Casa dei diritti sociali. Vivere nell’ombra silenziosa all’epoca del web
Viaggio nel mondo di chi non può comunicare
La società del web, del linguaggio html, seo, Javascript; e quella del silenzio in cui basterebbe parlare la lingua del paese in cui si è accolti, “disaccolti”per sentirsi vivi. Realtà che convivono in un’unica società: la nostra.
A Roma, tra la stazione Termini e Piazza Vittorio, sotto ad un ballatoio un po’ abbandonato, c’è una porta, senza insegne appariscenti, con un’anonima scritta: “casa dei diritti sociali”. E’ la porta d’accesso ad una stanza semplice a due piani dove hanno luogo i corsi di lingua italiana per gli immigrati. E’ qui che incontro per la prima volta Augusto Venanzetti. Senza giri di parole mi domanda chi sono e cosa voglio.
“Vorrei poterla intervistare sul vostro operato”. Dopo avermi domandato il perché e il per come più per cercare di non darsi troppa importanza che per mettermi in difficoltà, mi dà appuntamento alla sede centrale dell’associazione.
Un ambiente diverso da quello respirato in quel primo incontro mi accoglie il giorno dell’intervista. La Casa dei Diritti Sociali è un’Associazione di volontariato laico, nata nei primi anni ‘80 con lo scopo di promuovere i diritti umani e sociali dei settori più deboli della popolazione in Italia e nel Sud del Mondo. Si occupa tra l’altro di aiutare i minori, le prostitute e tutti coloro che si trovano in una condizione di difficoltà e di sopruso. La CDS vuole insegnare i diritti di chi è parte del Mondo.
Augusto è il responsabile dell’area dell’Associazione che si occupa di insegnare l’italiano agli immigrati. “Quelli che vengono da noi sono appena sbarcati a Lampedusa, al massimo sono da tre mesi in Italia”
La nostra bella capitale, culla di cultura è una città “ in cui l’integrazione sociale è un problema enorme. Non è una città razzista, ma neanche accogliente. Roma è non solo tra le città con maggior numero d’ immigrati, ma anche quella in cui si registra un’accelerazione più sostenuta. Da oltre 10 anni, vi sono 20.000 soggiornanti in più l’anno. E una domanda non sollecitata per imparare l’italiano di 30.000 richieste annue. Di queste, 7000 sono intercettate dalle scuole pubbliche ossia dai CTP ed altre 6400 dal volontariato.”Augusto sottolinea che queste sono richieste che arrivano spontaneamente alle scuole le quali non fanno alcuna propaganda per sollecitare l’immigrato: già in questo modo la richiesta è quasi insostenibile. La CDS accoglie 1500 alunni l’anno, facendo corsi tutti i giorni e tutti i mesi con tre classi contemporaneamente da 52 alunni.”
È il passaparola a far arrivare l’immigrato da loro e questa forma di “pubblicità” determina che ogni associazione abbia dei gruppi di stranieri ben determinati. Alla CDS sono soprattutto del Bangladesh, eritrei, afgani e cinesi. “Non abbiamo immigrati dell’est che, oltre ad imparare l’italiano in maniera più facile, vanno a Sant’ Egidio”. Comunità questa che si differenzia dalle altre anche per l’elevato numero di immigrate che vi “studiano”. “ Da noi (CDS) l’affluenza delle donne è del 15% e questo dato è simile anche per le altre associazioni (eccezione fata per Sant’Egidio)”. Domando se è un problema culturale, legato alla religione, il minor afflusso femminile. “No non sono queste le ragioni. Le donne hanno un livello occupazionale maggiore rispetto agli uomini soprattutto nella fascia che và dal mese di permanenza dall’arrivo ai tre mesi. Non è un problema culturale: abbiamo anche sperimentato lezioni solo femminile, soprattutto per le islamiche, ma non c’è stato un afflusso significativamente maggiore. A volte vengono in queste classi perché sono meno affollate e si trattano temi a loro più legati. In queste lezioni si parla anche di consultorio”. Augusto e i suoi volontari non insegnano solo la lingua, ma danno anche informazioni utili all’immigrato e cercano di ricostruirli un’identità.
Sono infatti adulti, adolescenti, bambini la cui identità è spesso iniziata a frantumarsi nella loro nazione (molti provengono da zone lacerate dalle guerre, sono bambini arrivati senza genitori) e è stata distrutta totalmente una volta giunti in Italia. Hanno bisogno di ricostruirsi e sentirsi parte di una nuova realtà. “Serve di più una passeggiata per Roma portandoli anche nei luoghi istituzionali (Senato, Camera…) che ore spese in aula.
