Fight Club di David Fincher (USA, 1999)
“Non sei il tuo lavoro. Non sei il tuo conto in banca. Non sei il contenuto del tuo portafoglio… …Quanto sai di te stesso se non ti sei mai battuto?”. Basato sull’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, Fight Club è un film del 1999, diretto da David Fincher e sceneggiato da Jim Uhls.
Se nella pellicola che aveva reso famoso David Fincher, “Seven”(Usa, 1995), era esplicito il riferimento ai sette peccati capitali, nel violentissimo “Fight Club” il peccato è ugualmente presente, ma bisogna individuarlo nei meandri di una storia complessa, avvolta da un’atmosfera surreale ed inquietante, dove sembra regnare il non-senso.
Ciò che appare immediatamente evidente è la visione altamente critica dello stile di vita americano del regista californiano, che ci conduce negli inferi del nichilismo metropolitano, nel circolo della lotta, luogo di autodistruzione ed espiazione dei vizi dell’umanità prima fra tutti l’accidia.
Nella società dell’immagine l’accidia impera. Essa trae origine da un amore smodato per sè stessi. Se l’io è il centro assoluto del proprio mondo, allora si valuta ogni cosa in funzione dei propri bisogni e dei propri desideri. Il lavoro e gli impegni eccessivi uniti alla mancanza di punti di riferimento favoriscono l’insorgere di questa piaga. La perdita di scopo può trascinare in un vuoto senza fine. Da qui l’insoddisfazione esistenziale ed un possibile antidoto: la fuga dalla realtà.
E’ proprio questa la storia narrata da Fincher, che attraverso un montaggio geniale racconta lo sdoppiamento di personalità di un trentenne, anonimo come tanti, di cui non a caso non viene rivelato con certezza il nome.
Il protagonista (Edward Norton), consulente di una grande assicurazione, è il prototipo dello yuppie frustrato dalla vita moderna e vessato dal proprio lavoro.
Norton è insonne, ansioso, ipocondriaco, stordito dal jet lag. Si trascina in una vita fatta di eventi ciclici che svuotano di significato la sua esistenza, cercando di sopperire alla banalità delle giornate lavorative ed alle interminabili attese negli aeroporti che gli rubano un tempo libero prezioso, di cui però non saprebbe che farne, una maniacale ossessione per l’arredamento funzionale Ikea (in USA questo marchio ha una connotazione quasi da upper class).
Vittima dunque di una terribile dipendenza da status symbol, da cui non si salva neanche comprando tutto quello che può, soffre di depressione al punto di sperare nella morte attraverso lo schianto dell’aereo sul quale viaggia.
Su suggerimento del medico, per curare l’insonnia, inizia a frequentare gruppi di ascolto per cancerosi, leucemici, e malati di HIV, trovando sollievo nel confronto con il vero dolore che affligge i malati terminali. In tal modo riacquista il sonno, fino all’incontro con Marla Singer (Helena Bonham Carter), una donna a sua volta alla deriva, incapace di scelte o decisioni, che frequenta le riunioni per il suo stesso motivo: il male di esistere.
La sofferenza è allora l’unico rimedio per il caos e la disperazione della società contemporanea?
L’incontro con Marla ha un effetto devastante perché riacutizza lo stress in maniera esponenziale, fino al punto in cui Norton non regge più e la sua psiche si divide.
Appare così, durante un viaggio in aereo, un rappresentante di saponette molto particolare: Tayler Darden (Brad Pitt).
Affascinante, eccentrico, anticonformista e scaltro, Tyler si insinua nella vita di Norton come una malattia, fino a prendersi tutto, anche la donna che Norton desidera inconsapevolmente. L’interazione tra Tyler e Marla è pura lussuria, mentre per l’altro Marla rappresenta un gioco di attrazione-repulsione, uno specchio attraverso il quale il giovane vede sé stesso,la realtà da cui vorrebbe fuggire.
Tyler diviene per Norton un maestro, una guida messianica e profetica, dispensatore di brillanti aforismi: <<Siamo i figli di mezzo della storia, senza scopo ne’ posto. Non abbiamo la grande guerra ne’ la grande depressione. La nostra grande guerra è spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita …Le cose che possiedi, finiscono col possederti…Questa è la tua vita e ogni giorno che passa sta finendo>>.
