Francesco Rutelli cambia politica


rutelliQuesta è la storia di un uomo incredibile; una figura quasi mitologica, una chimera impalpabile, un moderno Zelig de noantri che valicando i confini del pensiero razionale è riuscito ad assumere innumerevoli identità. Quello che vi apprestate a leggere dunque non è soltanto il resoconto della carriera politica di un giovane capitolino, ma la stupita fotografia di un modello, di un paradigma tutto italiano che da secoli trasforma i soggetti, plasma i valori e rende sempre più duttili le posizioni.

La lunga e mai noiosa avventura di Francesco Rutelli nella scena politica italiana ha inizio, con poca originalità, in un triste giorno d’inverno, quando in preda ad una viscerale crisi di coscienza, Francesco si pentii; adolescente pio ed operoso, allevato secondo i restrittivi precetti di Santa Romana, divenuto un ometto, il giovane sentì su di lui l’insopportabile peso della Morale, dei Dogmi e della Passione. Rinnegato il cilicio e capito l’error di un dì, divenne quindi feroce anticlericale ed attivista della causa ecologista, facendo proprie le istanze di un piccolo ma combattivo partito guidato dalla dialettica seduttiva di un Pannella d’altri tempi.

E’ il 1979 quando venticinquenne, come segretario regionale per il Lazio del Partito Radicale, l’attività di Rutelli si contraddistingue per la solerzia con la quale organizza l’attività di propaganda  e la durezza nelle rivendicazioni in tema di diritti civili; antimilitarismo, non violenza, aborto, avversione nei confronti dei privilegi vaticani, divorzio. L’escalation è inevitabile. Segretario nazionale, deputato rumoroso ed infine capogruppo dei Radicali alla Camera. La carriera sembra insomma segnata da una serie ascendente di traguardi personali e collettivi che mai farebbero pensare ad una profonda inquietudine interna.

Alla fine degli anni ‘80 la galassia dei movimenti ambientalisti è quanto mai variegata e legata in vario modo a vecchi gruppi della sinistra extraparlamentare, ripuliti ed illuminati dalle note del New Age. Cercando di unificare militanti ecologisti, ex comunisti di Democrazia Proletaria ( coalizione elettorale che riuniva un po’ tutto il mondo della sinistra più rossa e di cui faceva parte, tra gli altri,  Peppino Impastato) e radicali insofferenti alla leadership assoluta del compagno Pannella, Francesco si pone a capo di una nuova formazione progressista ed ecologista, i Verdi Arcobaleno.

Ed eccolo, tradita la causa radicale ed assunta finalmente la direzione di un gruppo tutto suo, splendido nella veste di difensore di alberi ed animaletti, preoccuparsi della salute della Terra, odiare a morte l’anidride carbonica e lacrimare copiosamente di fronte agli effetti devastanti dei mutamenti climatici che affliggono il nostro pianeta. Il tutto condito da una velata attenzione per le problematiche sociali e politiche dei Paesi in via di sviluppo, per non scontentare i vecchi compagni e strizzare l’occhio ad una sinistra moderata. Chi sostiene, a torto, che la passione non paga, nel 1993 si troverà sicuramente in imbarazzo quando l’allora Presidente del Consiglio Ciampi nomina Rutelli, ministro dell’Ambiente.

Giunti a questo punto, le menti più ingenue potrebbero credere che raggiunte le vette della Repubblica, la bramosia del brizzolato trasformista si sia finalmente placata, ponendo fine al suo camaleontismo. Ma il contesto macropolitico di profondo mutamento post-Mani Pulite, che vede la frantumazione dei giganti e l’avvento del movimentismo di palazzo, diviene inesorabilmente terreno fertile per chi da anni non fa altro che cambiar vestito. Abbandonati gli scenari nazionali, il centro-sinistra candida l’ecologista Rutelli a sindaco di Roma, campo di battaglia per la politica locale e trampolino di lancio per ambizioni leaderistiche.
Gianfranco Fini, ancora abbastanza nero nella sua veste di segretario dell’MSI, non ha speranze ed il Campidoglio diviene fortezza elettorale della sinistra “morbida” della Bolognina. La parentesi da sindaco è un successo; lavori infrastrutturali ( con particolare attenzione per il Grande Raccordo ) , risistemazione dei Musei Capitolini, costruzione della “teca”- museo dell’Ara Pacis ma soprattutto coordinamento e gestione degli elefantiaci lavori per il Giubileo del 2000.

