CASO CUCCHI. Una morte accidentale
Stefano Cucchi era un ragazzo difficile. I genitori lo sapevano. Speravano fosse uscito dal tunnel della droga. Era già stato in comunità, ma senza risultati. Il padre credeva ce l’avesse fatta. E invece il 15 ottobre l’ha visto tornare a casa accompagnato dai Carabinieri. L’accusa? Detenzione di marijuana, 20 grammi circa. Stefano ci è ricaduto. I militari perquisiscono la sua stanza. Non trovano nulla e rassicurano i genitori: “E’ stato ritrovato con pochi grammi di droga. Il giudice lo rimanderà a casa, vedrete”, più o meno queste le parole. Ma Stefano Cucchi a casa non è più tornato. E la mattina del 22 ottobre, la madre ha ricevuto una chiamata che la informava del suo decesso. O meglio dell’autorizzazione della procura a procedere all’autopsia. Com’è morto il giovane romano? Chi l’ha ucciso? Sono quesiti che non hanno ancora risposta. La procura indaga nei confronti di tre agenti di polizia penitenziaria per omicidio preterintenzionale e di tre medici per “omissione delle dovute cure”.
Non è ancora chiaro cosa sia accaduto. Al processo per direttissima del 16 ottobre, i familiari e l’avvocato d’ufficio (lui aveva richiesto il suo legale di fiducia) lo avevano visto in discrete condizioni. Un po’ gonfio in viso, nient’altro. E invece. E invece dal referto medico e dall’autopsia Stefano è risultato pieno di ecchimosi sul volto, con la schiena martoriata, fratture alla spina dorsale, al coccige, alla mandibola e con un occhio incavato. Una caduta dalle scale, si è detto. Ma la versione non regge e la famiglia chiede giustizia. Cos’è successo dopo l’arresto? Chi l’ha ridotto in quello stato? Sono interrogativi su cui la procura sta indagando e per rispondere ai quali è stata aperta un’inchiesta anche da Amnesty International. L’Arma respinge ogni accusa, attraverso le parole del Generale Tomasone: “I carabinieri non hanno nulla a che fare con la morte di Stefano Cucchi e con le ecchimosi riscontrate sul suo corpo” (Da L’Unione Sarda). I familiari più volte avevano chiesto di vederlo durante il ricovero. Ma invano. “È morto all’ospedale Sandro Pertini, dopo essere passato per gli ambulatori del Tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli, senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti” (da CNRmedia).
Adesso la salma di Stefano verrà riesumata per procedere all’autopsia e fare ulteriori accertamenti. I genitori e la sorella combattono ad armi spiegate per scoprire la verità. Una verità scottante. Il 7 novembre scorso in un quartiere di Roma, a Tor Pignattara dove abitava, è stata fatta una manifestazione per ricordare il ragazzo. Dapprima pacifica, poi tramutatasi in protesta violenta contro le forze dell’ordine. Scene da stadio. La famiglia voleva un corteo pacifico. Ma non c’è riuscita, perché nel quartiere c’è rabbia. Tanta rabbia. Gli amici, i parenti, i conoscenti, vogliono la verità. Come se non bastasse, a mettere carne sul fuoco ci ha pensato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi. Intervenendo a Radio 24, ha dichiarato riferendosi al giovane Cucchi: “Era anoressico, uno spacciatore abituale morto per droga”. Di sgomento le reazioni dei genitori e delle forze politiche, che hanno preso le distanze dalla posizione “discutibile” del sottosegretario, che poi si è scusato. Meglio tardi che mai.
Non stava bene Stefano. Era una persona fragile fisicamente e psicologicamente, ma non si muore a 31 anni per uno scivolone dalle scale. Pare più probabile che, come ha dichiarato Beppe Grillo nel suo blog, Stefano sia “morto di carcere”.
di Lorena Crisafulli

Author: Redazione (935 Articles)