Peccato, Società e Religione
Il peccato non è altro che la trasgressione punita dalle istituzioni preposte al controllo della moralità e della condotta di vita. Ma perché si pecca o si trasgredisce? Come mai spesso nel proprio intimo non ci si senta in colpa anche adottando comportamenti non socialmente condivisi? I 10 comandamenti nel caso della religione cattolica, sono ancora per gli italiani e resto dei cattolici monito per una condotta sana e cristiana?
Nell’etica e nella religione, si parla di peccato come di un atto religiosamente illecito, una condotta considerata riprovevole o disdicevole, in contrasto con i principi e le norme morali riconosciute nell’ambito di una data società. Psicologicamente però il peccato non è che il disagio psico-fisico di chi va contro un’ abitudine: il costume. Da cui deriva il senso di colpa, quale appetizione non appagata nel soddisfacimento d’uno schema abituale. [fonte: Wikipedia]
Il filo conduttore che unisce questi interrogativi è unico, ma anche profondamente ambiguo e riguarda il proprio modo di essere uomo, umano. Spesso si usa l’espressione proverbiale “Sbagliare è umano, perseverare è diabolico” usata dalla società (senza metter in gioco religioni e quant’altro) per “punire” comportamenti peccaminosi. Il detto fa capire come l’uomo per potersi realizzare nella vita terrena affronta diverse prove, diverse fasi, quindi anche l’essere “vittima” più o meno inconsapevole del peccato. Come azione il più delle volte inevitabile, il peccato nel senso più “innocente” del termine segue l’itinerario di un cammino verso la meta della propria esistenza. Ma a questo punto viene da chiedersi cosa sia peccato e cosa no. La distinzione purtroppo è tanto fondamentale per la società, quanto per il concetto di peccato nel senso religioso.
Nell’Antica Grecia per esempio, era peccato commerciare ma non rubare ed uccidere, che, erano al contrario attività che conferivano onore. Nella religione cattolico romano cristiana rubare, uccidere sono considerati peccati gravi (anche se assolvibili con la confessione), mentre il commerciare è considerata un’attività produttiva come tante altre. Le differenze rinvenibili nell’esempio sono sostanziali per capire l’approccio utilizzato da questa o da quella religione e il modo in cui possiamo avvicinarci per capire se quello che “abbiamo combinato” sia più o meno grave. “L’esame di coscienza” infatti, è l’unico modo che l’uomo ha per connettersi con il suo intimo e cercare di capire se ha effettivamente esagerato.
Ma come si collocherebbe la questione (dal punto di vista umano e religioso) se si professa una determinata fede e per costume umano si fanno peccati veniali senza troppi ripensamenti? Un caso tipico è l’attività sessuale e la religione cattolico romana cristiana, tra cui compaiono quelli correlati come il desiderare la donna d’altri o addirittura il più puritano santificare le feste. In questo caso sovviene un problema non di facile risoluzione, in quanto la “legge divina” è in profondo contrasto con la “legge laica” (giuridica e non) del libero arbitrio, che ad esempio, non proibisce l’attività sessuale non utilizzata per fini di procreazione, ne tantomeno obbliga i lavoratori a fare attività particolari nel giorno di riposo per eccellenza.
In pratica il 99% degli ipotetici intervistati risponderebbe di essere credente, ma di non disdegnare attività come quelle a testè citate, correndo il continuo rischio di peccare, ma senza troppe remore. Essere consapevoli del peccato, o peccare senza esserlo spesso non corrisponde a far necessariamente del male, come nel caso dell’uccidere o del rubare, ma coincide spesso con la voglia di esplorare, di vivere. Non è un caso che il principio su cui si basa il peccato è “il trasgredire le regole” che è insito nella natura dell’uomo e che avviene proprio per alleviare il senso d’oppressione che la vita (specialmente quella dei tempi moderni) purtroppo ripone in sé. Inoltre c’è da dire che la società nel corso dei millenni ha subito diverse modificazioni strutturali. Non dimentichiamo il repentino cambiamento degli ultimi tre secoli, ove comincia a delinearsi il principio di “tempo di lavoro” e “tempo libero”, quindi maggiore libertà dai vincoli oppressivi della vita agraria fatta di pesante lavoro, ritmi serrati e sussistenza. Ma non possiamo neanche dimenticare “l’illuminismo” sede principale del cambiamento sociale della società che da lì a poco sarebbe stata chiamata “moderna”.
Non per scusare i peccatori, né per essere in conflitto con i precetti religiosi (che se rispettati hanno sempre un effetto) per dire di come tutto cambia inesorabilmente. Il concetto sociologico di “valore” a riguardo è un valido alleato. Un valore importantissimo per una società, come potrebbe essere quello della vita, non è uguale o può essere visto in maniera diversa in un’altra.
Un valore è una concezione del desiderabile, esplicita o implicita, distintiva di un individuo o caratteristica di un gruppo, che influenza l’azione operando una selezione tra i modi, i mezzi e i fini disponibili. I valori variano storicamente e geograficamente perché non appartengono al mondo assoluto delle idee, ma sono interconnessi alla realtà sociale. [fonte: Wikipedia]
Il valore quindi regola le azioni umane. Questi cambiando, muovono ulteriori tasselli del puzzle sociale che si tenta di capire, proponendo nuovi interrogativi e scardinando vecchie certezze. A primo impatto tutto questo potrebbe sembrare roba da niente, assoggettare ai valori che cambiano la colpa per la non moralità degli esseri umani potrebbe sembrare la soluzione più sbrigativa e “corretta” da adottare, tenendo fuori dal dibattito anche chi come la religione ha voce in capitolo.