Reduce dei successi personali e del consenso elettorale, dopo due mandati consecutivi, finita la stagione “verde”, Francesco vola a Bruxelles, per riposare un po’ le membra affaticate dalla politica nazionale e dedicarsii al dibattito internazionale; l’esperienza all’europarlamento è però quasi fulminea perché la nazione lo reclama, il popolo della sinistra ne soffre la distanza. E’ il 2001 e la candidatura alle elezioni politiche come leader del neonato Ulivo sembra essere un passo obbligatorio. Qualcosa però nell’irresistibile escalation va storto e, nonostante le forti speranze, il centro-destra guidato da Silvio Berlusconi conquista Palazzo Chigi.

La vittoria della destra, oltre ad essere di fatto una sconfitta politica e morale per l’intera classe dirigente della sinistra dalemiana e prodiana che per quasi sette anni ha governato il Paese in un’insopportabile alternanza di maggioranze – découpage, porta con sé effetti ben più devastanti nell’intimità di un uomo che, dopo aver abbandonato le sue origini, rinnegato i propri valori ed abbracciato idee tra le più radicali, capisce d’un tratto di aver sbagliato tutto. Accesa la televisione, la retorica anti-comunista del magnate di Arcore lo scuote profondamente, la sua dialettica eufonica lo abbraccia e lo pervade. La sinistra è cattiva, i comunisti sono cattivi, gli ambientalisti sono cattivi, i radicali sono cattivi; dialogo sulle riforme, bicamerali, moderazione, giustizia ad orologeria, unione di intenti con la Santa Sede.

Il clero, il cattolicesimo, i preti, il Vaticano, ma certo, come aveva fatto ad essere così cieco? La risposta era sempre stata lì sotto i suoi occhi, la soluzione alla sete di poltrone non avrebbe mai potuto essere più semplice. In Italia per vincere bisogna strizzare l’occhio al Pontefice, amare il crocifisso, pentirsi, redimersi, accettare il Mistero. Ed è proprio così che genuflesso sulla via di Damasco, Francesco si pente ed accecato dalla luce della spada di San Paolo riesce in quello che pochi prima di lui erano stati capaci di fare; la nascita di Giustizia è Libertà – la Margherita è il primo segnale di un ibrido mostruoso che coniuga ideali di sinistra al fermo cattolicesimo dei Teodem.

Allettati da questo maldestro frappè di ideologia che vede come punto focale l’adorazione cardinalizia, anche i vecchi compagni, senza barbe ma con molti baffetti, in seguito ad una variegata serie di batoste elettorali decidono di rinnegare la falce, gettare il martello ed abbracciare la porpora. Il PD ( Partito Democratico? ) nasce infatti con questo intento latente e Francesco, dal canto suo, non potrebbe essere più felice. Campagne di comunicazione smorte, parole contenitore buttate qua e là, opposizione fantasma, leadership disastrosa, posizioni ambigue su temi etici e diritti civili; il PD è tutto questo.

Frantumato dalla guida ( ? ) di Walter Veltroni, dopo l’esperienza medicale di Franceschini, nell’inverno del 2009 il Partito dei Democratici decide di eleggere il nuovo segretario. Ed ecco che in seguito ad una notevole partecipazione popolare, attraverso lo strumento delle libere elezioni primarie la maggioranza delle preferenze indica il dalemiano Pier Luigi Bersani, ex Ds, ex Pds ed ex Pci. Insomma un po’ troppo bolscevico per i gusti democristiani del redento Francescone, già radicale, già verde nonché margheritino, che in aperta polemica con il volere degli elettori decide di attuare l’ennesima scissione formando Alleanza per l’Italia. Sicuramente ispirato dall’Altissimo e seguito da una piccola classe dirigente di ex-democristiani riciclati, ormai totalmente immerso tra gli oli e gli incensi della sagrestia il Nostro può finalmente corteggiare liberamente i fratelli maggiori dell’Udc di Casini dispiegando in pieno la sua vera natura.

Una volta, guardando alla dittatura morbida di 40 anni di scudo crociato, la paura che sottile si insinuava tra la popolazione era quella di morire democristiani; nonostante questo qualcuno, dopo il crollo delle ideologie, la fine dei partiti di massa, la nascita della politica televisiva, si commuove ancora al cospetto delle gerarchie ecclesiastiche. Dopo aver indossato quasi tutte le casacche a disposizione, aver mascherato i suoi precetti con l’irruenza delle posizioni più disparate ed essere stato alla guida di importanti movimenti chiaramente di sinistra, evidentemente, qualcuno non aspetta altro che finire la sua carriera politica come un vecchio, grigio democristiano.

di Mattia S. Gangi

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