Bette Davis, Marilyn Monroe, Rita Hayworth e le altre…Tristi e FAMOSE


Storie di dive depresse e principesse infelici

marilyn tristeHanno avuto tutto dalla vita: bellezza, fama, denaro, successo. Agli occhi di noi comuni mortali appaiono baciate dalla fortuna.

Le vediamo prendere il sole a bordo di magnifici yacht, oziare nelle loro residenze spettacolari, incedere sui tappeti rossi superbe nei loro abiti di alta sartoria. E le immaginiamo serene, felici, appagate dall’appartenenza ad un mondo favoloso a cui non possiamo accedere.

Ma se osserviamo alcune foto, se ci soffermiamo sugli scatti più intimistici, quelli che al di là dei lustrini, delle acconciature perfette, dei gioielli da Mille e una notte, mettono a nudo la vera anima di queste donne, possiamo scorgere qualcosa di molto diverso dalla felicità.

E’ uno sguardo malinconico, una piega inattesa delle labbra, un sorriso forzato, un braccio adagiato sul bracciolo di un sofà in modo sospettamente stanco.

La storia del cinema è piena di dive infelici, vittime di nevrosi e complessi depressivi, assuefatte a droghe e liquori, destinate ad autodistruggersi o a morire sole, emarginate, nelle loro case enormi trasformatesi in prigioni dorate.

Il successo sembra non potere nulla contro il senso di abbandono che progressivamente si impadronisce di queste donne, se persino una “tosta” come Bette Davis poté intitolare la sua autobiografia “The lonely life”, una vita di solitudine.

Marilyn Monroe è solo la più conosciuta delle divine depresse. “Non sono interessata ai soldi”, -- sosteneva – “voglio solo diventare magnifica”. Lo divenne, naturalmente. Ma pagò un prezzo molto amaro. E il 5 agosto 1962 fu trovata morta, nella camera da letto della sua casa californiana, per un overdose di alcool e barbiturici.

Aveva rincorso l’amore per tutta la vita, Marilyn. Ma non era mai riuscita a raggiungerlo veramente. Nella celebrità  si era illusa di trovare una consolazione a quel disperato bisogno di affetto che portava con sé dall’infanzia vissuta senza un padre e con una madre che  un giorno udì “urlare e ridere” mentre veniva immobilizzata dagli infermieri dell’ospedale psichiatrico di Norwalk.01_02_10_i protagonisti_tristemente famose_di_felice

E poi c’è Rita Hayworth, l’Atomica, come venne chiamata da quando l’esercito americano sperimentò il micidiale ordigno applicandovi l’immagine dell’attrice prima del lancio sull’atollo di Bikini. Nessuno sa se la diva avesse altre aspirazioni prima di intraprendere la carriera di attrice. Ma d’altra parte nessuno la consultò. Figlia di un famoso ballerino di flamenco, fu spinta dal padre quasi con la forza ad entrare nel mondo dello spettacolo sin da bambina.

A vent’anni la bellezza di Rita sbocciò in tutto il suo splendore. Ma quel volto già perfetto non andava a genio alla Columbia Pictures e per rimediare all’attaccatura dei capelli considerata troppo bassa l’attrice fu costretta a sottoporsi a dolorosi interventi di elettrolisi. Voleva dimostrare il suo talento drammatico, ma i produttori non glielo consentirono. Dopo “Gilda” (1946), il film che la rese celebre in tutto il mondo, l’immagine indesiderata della pin-up la perseguitò per tutta la sua carriera. Si sposò cinque volte e altrettante divorziò. Col passare del tempo, il suo carattere si fece sempre più difficile e scostante, la sua dipendenza dall’alcool sempre più stretta.

Finché nel maggio 1987, a settantotto anni, non si spense in un ospedale di New York, malata di Alzheimer, sola e abbandonata da tutti, eccetto la figlia Yasmin, avuta dal matrimonio col principe Ali Khan.

Come dimenticare Vivien Leigh, la Rossella O’Hara di “Via col Vento” che ha fatto sognare generazioni di donne? Più che un susseguirsi di feste e ricevimenti, la sua vita fu un’ininterrotta seduta di elettroshock per “curare” un disturbo bipolare che condizionò profondamente tutte le sue relazioni sociali e professionali. E’ impressionante la somiglianza della malattia dell’attrice con quella di Blanche Dubois, la disturbata protagonista di “Un tram che si chiama desiderio” (1951), ruolo per il quale la Leigh ottenne il suo secondo Oscar. Si dice addirittura che il film abbia contribuito ad aggravare la psicosi della diva, al punto che questa si sarebbe immedesimata a tal punto nella parte da non riuscire più a distinguere la propria identità da quella del personaggio interpretato. Una tubercolosi curata male, infine, la condusse alla morte quando aveva soltanto cinquantaquattro anni.

