Rosarno. Una storia di mafia e povertà

01_02_10_Primo Piano_Rosarno_Mattia GangiIl 2010 in Italia non inizia affatto bene. I telegiornali fanno vedere immagini confuse, cittadini omertosi, uomini senza speranza che manifestano, prelati preoccupati e ministri poco attenti. Le strade di un piccolo paese della Calabria, Rosarno, sono teatro di una protesta atipica, immigrati che marciano e chiedono giustizia, lavoratori della terra quotidianamente sfruttati dalla ‘ndrangheta che urlano la propria disperazione.

L’anno nuovo porta con sé i germi di una situazione antica, fatta di vite diasporiche, sfruttamento del lavoro nero ed estrema povertà; come nella Sicilia dei primi del Novecento, quando i contadini subivano i soprusi dei signori della terra ed i giovani erano costretti a partire. Anche loro, ghaneani, ivoriani, congolesi, lasciano la propria casa e vengono sfruttati ma il rapporto è diverso, i termini invertiti. Partono per trovare scenari migliori, prospettive di lavoro, ma vengono accolti da un tessuto sociale marcio che li vincola ad un sistema lavorativo ben oltre il limite dell’umana sopportazione.

Persone invisibili, di cui è vietato parlare, accampati in condizioni inumane in vecchie fabbriche in disuso e in strutture abbandonate, ma che questa volta hanno ceduto alla stanchezza e sono scesi in piazza, a modo loro. Auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull’asfalto, abitazioni danneggiate, nei primi giorni dell’anno scene di guerriglia urbana sconvolgono la Piana di Gioia Tauro. Ma cosa collega la manifestazione pacifica degli extracomunitari con i successivi moti violenti ? All’indomani della protesta, qualcuno, i soliti ignoti, elementi non identificati sui quali incombe l’ombra della criminalità organizzata, ha ferito due di loro, due extracomunitari di colore, con un’arma ad aria compressa e pallini da caccia. Perché? Non avrebbero dovuto parlare, hanno alzato troppo la voce.

La violenza però non finisce qui e, all’indomani della manifestazione, altri due lavoratori sono stati feriti a colpi di spranghe e bastoni. L’ultimo bilancio degli incidenti, fornito dal prefetto di Reggio Calabria, parla dunque di 37 feriti: 19 extracomunitari e 18 uomini delle forze dell’ordine.

Ma cos’è realmente successo a Rosarno? La risposta a questa domanda, come la natura stessa dei fatti, soffre di una confusione strumentale, un torpore analitico che affligge sia le istituzioni che la magistratura inquirente. Rosarno è un dramma sociale, su questo tutti sono concordi. Bisogna fare qualcosa, su questo nessuno esprime parere contrario.  E’ necessaria la presenza dello Stato nei territori del Sud Italia, su questo tutti applaudono fragorosamente. Quali sono le cause ? su questo qualcuno accusa, qualcuno si discolpa, altri ammiccano, molti tacciono.

Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, prova a dare una prima analisi degli avvenimenti : “A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’ immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazione di forte degrado […] Queste situazioni le abbiamo ereditate e sono frutto di tolleranza sbagliata. Sono stati chiusi gli occhi: nessuno ha voluto vedere una situazione che prima ancora che diventare un problema di ordine pubblico, potevano essere risolte con una serie di interventi degli enti locali ”.

Secondo il Ministro dunque la guerriglia urbana dei migranti, che protestano per il ferimento di alcuni di loro, è frutto di politiche immigratorie troppo blande. Proponendo una lettura diversa da quella del titolare degli Interni, altre voci autorevoli osano bisbigliare di mafia, di gestione criminale dei flussi migratori, di condizioni di vita umilianti, proprio in una delle regioni che più lamenta l’assenza dello Stato. Dubbi troppo verosimili che sconfinano i margini dell’analisi politica e contagiano persino i vertici della magistratura e le forze di polizia. A non escludere probabili responsabilità da parte della ‘ndrangheta infatti non è la faziosità anti-italiana dei soliti giornalisti di “certa stampa” d’opposizione, ma la prudenza del  procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo e del prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varrata.

Pur essendo molto cauti nel sostenere teorie pungenti, i due uomini tendono a considerare tutte le piste possibili,  confermando – come sostiene Creazzo  – che “ allo stato attuale ogni ipotesi è plausibile. Dobbiamo condurre indagini accurate per stabilire le responsabilità ”. Riferendosi al coinvolgimento delle cosche, anche Varrata afferma : “ Non lo posso escludere ma al momento è una valutazione che non posso fare. Certo è che è una ipotesi che sicuramente è stata presa in considerazione a livello investigativo ma adesso non possiamo dire se è stata concreta e realizzata”.

Dalla lettura incrociata delle dichiarazioni istituzionali lo scenario che si tende a profilare è dunque quello di un vertice politico che accusa di lassismo i precedenti governi, dimostrando una chiara miopia populistica anche in situazioni delicate come questa , e dall’altra parte, inquirenti e uomini di legge che tentano di “vederci chiaro”.

di Mattia Gangi

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