Donne al cinema…oltre la crisi di nervi!


sofia loren ninela macchina da presa sembrava

destinata a imitare la realtà e invece s’era

messa a fabbricare sogni”.

(Edgar Morin)

Le donne al cinema hanno molteplici significati, identificano diverse realtà, conflitti, emancipazioni e paure della società, della famiglia, della sessualità e del lavoro. La donna, soprattutto nel comune immaginario cinematografico, è spesso l’oggetto del desiderio, è feticcio, è voyeurismo, è complice, eroina, diva, sex symbol, amante, amica e madre.

E’ altresì ricordo, conquista, musa, icona, indipendenza, “angelo del focolare”, bellezza al bagno, strega, matrigna, traditrice, dark lady o assassina. Oppure, come definiscono molte teorie cinematografiche e psicoanalitiche, come quella di Lacan (psichiatra e filosofo francese), “l’universo femminile rappresenta il non – uomo, la mancanza e, quindi la castrazione”.

Se non consideriamo solamente le attrici e le spettatrici, che talvolta si identificano nella realtà cinematografica o sognano di essere le eroine di qualche pellicola, ci sono anche le donne del e nel cinema. Esse sono quelle che lavorano dietro alla macchina da presa, dietro le quinte, dove è più difficile che ci siano “necessarie” o “naturali” distinzioni tra uomo e donna: le registe, le truccatrici, la sarta e la truccatrice, le montatrici, le segretarie d’edizione, le assistenti alla regia.

Insomma, l’universo femminile ha una valenza fortemente simbolica e strutturale nel discorso cinematografico, fin dagli arbori, perché ricordiamo che è proprio nel cinema, prima ancora dell’avvento della televisione, che la gente comune si identifica e che personaggi differenti trovano spazio nel film, con i loro sogni, desideri, volontà di affermazione e di riscatto.

Anche la donna, quindi. Anzi è proprio nel primo periodo della storia del cinema, da “Nascita di una Nazione” di Griffith del 1915 passando per le grandi dive del cinema muto fino al 1930 circa, che le donne sembrano assumere un ruolo principale nella storia: esse sono emancipate e moderne, eroine e icone dell’epopea americana e europea, libere dagli stereotipi del passato. Purtroppo questo comportamento scomparirà agli inizi degli anni ’30 con l’introduzione della censura e proseguirà per molto tempo.

marlene dietrichE’ a partire da questi anni che il cinema classico tende a rappresentare le donne innanzitutto come oggetto del piacere dello sguardo maschile, seguendo diversi filoni cinematografici dove la donna è la puttana dei film western, è la femme fatale (una su tutte Marlene Dietrich), è la donna del focolare che aspetta il marito forte, padre-padrone e violento. Nel decennio dal ’30 al ’40 sorge però proprio in America  un genere di film destinato al pubblico femminile: “woman’s film”, con pellicole che comprendevano commedie come “La Costola di Adamo”, drammi come “Dark Victory”, thriller come “Rebecca la Prima Moglie”, tutte pellicole che si incentrano su una protagonista che da voce ai problemi prettamente femminili, ma che è allo stesso tempo passiva, inserita all’interno di un ordine patriarcale dove è l’uomo in realtà il vero eroe.

In Italia, invece, altra patria d’eccellenza del cinema, sorgono nel periodo del dopoguerra due filoni cinematografici importanti, per l’Italia e l’arte cinematografica in generale, e per le sue rappresentazioni femminili nel particolare: il neorealismo che ha tra le protagoniste indiscusse Sophia Loren (giovanissima interprete della “Ciociara”, vince l’Oscar come migliore attrice) e il neorealismo rosa, impersonato dall’icona tragica Anna Magnani. Analizzando la “Ciociara”, film di De Sica sceneggiato da Cesare Zavattini tratto dal libro di Moravia, notiamo che il neorealismo italiano tocca uno dei suoi apici, grazie alla figura della donna, di una madre forte e determinata e di una figlia che subiscono una violenza, vista come metafora della guerra, dalla quale usciranno fortunatamente vive, più che mai unite ma allo stesso tempo non potranno mai tornare alla loro vita normale.

