SFRUTTAMENTO MANOVALANZA E CRIMINALITA’. LA RIVOLTA DEGLI IMMIGRATI
Lo sfruttamento della manovalanza agricola viene attuato solitamente attraverso un fenomeno noto alle cronache con il nome di “caporalato”. Il meccanismo funziona più o meno così : dopo essere sopravvissuti alla traversata sulle “carrette del mare” ed essere sbarcati sulle coste della Sicilia, immigrati, rifugiati politici e disperati di diversi paesi iniziano a cercare possibilità di guadagno, in totale clandestinità. Alcuni finiscono in Puglia, altri in Calabria, molti ancora in Campania; è la migrazione interna degli immigrati, nomadi per fame e non per scelta.
Arrivati nelle piazze di piccoli paesi periferici, in piena notte, più precisamente all’alba, rumeni, polacchi ma soprattutto africani, aspettano l’arrivo dei “caporali”. Il momento dell’ingaggio è cruciale, solo i più validi, i più robusti verranno scelti dagli uomini delle “famiglie” locali, per lavorare tutto il giorno nei campi. La paga è una miseria, solitamente 20 euro a giornata, ai quali ne vanno sottratti 5 che finiscono nelle tasche dei “ selezionatori ”, per un totale di circa 15 euro lordi.
Ma non è tutto così semplice, soprattutto se consideriamo che ad è essere sfruttati non sono solo i clandesti ma anche i cosiddetti immigrati “regolari”; come afferma Fabrizio Gatti de L’espresso : “ Molte persone hanno il permesso di soggiorno in regola. Sono disoccupati scesi dal Nord. Molti trovano lavoro. I coltivatori dicono loro che li prendono in prova una o due settimane per poi fare un contratto regolare. È una truffa. Alla fine li cacciano dicendo che non hanno superato la prova. E non li pagano. Va avanti così quasi un mese. Sono in tanti e la truffa si ripete. Gli africani non sanno che quest’anno le aziende agricole preferiscono lasciare le arance sugli alberi e sfruttare i rimborsi dell’Unione europea. E soprattutto che i caporali vogliono sostituirli con bulgari e romeni perché, per il lavoro che rimane, accettano paghe più basse: fino a 50 centesimi l’ora contro i 2 euro degli africani e i 6,20 del minimo contrattuale. ”
Soldi che non servono per vivere ma per sopravvivere, mangiare, vestirsi, cercare di non morire di freddo. Ed il freddo, il clima, è forse il primo nemico di queste persone, senza un tetto fisso, accampati dove capita, dove trovano spazio libero. Hangar in cemento e ferro trasformati in veri e propri ghetti, simbolo decadente di una barbarie messa in atto da criminali e tollerata dalla popolazione locale. A Rosarno, l’ex stabilimento di trasformazione delle arance di Rognetta ospitava più di 300 extracomunitari di colore che fuggiti dopo la sparatoria, hanno lasciato campo libero alle ruspe comunali. Potenti macchine distruttrici che tentando di spazzare la via la vergogna, in realtà non hanno fatto altro che sottolineare la gravità del problema.
Dopo la violenza infatti, gli extracomunitari residenti nella Piana di Gioia Tauro, non solo i manifestanti, hanno preferito allontanarsi da quel territorio per loro inospitale e fuggire cercando ospitalità in altri parti d’Italia. La fuga, in alcuni casi, non è avvenuta in segreto ma è persino stata sostenuta dalle autorità locali; le prefetture hanno infatti organizzato il loro trasferimento in treno, direzione Nord Italia. Ma, purtroppo, solo pochi fortunati sono riusciti a spostarsi lungo il territorio nazionale senza riscontrare alcun problema; dopo essere state identificate, le persone sprovviste di documenti regolari, corrono il serio rischio di essere espulse senza mezzi termini, come previsto dalla normativa vigente.
Anche se Mario Morcone, direttore del Dipartimento immigrazione del Viminale, nega una “ vera e propria azione pianificata per l’espulsione degli immigrati di Rosarno ”, l’azione del Governo muove proprio in questa direzione. Il mix esplosivo dei dettami restrittivi della Bossi- Fini e di quelli ancor meno “tolleranti” inseriti all’interno del c.d. “ Pacchetto Sicurezza” impongono il rimpatrio istantaneo dei soggetti trovati in posizione di clandestinità.
Rosarno però è solo l’esempio paradigmatico di un sistema che, lungi dall’essere circoscritto nei territori del Sud, coinvolge tutto il Bel Paese arrivando persino nelle campagne del Nord. Numerose sono infatti le proteste che partendo proprio dalle regioni settentrionali, coinvolgono famiglie e lavoratori immigrati. Dopo un presidio di solidarietà ai migranti di Rosarno tenutosi a Roma ( durante il quale un agente di Polizia è rimasto ferito dal lancio di un sasso ), proprio in questi giorni sta nascendo sul web un movimento di protesta che scenderà in piazza a Marzo. Il movimento “ Primomarzo 2010 ” propone infatti una giornata di sciopero generale per tutti gli extracomunitari che vivono in Italia; l’evento si svolgerà in collaborazione con il coordinamento “ Blacks out ” (sindacati, Arci, Acli, Fondazione Migrantes, 15 associazioni di migranti) che aveva già in programma un’analoga iniziativa per il 20 marzo.
Violenza, intolleranza, sfruttamento, xenofobia, sciacallaggio; Rosarno significa tutto questo. Le ferite inferte ai due extracomunitari, nonostante la maggioranza non riesca a balbettare nulla di politicamente maturo e l’opposizione continui a parlare in sordina, sono i sintomi di una malattia endemica difficilmente debellabile. I militari, le espulsioni, la voce grossa non servono a nulla in un paese come il nostro che, a furia di abbaiare all’intruso, perde ogni giorno un pezzetto di credibilità.
di Mattia S. Gangi


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