Toghe Rosse e Magistratura Comunista. Emergenza Giustizia in Italia?
Il modello di riferimento è abbastanza semplice.
Lo Stato moderno, fondamentalmente, è un organismo caratterizzato dalla titolarità della sovranità entro un determinato territorio. Per sovranità intendiamo l’espressione della somma dei poteri di governo riconosciuti ad un soggetto di diritto pubblico sia esso una persona fisica o giuridica. Secondo quanto previsto dall’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana, la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione. Attraverso questa titolarità il popolo sovrano elegge la propria rappresentanza per mezzo di libere elezioni.
Il potere, nello Stato moderno, è soggetto ad una netta tripartizione : la funzione legislativa spetta al Parlamento ( nel nostro ordinamento formato da Camera dei Deputati e Senato della Repubblica ), quella esecutiva al Governo ( in Italia formato dal Consiglio dei Ministri ) ed infine quella giudiziaria, alla Magistratura. In teoria, dunque, l’ossatura delle attuali democrazie parlamentari prevede un articolato sistema di pesi e contrappesi nell’esercizio del potere, il quale, controllando se stesso attraverso l’indipendenza delle proprie tre parti, garantisce l’assetto democratico delle istituzioni e dunque del sistema-paese.
Spesso però, astraendo dai codici ed addentrandoci nella realtà, il rapporto tra le tre componenti non è così limpido come viene descritto dalla carta costituzionale ma, al contrario, è inficiato da elementi di turbolenza che ne alterano la natura ed il corretto dispiegarsi nella concretezza dell’azione politica. In particolare, da noi, l’auspicabile andamento della macchina statuale è quotidianamente messo in dubbio da uno scontro tra istituzioni che non lascia spazio al dialogo pacato. All’interno della letteratura politica si è soliti indicare come causa di questa particolare anomalia il grosso peso che i partiti politici ( in quanto soggetti di diritto privato che gestiscono la res publica ) hanno acquisito nella storia della Repubblica, secondo quanto previsto dall’articolo 49 della nostra Costituzione.
La scelta dei padri costituenti di inserire il partito poltico all’interno del corpo costituzionale nasceva da esigenze di natura democratica. Nata infatti dall’antifascismo, la Costituzione del ’48 è il risultato di un imponente tensione pluralistica, offuscata dalle limitazioni oppressive del ventennio. Giuseppe Maraini, importante giurista genovese, definisce questa particolare conformazione parlamentare “partitocrazia”, espressione connotata negativamente con la quale vuole indicare un regime politico i cui centri decisionali risiedono nei partiti politici e non nelle istituzioni previste dalla Costituzione.
Negli anni successi a quelli in cui scrive ed opera il Maraini, il termine perde la sua accezione politologica e viene utilizzato sempre più per indicare genericamente una degenerazione della democrazia italiana, nella quale ogni aspetto della vita pubblica viene intasato dall’onnipresenza dei partiti politici. La pubblica amministrazione, gli ospedali, le infrastrutture, le comunicazioni, (in particolar modo radio e televisione), i servizi; in Italia tutto è assoggettato dal potere tentacolare dei partiti e lo scenario che viene a configurarsi è una realtà paradossale in cui i privati ( con tutti i loro, legittimi, interessi particolari ) prevalgono sui soggetti pubblici.
Niente di anormale o di deprecabile, almeno finché il monopolio dei partiti rimane solidamente fondato su una condivisione totale o, quantomeno, essenziale dei valori istitutivi della Repubblica e dunque delle Istituzioni che di questi principi non sono altro che l’applicazione concreta. Nel momento in cui, al contrario, le forze che animano la società politica sono profondamente divise ed in contrasto persino sui punti cardine della Carta, il dominio di un soggetto portatore di istanze settoriali diviene fonte di crisi e malessere sociale. In una situazione come questa infatti neanche il fisiologico alternarsi di maggioranze di segno opposto riesce a garantire ordine e stabilità in quanto di fondo vi è una divergenza troppo radicale, ovvero, il prevalere di una parte comporta la sottomissione dell’altra.