Donne forti e passionali, dunque, ed è da questi due periodi che nasce la commedia italiana (i film che meglio rappresentano questo filone sono “Divorzio all’italiana” e “Sedotta e abbandonata”  di Pietro Germi), dove le donne rappresentano le madri che tengono unita la famiglia, amano appassionatamente i loro amanti, i loro mariti e i loro figli, vivono come se ogni giorno fosse l’ultimo, ma sono anche ingenue e temono che senza l’amore la loro vita non possa andare avanti. Ma sono anche donne formose, ragazze della porta accanto, che ben presto vengono consacrate a dive e sex simbol: Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Marilyn Monroe, Anita Ekberg, Ingrid Bergam, Claudia Cardinale, Virna Lisi, Liz Taylor….

mia wallaceUna lista che certo non finisce qui, ma è dagli anni ’50, o meglio ancora negli anni ‘60 , che la donna rivendica la sua femminilità, tutto il suo essere donna, bella e assolutamente da amare, la femme fatale ancora, che diviene la Diva, quella con la D maiuscola, che tutti gli uomini vogliono e che cammina disinvolta e sorridente tra i flash dei fotografi di Via Veneto a Roma.

Queste donne però sono dive all’esterno, attrici che interpretano magistralmente le parti di amanti appassionate, mogli raffinate e fedeli compagne di uomini d’affari o di potere, ma spesso sono donne che desiderano solo amore, null’altro che amore vero e sincero come non mai. Ed è per questo che nella vita privata soffrono.

Alcune attrici assumono invece il ruolo di vera e propria musa di alcuni registi: l’onirico Fellini e la sua Giulietta Masina, Rossellini e Ingrid Bergam, Hitchock e Grace Kelly, ma anche Ingrid Bergam e Melanine Daniels… Anche qui la lista potrebbe proseguire all’infinito, fino ad arrivare ai giorni nostri con Tarantino e Uma Thurman, Almodovar e Penelope Cruz e prima ancora Carmen Maura, Woody Allen e le sue muse, Diane Keaton, Mia Farrow e la “recente” Scarlett Johansson. Tuttavia, analizzando velocemente purtroppo, tutta la storia del ruolo delle donne al cinema, notiamo che esso è stato a lungo sottorappresentato numericamente, con ruoli meno importanti di quelli maschili o erano semplici icone sexy fino agli anni ’70, quando il movimento femminista ha rivendicato il loro ruolo e ha protestato contro la società decisamente patriarcale e maschilista. Certo, molta strada in realtà non ne è stata fatta da allora, l’immagine femminile è ancora stereotipata, salvo alcune eccezioni e alcune brillanti cineaste: Wertmüller o Archibugi in Italia, all’estero Jane Campion – la più femminile di tutte le registe capace di sondare il punto di vista femminile, l’anima e il corpo, con estrema sensibilità – o Jodie Foster e Kathren Bigelow.

C’è però un rinnovato interesse per l’universo femminile, anche dal punto di vista psicologico, durante gli anni ’80 e ’90 in particolare, con figure di donne ambiziose, dedite al successo e all’affermazione, spesso infelici, ma che in fondo, come tutte le donne, desiderano solo amare e essere amate. Donne, madri e amanti emancipate che lavorano, che hanno figli, famiglia, casa, fidanzati e non, amici e amiche, passioni e stregonerie…

Fino a quando, alla fine degli anni ’90, le donne, evidentemente stanche di essere le vittime di un sistema dominato da uomini e patriarcale, hanno deciso di riappropriasi del loro territorio, scegliendo di passare dietro la macchina da presa e narrare l’universo femminile come solo una donna può fare. Agli uomini e ai produttori e al pubblico, soprattutto, questo lavoro tutto femminile piace, e molto. Oppure c’è la tendenza a raccontare storie di amicizia e amore vero tra donne, storie di famiglia struggenti e eroiche, commedie romantiche e passionali nelle quali è sempre la donna, anche se silenziosa, a comandare e a decidere. Non c’è più solamente Freud che si chiede “cosa vuole una donna?”.

Cosa dovremmo aspettarci ancora dalla rappresentazione cinematografica dell’universo femminile ancora non si sa: la società evolve e le donne con essa richiedono sempre più attenzione e sensibilità, salvaguardia e affermazione. Andremo oltre “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, donne alla “Harry ti prento Sally”, donne come Julia Roberts in “Pretty woman” e la “fottuta Cenerentola” che è la più fortunata di tutti e sposa il principe azzurro? Sinceramente, poco importa.

di Patrizia Tonin

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