.
Qualche appunto, però, va fatto.
Lo snobismo culturale del regista, godibilissimo in molti altri dei suoi lavori, questa volta risulta, a tratti, un po’ disturbante. Woody getta la maschera della falsa modestia e rivela apertamente, tramite Boris Yelnikoff, di sentirsi un genio.
E’ fuori discussione che l’umorismo tipico di Allen sia rimasto estremamente esilarante e raffinato (o meglio, esilarante proprio perché raffinato), ma si ha l’impressione che in quest’ultimo lavoro il regista si sia preso troppo sul serio, che abbia voluto far pesare la propria grandezza sullo spettatore.
Anche se non si tratta della sua pellicola più riuscita, tuttavia, è impossibile, nella sciattezza e nella banalità del panorama cinematografico contemporaneo, non apprezzare la profondità e la cura certosina con cui Allen affronta ognuna delle sue fatiche.
Per gli appassionati, poi, Basta che funzioni è un must.
A cura di giovanni di Felice


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