Cassano, il Don Chisciotte del rettangolo verde
E’ il colmo: il tormentone Cassano approda persino sul palcoscenico del Festival di Sanremo.
Con una notevole trovata narrativa gli autori sanremesi hanno invitato alla kermesse, a pochi giorni di distanza, il calciatore barese e il Ct della Nazionale Lippi, suo acerrimo nemico. Cassano, intervistato per primo dalla Clerici, nonostante un’insolita timidezza, ha scagliato dal suo arco alcune frecce contro Lippi, riscaldando l’ambiente per il successivo arrivo del Mister. Il quale, inopportuno come non mai nel fare da spalla al già disgraziato trio canterino Pupo-Filiberto-Canonici, si è pure sorbito gli abituali fischi del pubblico e l’invocazione “Cassano Cassano”, che ormai lo perseguita in ogni luogo di transito come una nuvola fantozziana.
Questa ennesima parentesi di colore invita una volta di più a riflettere sulla curiosa condizione del calciatore Antonio Cassano, fuoriclasse autentificato, osannato dal popolo dei tifosi, che però, ripetutamente e inesorabilmente, cade in disgrazia nella stime degli allenatori che lo seguono. Negli ultimi tempi, come è risaputo per coloro che seguono le vicende calcistiche, è accaduto alla Sampdoria, club di appartenenza del barese, quanto si è verificato negli ultimi mesi e con interesse nazionale, nel team azzurro. Il giocatore non viene convocato; seguono fisiologici malumori dell’interessato e, soprattutto, seguono malumori ben più vivaci e pittoreschi da parte dei tifosi, letteralmente infuriati di fronte alle esigenze tattiche ostili al calciatore. Per quanto concerne l’Italia, non ci sono, ad oggi, altri calciatori così ostinatamente richiesti dal furore del popolo e così ostinatamente ignorati dal Selezionatore. Anche Roberto Baggio, va bene, era un fuoriclasse poco amato dai Commissari tecnici (e tuttavia in Nazionale scrisse ugualmente pagine indelebili). Ma siamo ben lontani dall’intensità di cori, striscioni, addirittura invasioni di campo che inneggiano ad Antonio in qualsiasi stadio si rechino gli Azzurri. E ora ci si mette pure il pubblico del Festival di Sanremo!
Perché mai, c’è da chiedersi, tanto attaccamento verso la contraddittoria genialità di Cassano, dal momento che il giocatore ha fornito diverse prove negli ultimi anni di non riuscire a sopportare gli alti livelli di professionismo che necessariamente pesano sulle spalle dei massimi campioni dello sport?
Osservando la Nazionale è facile affermare che la squadra gioca male, pratica un calcio noioso e il tifoso intuisce che l’inserimento di un alto calibro come Cassano basterebbe da solo a ravvivare un’intera partita. A maggior ragione in una squadra come la Sampdoria, quasi totalmente priva di guizzi tecnici, Antonio riscalda l’animo dei tifosi con talune giocate superbe, magari non sempre decisive ai fini del risultato, ma che di certo ripagano, come si suol dire, il prezzo del biglietto. Alcuni tifosi sampdoriani melomani paragonano con onestà intellettuale Cassano al Pavarotti dei tempi d’oro; Alessandro Baricco, invece, ha più volte associato la figura del barese a quella di un poeta beat.
Ecco che allora ci avviciniamo ai motivi della passione che Antonio accende tra i tifosi, molto più che tra gli addetti ai lavori. Il tifo, è cosa ovvia, si distingue a livello spaziale dal terreno di gioco: laddove il giocatore si fa carico dell’esperienza fisica, concreta e materiale della gara, il tifoso, che è comunque parte integrante della messa in scena, occupa sugli spalti quello spazio intermedio tra vita quotidiana e luogo dell’agone. Nel momento in cui entra in uno stadio, più o meno inconsciamente, il tifoso si cala dunque in un mondo simbolico e rituale, attraverso uno sforzo di fantasia che lo trascinerà con suo godimento all’interno di un universo ludico fatto di colori e di bandiere, di cori e di scie emozionali che seguiranno le correnti del pallone. In questo spazio simbolico rientra certamente anche l’identificazione del tifoso con la squadra (quando vince la squadra vinco anch’io), ma forse ancor più l’identificazione del tifoso con il singolo giocatore. I primi passi del tifo, si sa, si muovono idolatrando un singolo giocatore.
Si spiega così la stretta adesione che unisce il tifoso al giocatore amato. Antonio Cassano è amato per la sua opera all’interno del rettangolo di gioco perché con più facilità ci si proietta su di lui. E il motivo è molto semplice: perché, tra gli italiani, è il più bravo. E’ il più bravo a tenere la palla fra i piedi, il più bravo a dribblare l’avversario, il più bravo ad avere il controllo sulla situazione del gioco (chiamasi visione di gioco) e quindi a lanciare il giocatore meglio piazzato nel momento decisivo. Ha intelligenza (calcistica) e abilità tecniche superiori, è evidente. Gioca a calcio come idealmente vorrebbero giocare tutti quelli che si muovono dietro a un pallone. In più, con la fantasia e l’imprevedibilità delle sue mosse, ha un accesso privilegiato a quell’universo ludico che è proprio del tifoso, un mondo, si è detto, nutrito più dall’immaginazione e dalla favola che dalla realtà.
Nella realtà, infatti, Antonio si scontra con le esigenze molto più grezze dell’appartenenza ad una squadra. E quindi con le problematiche che riguardano aspetti tattici, gestioni di spogliatoio, rapporti interpersonali, allenamenti, sudori e fatiche. Tutto quanto si distanzia “sideralmente” dal mondo ben più romantico del tifoso (e da quello di Antonio, calciatore al grado zero), ma con cui ha quotidianamente a che fare l’allenatore e lo staff tecnico della squadra. Allenatore che per lo più, praticando ai massimi livelli e sostenendo la propria filosofia di conduzione del gruppo, non vorrà mai eclissarsi come soggetto concedendo piena libertà ad un solo elemento della banda.
Povero grande Cassano, sostenuto dai tuoi romantici tifosi che ti incitano contro i mulini a vento: non arrenderti e continua a farci divertire!
di Franco Quaini

Author: Vanessa (125 Articles)
Responsabile Ufficio Stampa
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