Berlusconi. Del Partito dell’Amore senza Fini. Cronaca di una tragica love-story
Qualche tempo fa’, quando l’autunno era caldo ed il piombo volava nelle strade italiane, molti sceglievano la strada dell’impegno intellettuale, alcuni quella della attivismo e pochi, ma pur sempre troppi, optavano per la lotta armata. Lui, alto, magro e con gli occhiali credeva sin da allora in una militanza sincera, fatta di inchiostro ed inchieste, in un Fronte della Gioventù tutt’altro che pacato. In quegli anni, tra le molotov dei compagni e le rappresaglie, la sua faccia pulita ed il suo fare discreto rappresentavano un sincretismo perfetto tra posizioni reazionarie e sensibilità sociale. Alla fine dei ’70, poco dopo gli ultimi morti, piantava le sue radici la destra sociale.
La sua penna, allenata al Secolo d’Italia, già allora stonava, in un partito di spranghe e croci celtiche, di rituali nordici e nostalgiche passioni. I suoi modi borghesi e le sue innumerevoli sigarette, non trasudavano odio, non urlavano vendetta ma disegnavano un Gianfranco Fini uomo della moderazione. Un giovane intelligente, silenzioso e soprattutto rispettoso; un elemento di spicco cresciuto e pasciuto alla scuola di Giorgio Almirante. Il leader del suo partito infatti, già fascista della prima ora e repubblichino dell’ultima, vedeva in lui la soluzione del problema, la trasformazione coerente all’Idea.
A quel tempo, l’MSI era una creatura morente, la temperatura s’era scaldata troppo e la tensione, a volte, era una soluzione strategica; la minoranza di destra in parlamento, dopo gli eventi tragici dei decenni predenti, sembrava sempre più afona ed impotente. Qualcosa insomma doveva cambiare, qualcuno avrebbe dovuto togliersi di dosso l’orbace ed indossare la cravatta. Il giovane Fini, che la camicia nera, a dirla tutta, non l’aveva mai apprezzata, sembrava proprio la persona giusta. Per cambiare dunque servivano la sua forza ed il credito politico; per istituzionalizzare un partito scalpitante, esposto sempre più ai limiti fumosi della Scelba, serviva la sua immagine bonaria.
Nel 1987, quando la situazione elettorale della destra italiana è ai minimi storici, Gianfranco viene eletto segretario, imponendo una linea di lenta democratizzazione delle istanze più indolenti e, proprio per questo, guadagnando sempre più credito nella società civile ed in parlamento. Agli inizi dei ’90 gli avvenimenti si susseguono veloci e Fiuggi segna la svolta, il cambiamento, la fine di un percorso; il 1995 apre le porte ad un nuovo soggetto politico senza drappi neri ed aquile imperiali, costituzionale e democratico. Nasce Alleanza Nazionale.
Ma facciamo un passo indietro. Roma, elezioni comunali del 1993, Fini sfida l’astro nascente della sinistra ambientalista, Francesco Rutelli. La capitale, da sempre zona proibita all’ingresso delle destre, anche in quest’occasione diventa pietra angolare di un’intensa attività di propaganda politica. Volantini, cartelloni e comizi infuocati riempiono le strade dell’Urbe. E’ un periodo molto delicato, siamo in piena Mani Pulite. La campagna è particolarmente calda, molti sono i sostenitori del giovane Rutelli, ma anche Gianfranco non è da meno; il delfino di Almirante può infatti contare sull’appoggio di Silvio Berlusconi, noto imprenditore brianzolo nonché padrone della televisione privata.
Ma è solo dall’anno seguente, il 1994, che la vicenda politica e personale di Gianfranco Fini si intreccia definitivamente con l’evento politico che segna il cambiamento epocale : l’avvento del marketing politico e l’inizio dell’era televisiva. La rivoluzione berlusconiana infatti, pervasiva e ridondante sul piccolo schermo, per instaurare i germi della propria azione persuasiva ha bisogno, almeno agli albori, di un appoggio parlamentare. Picconata dunque la prima repubblica, i cadaveri dei grandi partiti lasciano spazio ai nuovi momenti populisti nati all’indomani dell’Hotel Raphael e delle monetine.
Da quel giorno tutta la politica italiana inizia a ruotare intorno a Forza Italia, il partito azienda costruito intorno alla figura carismatica di Silvio Berlusconi. Al nord, roccaforte dei druidi popoli padani, Forza Italia in alleanza con la Lega Nord forma il Polo delle Libertà; specularmente al Sud, colonizzato dalle legioni di AN, nasce il Polo del Buon Governo. Entrambi i cartelli elettorali in realtà non corrispondono a vere e proprie coalizioni ma, più che altro, ad alleanze simboliche che confluiranno soltanto in seguito nel grande progetto della destra unita.