Ma una soluzione del genere non è auspicabile in quanto altri fattori come la creazione lo sviluppo dello “stato sociale” sono dietro l’angolo. Con l’affermarsi di questo, una serie di valori come quello della vita, della solidarietà hanno preso corposità inducendo le comunità a cambiare rotta su alcuni tipi di peccato, considerando alcuni non più tali, altri invece perseguibili anche penalmente. Esempi ve ne sono molteplici, uno in primis “il delitto d’onore” punibile in Italia non solo dalla religione per atto famelico ed atroce, ma anche socialmente dagli anni ’80 penalmente con la reclusione. Religione cattolica e società italiana in questo caso vanno a braccetto. Ma allora per la religione esiste una specificazione del peccato? In che termini? Il peccato inteso nel senso religioso varia da una religione all’altra in quanto non tutte concepiscono un peccato in maniera eguale. Per capire meglio abbiamo bisogno di un’ulteriore specificazione, la prima distinzione viene operata sulle persone, ovvero alcune considerano il peccato pericoloso perché può “mettere in ginocchio” la comunità.
Le religioni atte a questo tipo di presentazione del peccato sono di solito le religioni monoteiste come la religione cattolica o l’islamismo.
La seconda specificazione, riguarda le altre religioni che vedono il peccato secondo i principi della persona presa come singolo individuo, quindi esistono buone azioni e cattive azioni, tutto dipende da te e non dal fato come ad esempio nel Buddismo. Tutto ciò chiaramente non basta, bisogna tener conto di alcune “immagini” che vengono menzionate correntemente nei sermoni per poter portare il popolo dei credenti sulla retta via. Parole come fato crudele contrapposta a provvidenza, dimostrano la profonda spaccatura che esiste tra Dio e i credenti. Ma non è tanto questo che “fa male” in quanto è insito nel mistero della vita.
Il problema è quando tutto viene ricondotto al diavolo tentatore. La natura umana, essendo debole, ha avuto sempre bisogno del capro espiatorio (anche davanti a Dio) per poter giustificare le sue mancanze. Quindi il diavolo non come simbolo del male vero e proprio, ma il colpevole che “dal basso” porta a peccare. Anche qui le religioni monoteiste sono padrone incontrastate del concetto. Religione cattolica e Islam ad esempio su questo capitolo della “storia della vita umana” sono d’accordo, tutte le cattive azioni dei credenti sono dovute al diavolo tentatore, che forza in modo a volte irreparabile il libero arbitrio delle persone facendole così cadere nella trappola della “morte” della Fede.
Il diavolo tentatore quindi, presente ed altamente operante nei confronti del genere umano, fa da cornice anche alle azioni in pensiero. Infatti nelle religioni monoteiste viene spesso messo in discussione il “principio” del peccato del pensiero. Se sei un buon credente non si deve peccare neanche in pensiero in quanto Dio “vede e sente” tutto, anche nell’intimo degli esseri umani. Ciò però sembra non aver destabilizzato più di tanto il sistema, almeno nei tempi odierni. Le religioni a riguardo sono molto prolifiche sul tema. Anche se diverse nell’illustrare la tematica hanno il cardine comune del peccato come “Dispiacere di Dio” nel vedere il “figlio” perso nei meandri della società del peccato. Ad eccezione del Buddismo, filosofia che accresce il potere umano della vita, le altre non lo mettono da parte, ma piuttosto lo inclinano a vari pessimismi di sorta. Nessuna religione è meglio o peggio, tutte indistintamente vogliono il bene dei propri seguaci, ma sorge spontanea la domanda su come mai i credenti o persone che cercano di credere, siano vittime del peccato e continuano a peccare senza rimorsi. Non è forse alla luce di quanto detto finora, tempo di cambiare?
O meglio la società è andata troppo avanti rispetto all’evolversi della religione? L’interrogativo è ancora aperto e lo sarà ancora per molto se non la si smette di mettere con le spalle al muro una dottrina che può indicare la retta via da seguire per la felicità (almeno per chi crede). Cambiare strada o strategia? È’ questa la domanda che dovrebbero porsi i seguaci per non sbagliare nei confronti dei loro credo esistenti. Come nulla è immobile da millenni, anche i precetti potrebbero essere rettificati, anche se detto così potrebbe sembrare una blasfemia.
Quello che manca in definitiva è il nuovo significato di peccato, quello inteso a danneggiare il prossimo, quello senza ritorno. Anche se non è questa la sede per poter auspicare un cambiamento di tale portata, è opportuno riflettere sui propri comportamenti in primis, cercare di regolare il proprio essere secondo i principi su cui si basa la religione in cui si crede, poi cercare un’ eventuale soluzione senza additare di bigottismo e scarsa partecipazione all’innovazione. Bisognerebbe essere conservatori innovativi piuttosto che innovativi puri o conservatori e basta. La società punisce chi sbaglia non perché ha gusto nel punire, ma perché le norme e i valori sono universalmente condivisi da quel tipo di società. Quindi anche la religione ha il diritto o il dovere di punire chi sbaglia, l’importante è che entrambi sappiano esattamente ciò che è giusto e ciò che no.
di Angelo Giuliani

Author: Redazione (935 Articles)