In Italia, dopo la Prima Repubblica, il sostrato valoriale che, pur nella depravazione delle funzioni, ha sorretto per quasi quarant’anni il tessuto sociale, improvvisamente viene squarciato da una profonda frattura che pone in posizioni antitetiche i le nuove formazioni movimentiste ( Lega Nord, Forza Italia ) ed i reduci di Mani Pulite. In una lettura semplicistica e volutamente confusionale della crisi dei grandi partiti di massa, le problematiche scatenanti la disfunzione vengono individuate non a livello politico ma bensì meramente istituzionale. La soluzione alla corruzione, al latrocinio di stato, alla personalizzazione estrema delle funzioni amministrative, secondo i teorici del cambiamento, sarebbe stata dunque un’azione riformatrice dei pilastri statali.
Lungi dall’ammettere il fallimento di un meccanismo di funzionamento endogeno, che riguarda personalmente i componenti dell’arco parlamentare ed il loro agire deontologico, le colpe vengono addossate ad elementi esogeni di natura strutturale. Elemento centrale di questo articolato corpus di argomentazioni è la cosiddetta “riforma della Giustizia”.
Da circa quindici anni, gli assunti di base dai quali si parte sono due: l’ Italia si trova in una situazione deficitaria in ambito di legalità e funzionamento della macchina giudiziaria; i rapporti tra politica e magistratura, teoricamente caratterizzati da un’ampia e reciproca autonomia, nel nostro paese hanno spesso portato ad un vero e proprio scontro istituzionale. I due dati fotografici, nella loro semplicità lapalissiana, vengono colpevolmente mescolati all’interno di un unico calderone sotto l’etichetta di “emergenza Giustizia”.
La denuncia di una particolare parte politica, quella ovviamente più colpita da provvedimenti di natura giudiziaria, si concretizza nel tacciare la Magistratura di ingerenza politica, delegittimando l’istituzione stessa e dando vita a tutta una serie di espressioni molto forti quali “giustizia ad orologeria”, “toghe rosse” e “ magistratura comunista”; esponenti politici molto in vista e Presidenti del Consiglio dei Ministri in passato hanno addirittura parlato di “ giudici antropologicamente diversi dal resto della razza umana, individui mentalmente disturbati”.
In particolar modo, parole al vetriolo sono state riservate ai giudici della Corte Costituzionale dopo la dichiarazione di incostituzionalità di una tra le leggi più inique della storia repubblicana, il c.d. lodo Alfano. Il provvedimento, divenuto legge dello Stato in data 26 Giugno 2008 con il nome di legge 124/2008, prevedeva la sospensione dei processi penali nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato. In base a motivazioni fondate sulla palese violazione dell’art.3 Cost. ( Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge) e dell’art.138 Cost., la Suprema Corte esprime parere negativo e dunque, come previsto dal nostro ordinamento, la legge decade con effetto immediato.
Anche in questo caso si è parlato di “Consulta politicizzata”, undici giudici su quindici sono stati additati come esponenti di sinistra ed attacchi non proprio “morbidi”sono stati rivolti persino al Presidente della Repubblica. Ed ecco che, in un abile gioco di comunicazioni, il problema del sovraccarico dei Tribunali, dei processi lenti, della certezza della pena, viene abilmente inserito all’interno di un progetto di riforma che, introducendo nel Codice di Procedura Penale l’istituto della “prescrizione del processo” viene proposto al grande pubblico come una vera e propria rivoluzione epocale.
Il ddl “ Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo”, una vera e propria opera di sartoria politica attuata dai legali di un premier sotto processo, viene infatti presentato ai media con l’allettante nome di “ Processo breve” . Due anni massimi di durata per ogni grado di giudizio, e quindi un totale di sei anni, secondo l’entourage del Presidente del Consiglio, risolverebbero in toto l’elefantiasi dei Tribunali italiani.
