Stupri. Spirale di violenza: Caffarella, Stupratore dei garage, aggressioni di Capodanno
A giudicare dalla frequenza con cui i media ci raccontano casi di violenza sessuale sembra che ci troviamo di fronte ad una particolare fase di recrudescenza di questi crimini. Lo stupro della Caffarella, gli stupri di Capodanno, la violenza di gruppo di Fondi, le aggressioni nei garage a Roma e a Milano sono solo alcuni degli episodi che hanno contribuito a creare un clima di panico sociale. E’ davvero un panico giustificato?
In effetti poche cose sono in grado di destare allarme sociale quanto un sequestro di giorno e in pieno centro, ad opera di uno o più stupratori, figuriamoci se stranieri. Gli stereotipi dell’”uomo nero”, dello straniero cattivo, del disadattato, del “diverso”, del violento e del “borderline”, e poi quello della violenza sessuale, magari anche con macabri risvolti feticistici, hanno accarezzato da sempre quel lato di lugubre fascinazione propria di molti spettatori della cronaca nera.
Comprendere il fenomeno dello stupro significa addentrarsi nelle radici giudeo-cristiane della civiltà occidentale, indagando un fatto sociale tipico della nostra cultura, che da sempre vede le donne oggetto della dominazione maschile. Questo strapotere le ha storicamente rese oggetto di stigmatizzazioni e violente persecuzioni ad ogni tentativo di emancipazione. Esemplare è quanto avvenuto tra il XV ed il XVIII secolo quando, nella sola Europa Occidentale, la persecuzione delle “streghe” ha portato alla morte violenta di più di 50.000 donne: sul rogo, decapitate, squartate e altro.
Sul piano politico, giuridico ed istituzionale, qualche mutamento rispetto a quella che è stata definita la “cultura solidale con lo stupro” si è visto solamente con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1791, dove era centrale e prioritario il diritto individuale all’integrità del proprio corpo ed alla indisponibilità di esso da parte di chiunque altro. E’ sconcertante pensare che saranno necessari quasi due secoli affinché tale principio di inviolabilità del corpo della donna venga realmente applicato dalla giurisprudenza, e solo in alcuni paesi occidentali.
Quindi, lo stupro è stato considerato una componente quasi “naturale” della sessualità maschile, particolarmente diffusa anche grazie alla sua funzione di riaffermazione dello status servile della donna nei confronti dell’uomo. Lo spirito dei tempi, pertanto era intriso di una cultura solidale con lo stupro che, da una parte vedeva la donna come un oggetto sessuale, una merce da poter “prendere” in qualsiasi modo ed in qualsiasi momento, mentre dall’altra tendeva a colpevolizzarla. Si assisteva ad un rovesciamento dei ruoli e delle responsabilità dell’atto: la vittima diventava anch’essa colpevole o quanto meno co-responsabile dello stupro (“certo che queste ragazzine, con queste minigonne…!”, “e perché vanno in giro da sole a quest’ora?”…). Bisogna sottolineare che anche oggi spesso la vittima tende ad auto-colpevolizzarsi, ad auto-convincersi della propria parziale responsabilità e quindi in un certo senso a legittimare la “cultura solidale con lo stupro”.
Questo aspetto inquietante e paradossale spiega il numero modesto di donne che trovano il coraggio per denunciare lo stupro alle autorità. Anche per questa ragione le rilevazioni statistiche sulla diffusione delle violenze sessuali e sulla loro variazione nel tempo risultano incerte in quanto forniscono solamente delle stime indicative del fenomeno.
Tornando ai casi riportati negli articoli e nei servizi di cronaca in questi ultimi tempi, è interessante andare ad indagare la reale identità dei soggetti “attivi” degli stupri, ossia dei violentatori. Uno dei luoghi comuni più diffusi al riguardo è quello secondo cui la violenza sessuale viene perpetrata prevalentemente (se non esclusivamente) da sconosciuti e in luoghi isolati. Nell’immaginario collettivo è frequente la rappresentazione stereotipata dell’autore come uno straniero, uno sbandato, un “maniaco” che sceglie le sue vittime più o meno casualmente e le aggredisce di notte, in strada. Ma i dati riportati dalle rilevazioni ISTAT al 2002 – le più chiare a nostra disposizione – indicano che solamente il 18,3 % delle vittime di violenze, tentate o consumate, le ha subite da sconosciuti. Più frequentemente, invece, gli autori sono persone ben conosciute dalle donne: amici (23,5 % dei casi), datori di lavoro, colleghi, insegnanti o compagni di scuola (15,3 %) e persone conosciute di vista (14,2%).
Prendendo in considerazione le sole violenze effettivamente consumate, si rileva che l’autore è un amico delle vittime addirittura nel 23,8 % dei casi, il coniuge o il convivente (o l’ex coniuge/convivente) per il 20,2 % e il fidanzato o l’ex fidanzato per il 17,4 %. Le violenze da parte di estranei riguardano appena il 3,5 % dei casi; é importante sottolineare il fatto che la rilevazione ISTAT non specifica la nazionalità degli “estranei” autori della violenza, che possono dunque essere sia italiani che stranieri.
Analizzando le ultime tre rilevazioni ISTAT (1998, 2002 e 2006) è evidenziabile un incremento nel tempo delle violenze sessuali, tentate o consumate, commesse da persone note alla vittima.
I numeri sono chiari: le martellanti campagne pubblicitarie sul cattivo “uomo nero”, sullo straniero stupratore sono false, sono puro terrorismo mediatico.
di Alessandro Porrovecchio
Alessandro Porrovecchio è dottorando in Scienze Umane presso l’Università degli Studi di Torino e si occupa di Sociologia del corpo, Sociologia della sessualità e Sociologia della comunicazione.
Author: Redazione (823 Articles)
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