Recensione. La vita davanti a sé


“C’è una tale mancanza di attenzione nel mondo che bisogna scegliere come per le vacanze, che uno non può andare sia in montagna che al mare. Bisogna scegliere quella che ci piace di più delle mancanze d’attenzione che ci sono al mondo e la gente prende sempre quello che c’è di meglio e di più caro…”05_02_2010_Libri_ La vita davanti a sè

Leggero come il canto di un bambino, tagliente come le affermazioni di un ragazzo ed elegante come “La prima ballerina” del quadro di Degas.
E’ un canto, un racconto, il sibilo di un vento, il testo “La vita davanti a sé” di Romain Gary.
Momò, l’attore narratore, è un bambino di dieci o quattordici anni che osserva il mondo della banlieu di Belleville con l’occhio di chi non ha pregiudizi, preconcetti. Un affresco attento, tenue su una Parigi anni ‘70 con accenni a problematiche sociali ancora oggi al centro di forti dibattiti.
Una puttana grassa, brutta, volgare ed estremamente da amare Madame Rosa.
Un travestito, Madame Lola, che non è niente di normale e per questo così bello.
Un ex venditore di tappeti arabo che vive nel mondo di Victor Hugo.
E una vita non sempre facile, ma che è vita. “Ma prima non ci avevano pensato a strillare perché la vita non ha odore”.
Figlio di nessuno, figlio di tutti è Momò. Non chiamatelo Mohammed perché “in Francia fa subito spazzino o manovale”è come se uno si chiamasse Gesù Cristo sarebbe “da far crepare dal ridere”.
Un testo di una poesia disarmante, capace di trasportarti in un mondo così reale da essere sogno.
Una scrittura che è giusta anche quando inventa i termini; un lessico che vive di contaminazioni culturali e religiose.
Ebrei, musulmani e cristiani che vivono insieme sul ciglio del letto di una vecchia puttana.
Una volta terminato di leggere, assaporare il capolavoro di Gary, non si può continuare a guardare la vita con gli stessi occhi cechi e niente di quel che ti appariva normale rimane tale.
Sei piani e poche vie: è questo il luogo in cui la vita prende forma. Un luogo talmente vissuto da diventare un non luogo di un mondo non reale.

Da sempre la figura delle prostitute è stata fonte d’ispirazione nell’arte. Dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla musica  le donne che esercitano il mestiere più antico del mondo sono state soggetti e ispiratori di opere rimaste nella storia. Ma in “La vita davanti a sé”, le prostitute incarnano l’amore materno, paterno, nulla a che vedere con la sessualità che solo accarezza il testo in alcuni momenti di scoperta del protagonista.

Nulla di simile è, almeno a me, capitato di leggere fino ad oggi e la storia stessa dell’autore di questo splendido romanzo vincitore del Prix Goncourt nel 1975 è essa stessa un romanzo.
Suicidatosi nel 1980, dopo aver sistemato bene la scena del delitto ed essersi vestito con una vestaglia rossa per non far vedere tropo sangue, Gary era considerato oramai un autore finito. Nessuno sapeva che invece c’era lui dietro Emile Ajar, il promettente autore de “La vita davanti a sé”. Solo con la pubblicazione postuma di “Vie et mort d’Emile Ajar” si scoprì la verità.
Ma anche Romani Gary era uno pseudonimo; il suo vero nome era Romani Kacev. A sessanta anni questo incredibile autore lituano era stato ancora capace di guardare con occhi pieni di passione il mondo intorno a lui e di scoprire quei sottili cambiamenti di una Parigi anni ’70 che l’avrebbero condotta ad essere quello che oggi è e di creare un romanzo di seduzione senza parlare  di amore passionale.
“La vita davanti a sé” è uno dei capolavori che ci ha regalato la letteratura della seconda metà del ventesimo secolo.

Edito da la Biblioteca Neri Pozza

di Federica Rondino

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