Amelia

2_10_rubrica_Cinema_Ameliadi Mira Nair (Usa 2009)

“Nessuna persona può impedirti di fare quello che vuoi…”

Sarebbe stato invece molto meglio che qualcuno avesse impedito alla regista Mira Nair di girare questo film, che nonostante racconti di un personaggio mitico, utilizzando un casting di tutto rispetto, risulta intollerabilmente noioso.

Indiana, ma newyorkese d’adozione, la Nair è una regista pluripremiata per “The Namesake” (India, USA 2006 -- Il destino nel nome), “Vanity Fair” (USA, 2004 -- La fiera della vanità) e “Monsoon Wedding” (India, 2001 -- Matrimonio indiano).

La storia è quella di Amelia Mary Earhart (1897-1937), beniamina del presidente Roosevelt, prima donna pilota a compiere la trasvolata atlantica.

Giovane, bella, sostenuta dalla stampa grazie allo scaltro marito ed editore George Putnam (nel film interpretato da Richard Gere) la Earhart fu anche una diva, tramutando la sua passione per il volo in milioni di dollari attraverso la pubblicità di prodotti che sponsorizzava e di libri che scriveva.

Scomparirà a 39 anni, il 2 luglio 1937, precipitando ad una distanza calcolata tra le 35 e le 100 miglia a largo di Howland, un atollo disabitato nell’Oceano Pacifico poco a nord dell’Equatore e a ovest di Kiribati, nel tentativo di fare il giro completo del globo.

Non basteranno nove navi e sessantasei aerei per ritrovare Lady Lindy (così venne soprannominata, da Lindbergh, suo predecessore e omologo maschile).

Le ricerche si conclusero il 18 luglio, dopo aver perlustrato invano una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano. Due anni più tardi Amelia verrà dichiarata legalmente morta.

La misteriosa scomparsa fece di lei un’eroina, diventando leggenda anche per via di un presunto coinvolgimento in una missione di spionaggio. Si ipotizzò persino che fosse stata catturata dai giapponesi e giustiziata, e che l’aereo non si fosse inabissato, ma che fosse atterrato fortunosamente su di un’isola deserta dove l’aviatrice avrebbe finito i propri giorni. Quest’ultima ipotesi fu avvalorata dal ritrovamento della suola di una scarpa del tipo indossato da Amelia, sull’isola di Nikumaroro (situata nell’arcipelago delle Isole della Fenice ed appartenente alla Repubblica di Kiribati, a nord dell’Australia), avvenuto tre anni dopo la scomparsa, insieme ad ossa umane. La svolta avvenne nel 1997, quando alcuni esami confermarono che i resti appartenevano ad una donna, ma mistero nel mistero, questi resti scomparvero.

La statua di Amelia è conservata allo Smithsonian di Washington.

Ad interpretare la “dea della luce”, altro soprannome dell’aviatrice, Hilary Swank (due volte vincitrice dell’Oscar, non protagonista in “Boys don’t cry”, USA 1999, e protagonista di “Million Dollar baby”, Usa 2004 ), qui anche in veste di produttrice esecutiva.

La pur brava Hilary somiglia fisicamente moltissimo a Lady Lindy, ma non riesce ad esprimere le doverose sfumature psicologiche di una personalità carismatica, mossa dall’ambizione di chi desidera mettersi continuamente alla prova perché il suo personaggio appare invece costruito per sottolinearne la “femminilità” romantica e i sentimenti d’amore verso il marito e l’amante, piuttosto che le vere grandi passioni di Amelia Earhart:  il volo, gli aeroplani e l’avventura.

Al suo fianco il “fu American Gigolo”, che sembra ormai esser capace solo di interpretare il ruolo del marito tradito. Richard Gere, costretto a soffrire di gelosia per via del rivale, Gene Vidal (Ewan McGregor), mostra una contrizione poco credibile.

Comunque, neanche l’intrigo sentimentale è sufficiente ad accendere l’interesse.

Attorno ai tre attori la regista realizza una storia sdolcinata, compiendo errori grossolani (l’aereo, che mostra un’antenna radar che nel 1937 non poteva esserci, è più pulito all’atterraggio che al decollo!), ma soprattutto svilendo un mito e perdendo così la grande occasione di raccontare una vita ricca di eventi, record, passione ed intraprendenza.

Ad aiutarla nello scempio la sceneggiatura di Ron Bass e Ana Hamilton Phelan, responsabili della banalità dei dialoghi.

Il film, grazie al sorriso raggiante della protagonista, è più efficace come testimonianza del trionfo dell’odontoiatria americana piuttosto che della celebrazione del coraggio di una donna indipendente, visionaria, appassionata, combattiva, e in grado di rovesciare gli stereotipi sessisti degli anni ‘30.

La pellicola, lungi dall’emozionare, è assolutamente incapace di catturare l’attenzione spettatore, e si salva solo per la fotografia firmata dal neozelandese Stuart Dryburgh.

L’unica scena suggestiva è il finale: il precipitare dell’aereo inghiottito da un mare oscuro…

Recensione di Patrizia Lima

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  1. www.upnews.it scrive:

    Amelia: affascinante la storia originale, ma il film non convince…

    Nessuna persona può impedirti di fare quello che vuoi…”
    Sarebbe stato invece molto meglio che qualcuno avesse impedito alla regista Mira Nair di girare questo film, che nonostante racconti di un personaggio mitico, utilizzando un casting di tutto rispe…



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