Quentin Tarantino: l’eroe tra mitologia e cheeseburger…
“Il cinema dev’essere spettacolo,
è questo che il pubblico vuole.
E per me lo spettacolo più bello
è quello del mito”
Sergio Leone
André Bazin, critico cinematografico fondatore della prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma, trovò una delle più affascinanti definizioni dell’arte cinematografica: “il cinema è l’occhio di Dio che guarda”.
Affascinante per il sottoscritto, affascinante per l’astrazione degli studi culturali, che negli ultimi anni si sono incaponiti con eccesso sui manierismi e sulla ingegneria semiotica di un’arte che, di per sé, viene vista come macchinazione.
“Il cinema è l’occhio di Dio in senso proprio, se Dio potesse accontentarsi di un occhio solo”, precisava Bazin a proposito dei suoi studi su Jean Renoir, regista francese del filone pre – nouvelle vague. Se non fossi al corrente che dietro le traduzioni letterarie dal francese all’italiano ci fossero delle sfumature trascurabili, direi: Bazin si sbagliava. Il cinema non è “l’occhio di Dio”, ma “l’occhio di UN Dio”. Un Dio severo, un Dio accademico, un Dio dei poveri, un Dio dei ricchi. Un Dio degli dèi. In questi termini, Quentin Tarantino è un Dio. Un Dio qualunque, come tutti gli altri. Di che genere?

Quando, per la prima volta, vidi Kill Bill, rimasi affascinato da una sequenza: quella, per la precisione, che precede la scena della lotta con gli 88 folli all’interno della casa – giardino dove Black Mamba si avventura. La Sposa entra nella casa, La Sposa resta in agguato, La Sposa passa inosservata, mentre i 5.6.7.8’s si esibiscono live col pezzo Woo Hoo.
La telecamera testimonia il tutto con un incredibile piano sequenza. Un lungo movimento di camera (circa cinque minuti) inflessibile, distante, perfetto, autonomo. Quella sequenza esprime perfettamente la definizione di Bazin, il cinema come occhio di Dio. Perché Dio non cammina come gli esseri umani, questo – forse – Tarantino lo sa. Se Dio avesse uno sguardo onnisciente sul mondo e sulle persone che lo abitano, esso sarebbe costruito esattamente come quello con il quale si confeziona un film.
Detto questo, abbiamo fin qui parlato di una cosa sola: gli eroi. Quale Dio infatti, con il suo sguardo, concederebbe la sua testimonianza ai comuni mortali se non per parlarci degli eroi? Black Mamba è un eroe, Jackie Brown è un eroe, Mr. Orange è un eroe, Clarence Worley è un eroe, Shosanna Dreifus è un eroe. Tutti i personaggi di Pulp Fiction sono eroi, radunati in uno scontro tra titani nell’Olimpo dei gangster.
Tutte le penne che si avventurano nella critica di un cineasta di consumo come Quentin Tarantino si fermano al muro del manierismo del regista americano: citazioni, linguaggi sui generis, questa o quella tecnica di ripresa che omaggia questo o quel tipo di cinema. In pochi, e sarebbe ora di rompere la barriera dell’analisi di campo che soffoca la critica cinematografica, si soffermano sul tema della Mitologia nel cinema di Tarantino.

E pensare che, basterebbe documentarsi, è stato lui stesso ad affermarlo: la strada del Mito è quella migliore per raccontare la storia di un eroe. La pensava così Sergio Leone che con il suo western crepuscolare ci ha regalato personaggi “innati” come eroi. Leone dunque ammirato da Tarantino più nel contenuto che nel contenitore. Provate a ricordarvene, la prossima volta che ne parlerete.
Innati sono anche gli eroi di Quentin Tarantino: baciati dal destino della creatività, scrutati dall’occhio di Dio, ammirati dai comuni mortali. Quale formula migliore per rendere omaggio al cinema come narrazione per le grandi masse?
di Alessio Di Lella

Author: Redazione Magazine (625 Articles)