Destino non meno infelice, per avvicinarci ai nostri tempi, ebbe Romy Schneider, l’attrice austriaca che, dopo la fine di una lunga e appassionata storia con Alain Delon alla metà degli anni sessanta, si imbarcò in due matrimoni, entrambi fallimentari, che la fecero piombare nel vortice della dipendenza da alcool e psicofarmaci. Ma il vero colpo di grazia fu la tragica perdita del figlio quattordicenne: la Schneider non si sarebbe più ripresa dal giorno in cui, nell’81, il ragazzo morì infilzato dalle lance di una cancellata che stava tentando di scavalcare.

sorayaLe testimonianze degli amici più intimi ci rivelano che tra i motivi secondari del disagio dell’attrice fu la vergogna, provata per tutto il resto della sua esistenza, per aver interpretato in gioventù il ruolo della principessa Sissi nella famosa trilogia che la condusse al successo.

Come Romy, la bella imperatrice d’Austria visse una vita infelice, al fianco di un uomo che avrebbe voluto amare autenticamente, ma senza mai riuscirvi. “Amo molto l’Imperatore,” – si dice che abbia risposto alla madre Ludovica di Baviera, intenzionata a conoscere i suoi reali sentimenti nei confronti di Francesco Giuseppe che aveva chiesto la sua mano – “ma se solo non fosse Imperatore…”. Un’infanzia felice alle spalle, vissuta lontano da corte e dagli opprimenti doveri dell’etichetta, Elisabetta – o Sissi, come veniva chiamata affettuosamente dal popolo – non seppe mai adeguarsi ai rigidi cerimoniali del palazzo reale, alle ingerenze della perfida suocera Sofia, ad una vita priva di qualsiasi forma di spontaneità. E ben presto divenne vittima della nevrosi. Il culto ossessivo della propria bellezza, accompagnato da attacchi di panico e crisi depressive, iniziò ad occupare quasi interamente le sue giornate. Divenne anoressica e tormentata dalla paura di invecchiare. Nel 1889 il figlio Rodolfo, erede al trono, si suicidò insieme alla baronessa Maria Vetsera, sua amante. Per Sissi fu l’inizio della fine: incapace di continuare a vivere confinata entro le mura del palazzo reale, iniziò a viaggiare per l’Europa, finché un anarchico italiano non la pugnalò a morte nei pressi del lago di Ginevra, esaudendo desiderio confessato al proprio diario di morire “improvvisamente, rapidamente e se possibile all’estero”.

Ma la donna che è passata alla storia come la “principessa triste” per antonomasia è Soraya Esfandiyari Bakhtiyari, la seconda moglie dello Scià di Persia Reza Pahlavi. Il loro fu un matrimonio felice, nonostante fosse stato combinato: nella sua autobiografia “Il palazzo della solitudine”, Soraya parla addirittura di un amore vero, totale, appassionato. Ma era una favola troppo bella per essere vera. E la ragion di Stato intervenne a rompere l’idillio. Sua Altezza Imperiale non poteva dare dei figli allo Scià, che, pur disperato, dovette ripudiarla pubblicamente. In Europa, dove aveva vissuto prima di trasferirsi in Iran, Soraya avrebbe voluto diventare un’attrice. Stabilitasi a Parigi dopo la separazione, la principessa coronò il suo sogno recitando in alcune pellicole. Sul set de “I tre volti” (1965) si innamorò del regista italiano Franco Indovina. Ma la stabilità ritrovata era destinata a non durare: nel 1972 Indovina morì nel tragico incidente aereo di Punta Raisi, nei pressi di Palermo. Nel tentativo di dimenticare l’amore perduto e ricominciare per la seconda volta una nuova vita, Soraya iniziò a viaggiare per l’Europa. Divenne la dama più ricercata, la regina dei salotti più in vista, ma anche una delle celebrità più depresse nella storia del jet-set.

Ai giorni nostri, quotidiani e tabloid  pullulano di storie relative alle “principesse tristi”. L’ultima grande infelice ad andarsene è stata Lady Diana, sulla quale molto (o troppo) è stato già detto e scritto. Poi c’è Masako, la principessa del Giappone che dal 2003 soffre di quello che i nipponici chiamano, con la delicatezza che da sempre li contraddistingue, “il raffreddore dell’anima”. Solo recentemente Masako è tornata a mostrarsi in pubblico e dare segni di ripresa dalla depressione causatale dall’asfissiante ambiente di corte e dall’impossibilità di dare al principe Naruhito un erede maschio.

A destare preoccupazioni è stata infine, in tempi recenti, Vittoria di Svezia, vittima prima di un complesso di inferiorità dovuto alla propria dislessia, e poi di un’anoressia nervosa in cui si sospetta non piccola parte abbiano avuto i frustranti impegni istituzionali richiesti dalla corona.

Ma ora la principessa sta bene, le foto e le dichiarazioni da lei stessa rilasciate ce la mostrano felice e completamente ristabilita.

A questo punto, se per diventare una leggenda non bastano soltanto talento e celebrità, ma si rende indispensabile il requisito dell’infelicità, come sembrerebbe emergere dalle storie delle “grandi depresse”, viva l’anonimato.

E per quanto vogliamo sforzarci di essere originali e di ricavare dalle loro vite una morale nuova e inaudita, ci ritroveremo sempre a sottoscrivere il detto trito e ritrito, ma quanto mai veritiero, “I soldi non fanno la felicità”.

di Giovanni Di Felice

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