Alda Merini, poetessa della sofferenza
Si sono celebrati il 4 novembre i funerali di una grande donna, la poetessa Alda Merini. Aveva 78 anni ed è morta a causa di un tumore osseo all’ospedale San Paolo di Milano. Considerata la più grande poetessa italiana vivente, è stata protagonista della scena culturale italiana dagli anni 40 fino ai giorni nostri.
Nata da una famiglia poco abbiente in cui la madre era casalinga e il padre impiegato in una compagnia di assicurazione, Alda Merini esordì appena quindicenne con la raccolta La presenza di Orfeo curata dall’editore Schwarz, ma ebbe problemi con la scuola “normale” perché non la fecero entrare al liceo Manzoni poiché non era stata sufficiente nella prova d’italiano.
Da quel momento ha vissuto al confine tra il riconoscimento della sua eccezionale capacità poetica e la malattia mentale, che nel 1947 la portò al ricovero, per un mese, nella clinica Villa Turro, a Milano. Malattia che la portò ad avere periodi di forte depressione, di alcolismo e di sofferenza – che definisce “ombre della mente” – ma che allo stesso tempo l’aiutò a comprendere meglio e a parlare, scandagliare l’animo umano nelle sue poesie e nei suoi scritti. Dopo La presenza di Orfeo e alcune poesie singole pubblicate in diverse antologie, uscì Nozze romane e Paura di Dio e al pediatra della figlia Emanuela, avuta dal primo marito Ettore Cerniti, dedicò la raccolta Tu sei Pietro (1961).
Fin dai primi anni del suo lavoro poetico, conobbe e frequentò maestri come Quasimodo, Montale e Manganelli che la sostennero e promossero la pubblicazione delle sue opere, ma anche cantanti e artisti che da lei erano affascinati. Riportiamo le parole di Roberto Vecchioni in Canzone per Alda Merini “Ogni uomo della vita mia / era il verso di una poesia / perduto, straziato, raccolto, abbracciato…/ ogni amore della vita mia / è cielo e voragine, / è terra che mangio per vivere ancora”. Dopo la prima figlia, cominciò un altro periodo difficile costellato di ricoveri e ritorni a casa, ma anche da momenti felici grazie alla nascita di altri tre figli. Dal 1972 al 1979 la situazione a poco a poco migliorò e Alda Merini tornò a scrivere raccontando in poesia e prosa la sua esperienza, che intitolò “La Terra Santa”. Rimasta vedova nel 1981, si risposò con il poeta Michele Pierri, andò a vivere a Taranto assieme a lui, ma nel 1986 tornò a vivere a Milano.
Nell’ultimo ventennio scrisse la maggior parte delle sue opere: “La vita facile”, “La vita felice”, “L’altra verità. Diario di una diversa”, “Le parole di Alda Merini”, “Folle, folle, folle d’amore per te”, “Nel cerchio di un pensiero”, “Le briglie d’oro”, “Superba è la notte” e tante altre. Nel 1993 ha ricevuto il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia, nel 1996 il Premio Viareggio, nel 1997 il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia. Di lei esiste anche un sito internet, con una sua foto dallo sguardo profondo e la sigaretta tra le mani – era un’accanita fumatrice – e tre versi: “(Sono una piccola ape furibonda).
Mi piace cambiare colore. Mi piace cambiare di misura”. Negli ultimi anni fece anche diverse apparizioni televisive, che permisero di sentire la sua voce roca, di vedere questo personaggio un po’ strambo e di conoscere a fondo i suoi pensieri, ma anche di rendere ancora più popolare la sua poesia. Alda Merini visse per molto tempo, in particolare nell’ultimo periodo, in condizioni di indigenza, i pasti le venivano portati dai servizi sociali comunali in un appartamento con le mura piene dei suoi scritti e frasi tracciate con un rossetto rosso o con un lapis dal tratto grosso. Scritti e poesie sul muro o sulla carta, ma esse erano la parola di Alda Merini e raccontavano tutta la sua sofferenza e tutto il suo essere donna e malata, ma anche le profondità dell’animo umano, con le sue tenerezze e le sue oscurità.
di Patrizia Tonin

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