Un riccio spinoso ma non troppo


Il riccio_la portinaia RenéeAnche nei cinema italiani è arrivato il film “Il riccio”, regia di Mona Achache, ispirato al caso letterario francese “L’eleganza del riccio”, romanzo del 2006 di Muriel Barbery, che in breve tempo ha registrato vendite altissime sulla sola scia del passaparola.

Tante le attese dunque, e inevitabili le polemiche, innescate dalla scrittrice stessa, che non ha esitato a disconoscere la paternità dell’opera cinematografica pretendendo che sulle locandine, alla dizione “tratto da” fosse sostituito un più neutrale “liberamente ispirato a”. Ulteriori e più accese le critiche della Barbery riportate su La Repubblica del 5 gennaio 2010 nei confronti della  produzione italiana, la Eagle Pictures, che non solo non ha rispettato questa volontà, ma ha anche utilizzato per la locandina gli stessi colori della copertina del libro violandone, a suo dire, il copyright.

La storia si svolge in un condominio signorile del centro di Parigi, dove s’intrecciano relazioni non convenzionali ma squisitamente umane tra alcuni abitanti. Renée Michel, la portinaia, interpretata da Josiane Balasko è lo stereotipo di se stessa: bassa, grassa, serenamente brutta “e con le cipolle ai piedi”, Mme Michel non tarderà a svelare la raffinatezza del suo animo introverso, schivo per natura come un riccio.

Poi c’è Paloma, una ragazzina undicenne superdotata e occhialuta, personaggio affidato ad una saccente Garance Le Guillermic, ben decisa a porre fine alla sua vita per non diventare come gli adulti che la circondano, chiusi nella boccia di vetro come il pesce rosso del soggiorno. I suoi genitori, totalmente assenti sul piano affettivo da chissà quanti anni, sono un politico socialista in carriera e una letterata sotto antidepressivi che parla alle sue piante. Anche Paloma un giovane riccio quindi.

Infine c’è Kakuro Ozu (Togo Igawa), atteso demiurgo tra i due ricci, che nel compassato microcosmo condominiale sarebbero destinati a non incontrarsi mai. Il ricco giapponese in pensione farà sbocciare la reticente Renée conquistandosi sapientemente la sua fiducia, e mostrerà alla ragazzina che la vita può ancora essere interessante. Con il duro colpo di scena finale, sarà però la portinaia ad assurgere quale vera eroina del racconto.

A far da sfondo a questo trittico di figure umane, lontane per età, cultura ed estrazione sociale, c’è l’universo dell’alta borghesia, rappresentato dai condomini di rue de Grenelle n.7, che non hanno mai pensato a conoscersi davvero tra loro, adagiati come sono nel narcisismo di una vita autoreferenziale, condotta secondo le norme minime della cortesia tra vicini.

La regia cerca espedienti per caratterizzare i personaggi e risolvere la questione del doppio registro della narrazione. Mentre nel libro l’io narrante di Renée si alterna a quello di Paloma con differenze tipografiche nell’impaginazione, il film affida una telecamera alla ragazzina, con la quale raccontare il suo punto di vista. Purtroppo, se sulla carta i “pensieri profondi” e complessi di Paloma risultavano sorprendenti ma in fin dei conti credibili, sul grande schermo appare eccessiva e artefatta la sua intelligenza.

Renée d’altra parte, è molto gelosa della sua cultura di autodidatta, e fa di tutto perché i condomini non ne sospettino. Accende a volume alto la tv perché dall’esterno si senta, senza peraltro soffermarsi a guardarla, cuoce cibi che sprigionano odori repellenti nell’androne, nutrendosi lei quasi esclusivamente di tè, cioccolato amaro e susine marbella (assenti queste dal film). Ed intrattiene un rapporto di grande complicità col suo gatto Lev, chiamato Léon nel film, probabilmente per una trasposizione in francese del nome di battesimo di Tolstoj, autore preferito di Mme Michel. Del rapporto con Lev/Léon il film non approfondisce nulla, e sembra così omettere una parte non minore del personaggio di Renée.

È proprio il gigante della letteratura russa a dare il là all’avvicinamento tra il giapponese e la portinaia quando, sulla soglia della guardiola, i due accennano ai vecchi inquilini di un appartamento del palazzo, e Renée afferma: “Tutte le famiglie felici si assomigliano”, riprendendo un celebre passo di “Anna Karenina”. E Kakuro ribatte: “…ma quelle infelici lo sono ognuna a modo suo”, completando la citazione con una prontezza tale da lasciare Renée stupita e quasi intimorita dall’essere stata  smascherata.

Impeccabile l’attrice Josiane Balasko in una portinaia scontrosa ma educata, segretamente colta e sommessamente elegante, ruolo che la sua interpretazione rende comunicativo e quasi empatico, pur senza che la sceneggiatura le assegni molti dialoghi.

Tuttavia, la cultura di Mme Michel nel film appare non talmente vasta da fare di lei un’autodidatta realmente sofisticata, visto che si punta tutto su tre capisaldi: Tolstoj per la letteratura russa, e Ozu e Tanizaki, per la cultura nipponica. Nel romanzo invece, alla portinaia erano affidate dissertazioni solitarie di estetica e filosofia su Husserl, Hegel, Kant, Propp e Greimas.

Questa scelta registica è stata spiegata dalla stessa Achache al Venerdì di Repubblica, dichiarando che:“Il libro è molto letterario. Alcuni aspetti andavano completamente riplasmati […]. Le parole diventano immagini. Non volevo un film troppo parlato”. Ben riusciti a questo proposito sono i disegni di Paloma, come i libri che prendono vita e, aperti, volteggiano nell’aria come rondini in un’atmosfera onirica.

Di certo, per chi ha letto e apprezzato il romanzo, il racconto filmografico lascia insoddisfazione per le numerose omissioni, per la fastidiosa qualità dell’immagine durante le riprese della ragazzina, e per la generale superficialità dei personaggi. Ma d’altro canto, il film in sé risulta gradevole, sarcastico nei confronti dei borghesi, e al tempo stesso commovente per lo sfaccettato dipinto dell’animo umano che offre.

La stampa francese di sinistra, tuttavia, ha apertamente “schiacciato il riccio”, definendolo “inetto, socialmente e politicamente”, perché l’eroina povera Renée non sarebbe abbastanza rivoluzionaria, tanto da essere severamente giudicata utile come portinaia, ma inutile alla causa del popolo.

Al di là della lettura politica di una vicenda estranea a tale ambizione, noi non possiamo non lasciarci conquistare da questo riccio elegante e tutto al femminile, gentile e mai melenso, leggero e in definitiva non banale.

Una curiosità: al numero 7 di rue de Grenelle a Parigi c’è una lussuosa boutique di Prada ad angolo, non sarà che la scrittrice/portinaia sotto gli aculei del riccio nasconde le piume di un pavone?

di Irenella Sardone

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