Lo scenario appena rappresentato, la perdita di un asse valoriale comune sulla base del quale articolare le fisiologiche differenze di veduta, l’instaurarsi di un clima di profonda crasi culturale ed identitaria, l’acuirsi di una violenza verbale e dunque simbolica da parte delle Istituzioni politiche nei confronti delle Istituzioni di garanzia, raffigura purtroppo un’Italia decadente al limite della paralisi. Un’Italia che, nonostante goda di una tra le Costituzioni più moderne e genuinamente democratiche, è afflitta da malattie antisistemiche che umiliano la cittadinanza e minano la credibilità della nostra rappresentanza all’estero.
La soluzione a tutto questo, e ciò ci riporta all’inizio, l’aveva già individuata Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu che nella sua opera maggiore afferma “ Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere [...] In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati “.
Semplice, no ?
di Mattia Gangi

Alcuni passaggi credo siano volutamente forzati mentre altri sono decisamente contraddittori. Ma ritenendo per buona l’analisi e le conclusioni i possibili scenari sono due:
1. CONTINUITA’. Visto che il potere inevitabilmente si auto-corromperà e che la lotta eterna sarà sempre tra poteri forti non resta che schierarci alternativamente verso l’uno o verso l’altro per equilibrarli. In questo contesto quanto più è individuabile il potere (Magistratura cone CSM – Governo come Presidente) tanto più facile sarà il riequilibrio. Di conseguenza la soluzione sarebbe inserire tutto in pochi organi decisionali, gestiti in modo personalistico.
2. DISCONTINUITA’. Se inevitabilmente la lotta tra poteri forti finisce con paralizzare ad entrambi il corretto svolgimento dell’attività, la soluzione sarebbe quella di scinderli. Il federalismo, quello vero (ad esempio quello della vicina Svizzera) non quello del “Carrozzone” becero-qualunquistico della Lega è l’unica alternativa. Un potere diffuso, nelle mani dei cittadini, impedisce la formazione di agglomerati talmente forti da scavalcare spesso l’intero quadro costituente.
Delle due l’una! Il resto è cronaca ed in questa cronaca, purtroppo, le forze politiche tutte, senza alcun distinguo, ed i poteri forti stanno ESCLUSIVAMENTE rideterminando i loro spazi operativi e la loro forza. Il tutto senza i cittadini, anzi al di sopra e contro di essi!
Caro ker,
Sono l’autore dell’articolo; prima di tutto vorrei ringraziarti per l’interesse che hai dedicato al mio ragionamento, critiche ed approfondimenti sono sempre ben accetti. Detto questo, sinceramente non capisco il nesso logico di alcune tue affermazioni; quando dici ” Visto che il potere inevitabilmente si auto-corromperà e che la lotta eterna sarà sempre tra poteri forti non resta che schierarci alternativamente verso l’uno o verso l’altro per equilibrarli “, perché non vedi altre alternative che parteggiare per un potere personalistico ?
Io penso che se è vero, com’è vero, che il potere tende a corrompersi la sua concretizzazione dev’essere tutt’altro che personalistica e dunque collegiale. Il CSM è un’assemblea, come il Governo ed il Parlamento, si tratta più che altro di dare forza ai meccanismi decisionali collettivi depersonalizzando il più possibile le istituzioni ( non parlo ovviamente del Presidente della Repubblica che, essendo appunto una persona fisica, ha poteri molto limitati ).
Quando affermi ” Se inevitabilmente la lotta tra poteri forti finisce con paralizzare ad entrambi il corretto svolgimento dell’attività, la soluzione sarebbe quella di scinderli.” non capisco a cosa ti riferisci. La lotta tra poteri non è salutare e, come dici tu, crea una paralisi ma la soluzione, a mio parere, non è cambiare l’assetto delle istituzioni ma cambiare le persone che ne fanno parte. Ad esempio nessun Presidente del Consiglio prima di oggi ha mai insultato così violentemente la Consulta; se Berlusconi lo fa si cambia Berlusconi non l’Istituzione “Presidente del Consiglio”. E poi, scusa, scinderli in che senso ? I poteri sono già separati, tu parli di federalismo che è una delle tante soluzioni più o meno opinabili ma credi davvero che sia una soluzione plausibile ?
Un’ultima cosa : mi indicheresti cortesemente i passaggi ” contraddittori” ?
Grazie ancora per l’attenzione,
Mattia.