BERNARDO BERTOLUCCI
Il Cinema politico-sociale in Italia è stato da sempre sentito e vissuto, da chi ha dedicato “anima e corpo” a questo filone della settima arte, come un continuous e allo stesso tempo uno stravolgimento della tradizione artistica italiana di un paio di secoli fa. Il popolo degli scrittori, degli artisti “di un tempo”, rinasce sotto nuove vesti e si fa sentire con una voce tutta nuova nel panorama artistico di fine anni ’60 e per tutti gli anni a seguire fino ai giorni nostri.
In maniera finanche forte e particolare, il cinema racconta tematiche scottanti sulla società, portando il cinefilo a guardare i problemi in modo alternativo e costruttivo rispetto alla versione della notizia “gossipistica” e “urlata” degli altri media generalisti. Non mancano però aspetti di grande creatività e validità artistica da accompagnare a questa lettura sociale, caratteristica peculiare che nel tempo è stato il fiore all’occhiello del cinema italiano, specialmente negli anni ’70, quando la produzione prettamente “intellettuale” vide affiancarsi il proliferare della commedia “trash all’ italiana”.
Un regista, in particolare, si fece carico della nuova ondata di cultura sopraffina: Bernardo Bertolucci. Attraverso i suoi film, Bertolucci ha raccontato la politica e il costume sociale come pochi altri sono stati capaci di fare. Le sue super produzioni internazionali, tra le quali “L’ultimo Imperatore” e il faraonico “Novecento”, difficilmente verranno dimenticate dalle generazioni a seguire.
La creatività e la voglia di sperimentare nuovi saperi nel cinema contemporaneo passa anche dal raccontare storie particolari, intellettualmente stimolanti, sempreverdi. Anche questo è Bernardo Bertolucci. Uno dei migliori registi, sceneggiatori e produttori che l’Italia abbia mai avuto, a lui l’onore di fregiarsi di artista senza tempo e attento osservatore della società che cambia.
Bernardo Bertolucci nasce a Parma nel 1940, respira arte già in tenera età. Figlio di Attilio Bertolucci poeta e scrittore d’altri tempi, Bernardo, contrariamente alla prima strada intrapresa simile a quella paterna scelse la settima arte per poter esprimere il suo genio potenziale.
Comincia qui, nei primi anni ’60, la grande avventura. Con mezzi non proprio ottimali realizza i suoi primi due cortometraggi, questi furono importanti non tanto per la cronaca numerologica dei film da lui girati, ma per capire l’estro e le capacità che il giovane Bernardo metteva a disposizione per l’epoca d’oro del cinema italiano che stava per arrivare.
Diventa assistente di Pier Paolo Pasolini, ed emerge come sceneggiatore dei suoi film, tra i quali si ricordano “Accattone” del 1961 e “La comare secca”, dello stesso periodo.
Abbandona presto la pratica pasoliniana concentrandosi su una tutta sua. Fin dai suoi primi film Bertolucci afferma uno stile visivo contraddistinto da grandi spostamenti sulla scena, movimenti di macchina (in particolare panoramiche), uso frequente delle introduzioni di scena che spezzano le sequenze cronologiche naturali dei fatti, descrivendo ad esempio eventi avvenuti in un tempo precedente. Il suo è un montaggio stilizzato che apre la narrazione a un forte effetto operistico, un’ arte sublime che lo rende inconfondibile agli occhi della critica e che accompagna tutti i suoi lavori.
Più che nella tecnica (anch’essa importante per il suo successo), è nella sua poetica che si riscontrano novità stilistiche e pensieri struggenti che fanno dei suoi film veri e propri capolavori. La storicità degli avvenimenti e il motore del divenire sociale dei protagonisti dei suoi film sono il ritratto “speculare” della generazione dei sessantottini “Prima della Rivoluzione” e di quelli che in seguito verrà chiamata “generazione X”, come nel caso del film “Io ballo da sola” 1996. Bertolucci si inquadra così in un contesto politico–sociale così marcato, tale da farlo diventare interprete principale di questa condizione storica.
La critica nel corso della sua carriera non è stata sempre clemente nei suoi confronti. In particolare, il film “Ultimo tango a Parigi” del 1972 fu il più bersagliato dalla critica “perbenista” e censurato fino a qualche decennio dopo, per via della storia e di alcune scene “particolari” per un’epoca dove il sesso veniva visto come unica risposta possibile, ma non definitiva, al conformismo del mondo circostante. I protagonisti di questo film, come quelli che seguiranno, sono esseri alla deriva, quasi sbandati, la cui unica via d’uscita è la trasgressione.
Non solo critiche distruttive: Bertolucci grazie a questo capolavoro di provocazione diventò famosissimo. La sua notorietà non si ferma con quell’ “incidente di percorso”. Con ”Novecento”, atti I e II, cavalca il successo mondiale descrivendo in modo quasi maniacale i particolare della “Resistenza dei contadini emiliani” durante la seconda guerra mondiale, uno spaccato preciso e prezioso di quella che fu una delle peggiori sventure dell’ Italia del Nord.
Gli anni ’80 sono per Bertolucci gli anni degli Oscar, “L’ultimo Imperatore”, 1987, fu interamente girato nei palazzi reali cinesi. Una location senz’altro particolare quanto imponente, da autentico kolossal degno di Oscar (ben nove).
Il suo tema preferito diventa veicolo poetico “dell’umanità della società”, delle sue debolezze e dei suoi punti di forza. L’individualità di persone che si trovano di fronte a bruschi cambiamenti del loro mondo e di quello circostante, a livello esistenziale e politico, senza che essi possano o vogliano cercare una risposta concisa, diventa scopo per creare ma anche studiare, guardandolo dietro la macchina da presa e senza disturbare.
La carriera del regista parmense è stata senz’altro una carriera d’altri tempi, ma nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo, sintomo questo di una certa pigrizia mentale nell’immaginare scene dure a volte anche imbarazzanti, o ad uno spostamento di interessi verso una più commerciale arte, meno valida qualitativamente ma molto più proficua in termini economici, sia in ricavi che in budget di spesa per la produzione, almeno per quanto riguarda il cinema italiano.
Il 2007 segna un altro traguardo: la consegna del leone d’oro alla eccezionale carriera, fatta di epiche imprese cinematografiche, nonché di fotografie della società mai sbiadite o lontane “da come eravamo e come siamo diventati”. Il senso della sua poetica era ed è tutt’ora una realtà che coinvolge e che affascina.

Author: Redazione (935 Articles)