Il potere territoriale della destra sociale e le posizioni secessioniste di Umberto Bossi rappresentano infatti il sostrato ideologico che fornisce al vuoto berlusconiano una ferrea impalcatura; la base popolare necessaria a diffondere la cultura leaderistica del presidente imprenditore. Ma l’esperimento, forzoso già nelle sue premesse, non riesce ad avere lunga vita; dopo pochi mesi infatti l’uscita della Lega Nord dalla coalizione segna, contemporaneamente, il fallimento del progetto ed i primi flirt tra Alleanza Nazionale e Forza Italia. Nonostante le differenze e la diversa origine politica, la reale caratura in termini di voti del magnate di Arcore viene fiutata da un Fini ormai maturo, che vede in Silvio un alleato prezioso per la scalata istituzionale.
Rabbonita la Lega, nonostante i feroci attacchi e le accuse di collusione con la mafia che dalle pagine de La Padania piovevano abbondanti nei confronti del Cavaliere, il terreno è pronto per una nuova soluzione elettorale. La Casa delle Libertà nasce nel 2000 in vista delle politiche del 2001 segnando un vero e proprio successo in termini di voti, talmente imponente da conquistare intere regioni e permettere la formazione del Berlusconi II. L’alleanza è insomma solida e lo sposalizio tra le due anime della destra moderata italiana resta saldo; battaglie parlamentari, scossoni, guerre internazionali, missioni militari, inciuci più o meno velati, nulla può abbattere il tank elettorale del centro-destra.
Nonostante qualche rimpasto di fine legislatura il secondo governo Berlusconi è il primo nella storia repubblicana a finire il mandato elettorale, lasciando stupiti gli oppositori e gli scettici che aspettavano, quasi con malizia, un colpo di testa dei nordici alleati. Ma, nonostante le grida giubilanti della maggioranza uscente, ed il 2006 segna la prima sconfitta del centro-destra, portando tra gli scranni governativi l’Unione, il gigantesco polpettone politico che riuniva sotto lo stesso cappello l’eterogeneo mondo della sinistra italiana. Qualcosa insomma va storto e la magia si rompe, l’idillio tra An e FI inizia ad incrinarsi portando l’ex ministro degli esteri Fini a pronunciare parole molto forti nei confronti dell’alleato.
Frantumata la CdL, la proposta di riforma elettorale proposta da Berlusconi ( c.d. Vassallum ) viene vista da Fini come una vera e propria “ legge truffa ”, un provvedimento inaccettabile che assicurando mani libere ai partiti mina di fatto “ l’unità del popolo di centrodestra che è in favore di un bipolarismo per cui si sta o di qua o di là “. Ma, tutt’altro che soddisfatto, Fini rincara la dose azzerando ogni tipo di cautela : “ Si sfida il ridicolo quando Berlusconi dice ‘bisogna essere uniti’, ‘bussate e vi sarà aperto’. Qui non siamo al teatrino della politica, ma alle comiche finali “.
Di fronte a questo scenario di desolazione, anche i più acuti commentatori politici davano per morta la santa alleanza tra i due leader, nulla avrebbe potuto far pensare ad una possibile marcia indietro, tutto pareva dissolto in una sequenza accesa di frasi raggelanti e silenzi stampa. Ma come spesso accade in questi casi la realtà supera la fantasia. Ed eccolo, uno sbalorditivo Berlusconi, azzoppato dagli alleati e ridotto alla solitudine politica, riemergere dallo stallo annunciando la formazione di un nuovo soggetto elettorale.
Questa volta, a differenza dei progetti precedenti, l’acume berlusconiano non si limita ad una semplice proposta di coalizione ma prevede, al contrario, la nascita di un grande partito di destra che porti alla dissoluzione delle realtà precedenti e dunque ad una spartizione paritaria del bacino elettorale. Il messaggio che, dal predellino della propria automobile, Berlusconi manda all’alleato è chiaro : o dentro, con tutti i privilegi che l’annessione prevede, o fuori. O con me o contro di me.
L’ultimatum è troppo pericoloso per Gianfranco, dopo anni di manovre politiche il sogno di un tempo non può svanire così, l’avanzata dei rifondaroli di Fiuggi non può arrestarsi, l’isolamento è lo spauracchio da evitare come la peste. AN da sola non potrebbe mai farcela e, dopo tutto, i vantaggi sono evidentemente golosi per un partito minoritario da sempre escluso dal vero gioco del potere. In tal modo tra il 27 ed il 29 Marzo del 2009, in diretta tv sulle reti Mediaset, Forza Italia ed Alleanza Nazionale ( seguiti dagli altri “piccoli” come Democrazia Cristiana per le Autonomie al Nuovo Partito Socialista Italiano, dai Riformatori Liberali a Azione Sociale ) celebrano il loro matrimonio politico dando vita al Popolo della Libertà.
