Calabria. Immigrati in rivolta contro la ‘Ndrangheta SPA


ndranghetaOcchio puntato sulla Malavita calabra nei primi giorni del nuovo anno. Svegliati dal tepore invernale per mano di un ordigno regalo alle porte della procura di Reggio Calabria, quello che sta accadendo in questi giorni scuote finalmente quel pezzo di terra arso dal sole e chi ancora in quella terra ci abita o ci vorrebbe abitare.

Con un giro d’affari di 44 miliardi di euro, secondo il rapporto Eurispes 2008, la Ndrangheta è una delle “aziende” più floride del nostro paese  ed “è oggi la più robusta e radicata organizzazione, diffusa nell’intera Calabria e ramificata in tutte le regioni del Centro-Nord, in Europa e in altri Paesi stranieri cruciali per le rotte del narcotraffico” secondo la Relazione della Commissione Parlamentare antimafia del Presidente Francesco Forgione del 2008.

Se non fosse perché i fondi e le risorse utilizzate derivano dall’illecito e altro è il mercato a cui si rivolge, la ‘Ndrangheta potrebbe essere certamente quotata in borsa, facendo la fortuna dei suoi azionisti.

Quello degli immigrati è, quindi, solo un “trascurabile” problema legato sicuramente a stretto nodo alla malavita organizzata calabra, ma è d’altro canto la punta dell’iceberg di una malavita che vive nell’ombra, nell’assenza, nel vuoto di giustizia lasciato dallo Stato.

Con una sorta di governo parallelo l’organizzazione malavitosa opera laddove lo Stato è assente lungo tre campi d’azione: economico, politico, culturale.

Il primo sfrutta lo scarso controllo, la mancanza di pattugliamenti per avviare i propri traffici illegiti (sigaretti prima, droga, armi e riscossione del pizzo oggi); il secondo influenza la gestione amministrativa locale, riuscendo ad arrivare ai vertici della gestione politica; infine il terzo, forse ancora più importante, culturale, per mezzo del quale diffonde l’idea che la forma di gestione, di risoluzione dei problemi e di governo possibile sia quella ‘ndranghetistica.

Questo contesto, quindi, ha oggi portato all’impossibilità di discernere il bene e il male, il giusto e l’illecito, generando confusione sulla scala di valori morali e etici, prima ancora che civili.

Chi si sente abbandonato dallo Stato ripone la fiducia in chi lo Stato lo supplisce, in chi si fa garante della risoluzione dei conflitti, in chi porta il suo esempio di organizzazione locale, in chi conosce i punti deboli della popolazione e su questi basa la propria politica amministrativa. Se dunque lo Stato è assente, distratto e lontano e sordo ai bisogni della popolazione, allora diventa il Nemico. Se il Nemico decide di rispondere, si mette contro gli interessi della popolazione, quindi la popolazione va contro lo stato, ovvero dalla parte della ‘ndrangheta. Semplice logica consequenziale.

Lo stesso Don Pino Demasi, Vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi e referente di ‘Libera’ in Calabria, addita la mancanza dello Stato quale principale causa della diffusione epidemica della malavita organizzata. “C’è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell’assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire”.

Il clima di sofferenza, di intolleranza e di xenofobia dei cittadini di Rosarno va letto quindi sotto una luce diversa. L’esasperazione sociale, la mancanza di un’alternativa di vita valida, l’assenza del Governo sul territorio hanno prodotto insofferenza, apatia, sfruttamento sociale, e ancora attenzione al proprio interesse e non a quello della comunità, consuetudine del favore, quasi totale assenza della meritocrazia, assuefazione alla macrodelinquenza, indolenza civile.

L’analisi allora deve partire dal contesto di degrado sociale generale, dalla morsa stringente che le organizzazioni malavitose operano nei confronti del territorio e della società civile, dalle diramazioni tentacolari delle ‘ndrine nelle regioni più industrializzate e ricche della penisola, per poi ritornare in Calabria ad interrogarsi su come è possibile che uno Stato di diritto sia velocemente soppiantato dal disordine e dalla violenza di uno Stato di fatto.

È quindi il tentativo di una comunità di immigrati di scontrarsi contro l’ennesima vessazione subita dai malavitosi, l’ultimo baluardo della coscienza civile del nostro Sud? Può un popolo nascondersi dietro le spalle clandestine di un gruppo, invece di battersi contro chi mangia le risorse di una terra mortificata nell’orgoglio da un manipolo di delinquenti?

Diceva Julie Tingwall la ‘Ndrangheta “È invisibile, come l’altra faccia della Luna”, tutti sappiamo della sua esistenza, pochi cercano di scoprirla davvero.

di Romina Toscano

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  1. [...] fin troppo facile farsi venire in mente i recenti fatti di Rosarno. Questo libro viene scritto prima e dunque in qualche modo anticipa quegli eventi, riponendo [...]



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