Paura dei Blog?


blogNel 1997 Barger usa per la prima volta nella storia del web il termine weblog, due anni dopo da Merholz abbreviata in blog. Caduti tutti, violenti e volenti, nella rete informatica, il blog è la riabilitazione su piattaforma 2.0 dell’antico diario, che nemmeno allora, tanto segreto era.  Spazio virtuale di desideri e di libere volizioni, di parole scritte e di denunce affilate, lo strumento editoriale del nuovo millennio, è espressione della Net Generation, ossia di quella generazione che in internet, si esprime senza rischi di violenze, comunica senza paranoie di persecuzioni e denuncia malefatte e amori. Il blog, permette a chiunque abbia una connessione internet di creare facilmente un sito in cui pubblicare storie o fare giornalismo autonomo, là dove, i sogni di un’aspirante giornalista, facilmente collidono con le leggi del mercato universale e con censure mediatiche, all’ordine del quotidiano. Blog personale, collettivo, di attualità o politico, aziendale, photoblog, vlog e quant’altri, sono gli strumenti prediletti dalla generazione odierna, cui è affidata la comunicazione personale ed autonoma, perché, si sa, in democrazia, una parola è poco e due sono troppe, purtroppo.

Nel mare magnum dei blog, il Time classifica i 25 blog più letti: in ambito tecnologicHAI PAURA DEL BLOGo il più interessante è il TechCrunch e il LifeHacker; nel campo politico spicca il Daily Kos e il The Huffington Post, seguito al 12° posto dalla Generatión Y di Yoani Sánchez mentre, nella graduatoria de il Forbes (The Web Celeb 25; anno 2009) il nostrano Beppe Grillo è al 7° posto, a pieno diritto, nella lista nera dei blog all’indice. “Il diario online si è affermato nel 2004 – l’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti – come la nuova forma per eccellenza del discorso politico. Serve a diffondere parole di dissenso, scagliare accuse contro le autorità e incoraggiare i cittadini a partecipare maggiormente al dibattito pubblico. Sono i discendenti diretti dei pamphlet politici scritti da pensatori come per esempio Thomas Paine, che hanno cambiato il mondo” (Steve McGookin sulle pagine del Financial Times).

Voci fuori dal coro, popolo delle libertà mancate, disegnano realtà anomale ed interpretazioni scomode per gli “addetti ai lavori”. Niente di strano, dunque, se i blog di denuncia sociale e politica siano le vittime privilegiate di un sistema mediatico altamente terroristico perché disinformante.

Compianta la laudata democrazia, i “black blog” danno voce ai subalterni che non possono parlare con il bavaglio sulla bocca e con i travagli nella testa. In un articolo pubblicato sul Los Angeles Times, Curt Hopkins, così si esprime, riguardo tutti quei blogger che vivono in paesi dove la libertà d’espressione non è un diritto: “uno stato può incarcerare un uomo e far chiudere il suo blog ma le idee che ha scritto, una volta disseminate nella blogosfera, continueranno a diffondersi, come se godessero di vita propria”.  Nella blogosfera, si forma quella “comunità immaginatadeterritorializzata (B. Anderson), slegata dal luogo di appartenenza; “comunità liminale, per sua natura aperta” (A. Van Gepper; V. Turner), altamente sovversiva in periodi di magra per la libertà d’espressione.

Dunque, nella nostra strana terra, editti bulgari dimenticati, Porte a Porte chiuse in faccia alla libertà di stampa, abbandonata ogni Fede nell’editoria mediatica, il blog sintonizza correnti e persone, acquisendo forza, da placare: sorvegliare e punire.  Questo passa il governo. Ignari della dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio (John Perry Barlow; 1996), nell’ottobre del 2007 il governo italiano presenta un disegno di legge sulla riforma dell’editoria per costringere i blog  alla registrazione presso un’apposita Autorità Garante, mentre, nel 2009, come un calcio, Maroni, denuncia le potenzialità del web e la sua portata terroristica, in seguito ad una bomba milanese esplosa tra i denti ancora intatti del Premier, nonostante i 75 anni di età.

“Quale sarà la condizione della società e della politica di questa Repubblica di qui a settant’anni? … Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro e dei disonesti? … La nostra Repubblica e la sua stampa progrediranno o cadranno insieme. (Joseph Pulitzer)”

La Cina non è lontana e ciò che spaventa è l’opzione “condividi”.

Tuttavia, pur nelle potenzialità e nella globalità della rete, la dialettica dentro/fuori resta un tasto dolente: il rapporto sulle nuove tecnologie “Human Development Report 2001”, dimostrando le speranze riposte nelle nuove tecnologie come miglioramento delle condizioni di vita, ricorda, ancora una volta, come proprio le tecnologie possono diventare un potente mezzo di esclusione, di disparità e di divario.  Il digital divide, termine con cui si indicano le disuguaglianze nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie della cosiddetta “società dell’informazione”,  è alle porte del 2010, un potente paradigma di esclusione sociale.

Segno che qualcuno ha paura del blog.

di Giovanna D’Ambrosio

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