Ma le lezioni come sono strutturate?” Il problema più grande è assicurare una continuità all’immigrato. I corsi in scuola sono progettati per lo studente Erasmus. L’immigrato deve sopravvivere. Non c’è una continuità nelle frequenze: trova lavoro da facchino ad Ostia e giustamente lascia. Quindi non è pensabile una classe strutturata. Alcune associazioni fanno classi a scalare. La CDS non ha classi, è come un’Università. Il corso base è spaccato in tre gruppi: 1. alfabeto e fonetica; 2. articoli, ausiliari; 3. Conversazione e dettati.
Gli studenti arrivano e vanno nel primo all’orario che vogliono. Poi quando hanno acquisito le competenze sono loro stessi che passano al secondo. E così via…”
In una società alla rincorsa dell’apprendimento dei nuovi linguaggi multimediali, della conversazione globale, sembra strano che c’è chi lotta per imparare quei termini capaci di farlo capire, accettare, farli trovare un lavoro. “Dobbiamo anche decodificare il dialetto come il romano. La cucchiara, la cofana per esempio”. Per un momento Augusto ride.
Vivere all’ombra silenziosa nella società del web è la condizione in cui sopravvivono.
A fianco alla sede di via Giolitti ci sono le note “Discoteche Laziale”: luogo di libri, di dvd, di musica. Musica per provare piacere. E nella stanza a fianco la musica, gli scacchi, la narrazione sono usati come linguaggio per esprimersi universalmente; altro che il web.
Web che entra però nell’insegnamento dell’italiano. Esempio sono i corsi on-line della Caritas. Questi però “ sono per una altro tipo di immigrato. Un immigrato che prima di tutto ha accesso ad un computer”
Il web non è dunque per tutti, universale.
Augusto mi sfata anche un luogo comune che vede la comunità cinese restia ad imparare l’italiano perché non interessata, perché non vuole integrarsi.
“Luogo comune. La comunità cinese ce ne ha mandati tantissimi, ma hanno esigenze diverse. Loro vogliono corsi per lavoratori quindi corsi dopo le 21.00. E’ sbagliato fare corsi mirati ad un’unica nazionalità. Chi è segnalato da una comunità ha già una sorta di protezione. A noi interessa chi è abbandonato a se stesso.”Comunque anche volendo fare dei corsi mirati ora è impossibile “le nostre sedi sono quelle che sono. Stiamo chiedendo aiuto alle Istituzioni, stiamo cercando di avere le aule dagli istituti scolastici”che non sono utilizzati il pomeriggio, ma è difficile (tolti fondi alle scuole, riduzione personale). “Il volontariato ha costi zero, ma ci dovrebbe essere aiuto. “
Chi è il volontario che opera a via Giolitti? C’è di tutto. Ex insegnanti, laureati, laureandi, chi studia per il ditals o chi lo ha già conseguito e poi ci sono i tirocinanti provenienti dall’Università. In questo caso però può avvenire che il tirocinante la prenda come una palestra e questo è sbagliato perché bisogna adeguarsi al metodo. Ogni lunedì sono riuniti tutti i volontari e si discute anche sui nuovi cambiamenti normativi. La scuola deve essere un luogo che accoglie soprattutto per chi viene da realtà tanto difficili”.
Per Augusto è fondamentale che si debba parlare d’Interazione non d’integrazione. L’immigrazione è un fenomeno naturale che arricchisce la società non solo culturalmente. E’ dunque impensabile credere di bloccare il fenomeno. “I 2/3 degli immigrati regolari in Italia sono entrati in modo irregolare”: c’è qualcosa che non và. Come non và che si richieda la conoscenza dell’italiano per la carta di soggiorno di lungo periodo e non ci siano le strutture per insegnarlo. “I CTP sono in ristrutturazione”. La Germania è una nazione che richiede la conoscenza del tedesco, ma offre anche “600 ore di insegnamento gratuite”.
Viviamo in un’era segnata dalla velocità; internet è lo strumento principe di questa velocità e della apparente distruzione delle distanze. Ma è anche un’epoca di crescenti disparità chiamate “possibilità”. Se non si da la possibilità di comunicare, non si può creare un uomo libero e onesto. A cosa servono pubbliche amministrazioni sul web, connessioni in tempo reale da tutte le parti del mondo se non si conoscono i termini per sopravvivere?
Il luogo dove ho incontrato Augusto la prima volta si trova davanti alle ferrovie ed il suono del treno che passa è quasi udibile, ma quelle distanze che il giorno della creazione della locomotiva sembravano star scomparendo sembrano oggi ricomparire all’interno delle singole città. Una distanza tra chi sa e chi non sa, tra chi si sente padrone del luogo e chi da quel luogo sembra essere scacciato cresce con l’aumentare delle tecnologie senza che noi ce ne accorgiamo, presi come siamo dal ritmo incalzante della società del “collegamento”.
di Federica Rondino

Author: Redazione (893 Articles)