Ma ancor prima del primo congresso ufficiale, l’unione dei due principali elettorati della destra, alleati con la Lega Nord ed il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, consegna le redini del paese al nascituro Pdl; la XVI legislatura passerà infatti alla storia come Berlusconi IV.
Il successo, questa volta leggermente più risicato, consente ai colonnelli della vecchia AN di conquistare 4 ministeri, alcuni molto importanti come quello della Difesa ( Ignazio La Russa ), delle Infrastrutture e dei Trasporti ( Altero Matteoli ) e delle Politiche Europee ( Andrea Ronchi ) , altri meno, ma pur sempre strategici, come il Ministero della Gioventù assegnato alla giovane Giorgia Meloni. La spartizione è equa, Berlusconi sa premiare i suoi commensali, ma la fetta più invitante spetta a Gianfranco Fini il quale, finalmente sdoganato dalla nuova identità politica, può ricoprire il ruolo di Presidente della Camera dei Deputati.
Primo tra gli ex-missini a sedere tra le più alte cariche dello Stato, l’operato di Fini uomo delle istituzioni si contraddistingue per una imprevedibile autonomia segnata da una sana difesa delle garanzie costituzionali che spesso lo ha portato a trovarsi in aperta polemica con la policy del governo Berlusconi. Lo svilimento dell’organo parlamentare operato da un esecutivo prepotente che abusa della decretazione d’urgenza e dell’istituto della fiducia, viene abitualmente criticato da un Gianfranco Fini sempre meno tollerante : “ La democrazia parlamentare ha procedure e regole precise che devono essere rispettate da tutti, in primis dal capo del governo. Si possono certo cambiare ma non irridere.”
La centralità del Parlamento ed il rispetto delle Istituzioni, anche di quelle di natura giudiziaria ( puntualmente aggredite dalla retorica berlusconiana ) sono i punti cardine di un’azione istituzionale che ha trasformato Gianfranco Fini in un vero e proprio paladino della Costituzione repubblicana del ’48. Le sue posizioni, sempre chiare, spesso vengono infatti cautamente ( ma spesso anche apertamente ) criticate dagli uomini più vicini al premier come dimostrano i titoli e gli editoriali poco carini de Il Giornale della famiglia Berlusconi. Il suo direttore infatti, Vittorio Feltri, da mesi attacca il Presidente della Camera definendolo “Il compagno Fini”, minacciando la pubblicazione di presunti dossier a luci rosse esponenti di An e definendo lo stesso Fini “ un problema da risolvere in fretta”.
Il fuoco amico da parte degli ambienti berlusconiani, già caldo dopo la difesa della Corte Costituzionale da parte del Presidente della Camera in seguito alla sentenza che ha dichiarato incostituzionale il c.d. Lodo Alfano, ha intensificato il suo gettito conseguentemente alle ultime esternazioni di Fini. La pubblicazione di un fuori-onda durante il quale il Presidente della Camera, parlando con il procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi, accusa Berlusconi di cesarismo, scatena infatti l’inchiostro al vetriolo del direttore Feltri.
Sicuramente, tra i berluscones, parole come “ l’uomo ( Berlusconi n.d.r ) confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di… qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo… magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento… siccome è eletto dal popolo […] confonde la leadership con la monarchia assoluta ” portano un certo mal contento che sfocia spesso in accuse di tradimento.
La pacificazione avvenuta dopo l’ultimo attentato al premier ( ferito al volto da una miniatura del duomo di Milano) sicuramente non placa le acque di un mare fin ora eccessivamente burrascoso. Oggi, il movimento di continuo “smarcamento” del Presidente Fini, fa intravedere l’esigenza di una parte del centro-destra di andare fuori dal modello berlusconiano, di proporre un’alternativa legalitaria e rispettosa dell’attuale assetto dello stato, che non metta continuamente in dubbio la bontà dell’azione di governo. Ma Berlusconi è una presenza ancora troppo imponente e la rottura dei finiani, per adesso, resta soltanto fantapolitica.
Le reali conseguenze di una frattura di questo genere potrebbero però rappresentare la fine di un’era e la proposizione di un’eunomia di destra capace di ascoltare le minoranze, non confondendo, per una volta, il dialogo con l’opposizione con la connivenza ai danni della cittadinanza.
di Mattia Gangi

Author: Redazione (893 Articles)