Con tali suggestioni Tyler convince Norton a liberarsi da ogni comfort.
I due giovani vanno a vivere insieme in una casa fatiscente. Mollano il lavoro, conservando una sola certezza: l’incontro settimanale presso il Fight Club, uno scantinato dove massacrarsi di pugni in assoluto segreto.
Il club sarà un luogo dove liberare la propria ira. Ancora un vizio capitale.
Picchiarsi per sopportare il peso della propria esistenza, rinunciando alla vanità e deturpando il proprio aspetto, ovvero l “oggetto” più intimo che ci possiede nella società dell’apparire.
Lottare, ristabilendo un contatto con il proprio istinto animale, lontano dalle convenzioni e immune dall’influenza di quella pubblicità produttrice di messaggi subliminali istillati come una droga nella mente dell’uomo moderno.
Come Tyler, che nella scena del suo lavoro di proiezionista, fa scherzi al pubblico in sala montando fugaci immagini pornografiche, Fincher proietta all’interno del film, più di un messaggio subliminale, come il fotogramma porno che appare nel finale durante l’esplosione dei palazzi.
Tyler è la parte oscura del protagonista, la voce della sua coscienza, il suo alter ego “vincente”, di cui Norton si renderà conto solo quando dall’arena segreta la violenza si propagherà all’esterno.
I Fight Club si ramificheranno in molte città degli Stati Uniti seguendo un visionario progetto politico-anarchico di avversione al sistema, degenerando in un fantomatico “Progetto Mayhem”, caratterizzato da atti terroristici miranti a cancellare l’economia globale, attraverso la distruzione dei grattacieli dei centri di potere economico, in precedenza evacuati per impedire morti innocenti.
Il film procede in modo coerente fino a quando il protagonista decide di fermare l’alter ego sparandosi in bocca. Questo evento, tuttavia, non impedirà il crollo degli istituti di credito. Il cerchio non si chiude. Nessuno è perfetto…
La sofferenza è allora l’unico rimedio per il caos e la disperazione della società contemporanea? La risposta è no, e il rimedio è nell’Amore. L’Amore salverà il mondo.
Il film si conclude con un’immagine apocalittica in luce grigio-azzurra, il crollo di grattacieli nella notte, mentre Norton e Marla (ormai liberi della presenza fittizia di Tyler), mano nella mano, osservano romanticamente la fine, ma anche un nuovo inizio.
Un film come questo non ammette vie di mezzo. O ne si è entusiasti o lo si detesta. Sicuramente occorre vederlo attentamente, almeno due volte. Alla terza visione si comprende q ualcosa in più e lo si apprezza maggiormente per la cura di alcuni dettagli, tanto cari ai cinefili.
Un implicito riferimento alla presenza di Tyler nella “vita” di Norton è il cartellone cinematografico sullo sfondo di un incontro tra Norton e Marla che mostra il film di Jean-Jacques Annaud, “Sette anni in Tibet” (USA, 1997), in cui recita Brad Pitt.
Nei combattimenti di Tyler molteplici sono i rimandi a Bruce Lee, e nelle scene in cui Tyler gira con la bicicletta e in accappatoio a casa c’è una chiara citazione del film “Pericolosamente insieme” di Reitman, con Robert Redford e Debra Winger, (Usa, 1986).
Fight Club è un film cinico, dissacratorio, violento. Troppo violento.
Che il cinema debba provocare può andare bene, ma il rischio è che finisca per istigare.
La scena dei grattacieli, purtroppo, l’abbiamo vista tutti, tre anni dopo, nella realtà.
Non sorprende allora che la pellicola sia stata un fallimento al botteghino.
In home video, invece, fra gli appassionati ha riscosso un crescente e sotterraneo successo fino a diventare un cult movie. L’idea è geniale. Su questo non si discute.
Ottime le interpretazioni di Pitt e Norton, così come la sceneggiatura, le scenografie e soprattutto la musica che le accompagna, come le note della calzante “Where is my mind” dei Pixies, tradotto “Dov’è La Mia Mente?”
di Patrizia Lima

Author: Redazione (895 Articles)