Edward Hopper, pittore dei fotogrammi quotidiani


hopper_edward_morningDopo il successo di Milano, apre anche a Roma, nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso 320, l’attesissima mostra antologica su Edward Hopper, pittore americano emblematico dei primi decenni del XX secolo.

Da segnalare in primo luogo le novità, come la presenza di cinque opere e relativi disegni preparatori non presenti a Milano, tra cui spicca il capolavoro “The Sheridan Theatre” del 1937, definito da alcuni la summa dell’intenso rapporto tra l’artista e l’allora emergente mondo del cinema hollywoodiano. E poi l’allestimento, voluto dal Presidente della Fondazione Emmanuele F. M. Emanuele e curato dai professionisti del team Master IDEA, col coordinamento dall’architetto Luca Cendali. A loro va l’indiscutibile merito di aver raggiunto con un’unica, eclettica, soluzione due obiettivi: offrire al pubblico un’atmosfera suggestiva al primo impatto col percorso espositivo, e sopperire ad un’illustre assenza nella collezione, il celebre dipinto “Nightawks”, che raffigura l’interno di un bar notturno ad angolo, il barista e tre avventori, inondati dalla luce fredda di un neon (quadro ripreso anche nella serie “The Simpson). Il prestito non è stato concesso dall’Art Institute di Chicago a causa dei rischi legati alla sua conservazione, aggravati dalle grandi dimensioni dell’opera. Ma “Nightawks” non poteva mancare, e dunque la scelta è quella di far entrare il visitatore dentro l’opera d’arte. Nella prima sala infatti c’è una ricostruzione dello stesso bar con manichini a grandezza naturale, ad immagine e somiglianza dei personaggi del dipinto: una donna, due uomini e il barista; il pubblico può finanche superare la vetrina e accostarsi al bancone, in un’atmosfera notturna e quasi onirica, evocata dal tintinnio di tazze, cucchiaini e bicchieri, rumori indicativi della consueta chiusura di fine giornata di un bistrot.

La rassegna inizia con la sala degli autoritratti, una filiera cronologica che attesta le varie fasi della pittura hopperiana, e la graduale elaborazione della funzione della luce. Dai primi quadri che sembrano quasi esercizi d’età giovanile, di ispirazione classica su fondo scuro, si arriva al piccolo “Self Portrait” (1925/1930), dove gli effetti cromatici traggono vita dal fondale chiaro in cui è immersa la figura, offuscata solo dalla falda del cappello Fedora, che non lascia intuire quale sia lo sguardo dell’autore.

Edward Hopper nasce nel 1882 in un paese di provincia sul fiume Hudson, e si trasferirà a New York per studiare pittura alla School of Art. Talento precoce, si reca a Parigi ben tre volte, dove raffina la sua personalissima tecnica. Al periodo francese è dedicata un’intera sala, con raffigurazioni di paesaggi urbani scarni ed essenziali, inondati di luce ma poveri di figure umane. Unica eccezione, “Soir Bleu”, opera del 1914, in cui l’artista ci racconta tipi umani molto diversi, una donna – forse una prostituta, una maschera, un operaio e un dandy parigino. Gli schizzi preparatori documentano una meticolosità quasi maniacale nella caratterizzazione dei personaggi, i cui tratti poi, sulla tela, divengono genuini e decisi, come in un fotogramma cinematografico.

Larga parte della critica, a questo proposito, sottolinea le contaminazioni reciproche tra i quadri di Hopper e i film noir degli anni venti, soprattutto se si guardano alcune incisioni come “Night Shadows”, dove un cono di luce ci catapulta all’angolo di una strada sul set di un thriller.

La grandezza della pittura di Edward Hopper sta nel trasmettere un senso immediato dei mille volti della realtà, della vita quotidiana di quella middle-class che fece grande l’America tra le due guerre, senza tuttavia celebrarla con toni epici o trionfalistici. Il punto di vista dell’artista è sempre dimesso, anche quando raffigura i simboli monumentali della modernità, come il ponte di Queensborough o le stazioni ferroviarie, tutti soggetti ritratti dal basso, come da un osservatore apparentemente neutrale e quasi atrofico. In realtà i bozzetti delle opere, con gli innumerevoli appunti a matita attorno alle figure, svelano la dovizia di particolari che il pittore studiava prima di giungere all’opera ultima.

Nella stesura del colore pieno, nella combinazione delle linee asciutte e pulite con pochi contrappunti sfumati, nella resa dei giochi di luce diretta e tagliente attraverso finestre – elementi ricorrenti nei suoi quadri – si possono ravvisare le caratteristiche della pittura figurativa, ma anche le tracce della gavetta del grande artista. Negli anni giovanili, Hopper fece l’illustratore presso alcuni giornali, impiego che gli permise di mantenersi e raffinare una tecnica che poi, a partire dalla seconda metà del secolo, costituirà la base della pop art. Basti pensare alle pompe di benzina, o agli altri oggetti divenuti icone dal movimento pop, e non sarà difficile scorgerli nelle tele di Hopper.

I suoi quadri sono silenziosi fotogrammi estratti dalla pellicola sulla quale si svolge la vita di ogni giorno, nei contesti urbani, che divengono, sotto il pennello di Hopper, cassa di risonanza della solitudine umana. Uno per tutti, Jay Gatsby, il protagonista del classico di Francis Scott Fitzgerald del 1925 “Il grande Gatsby”, sembra essere uscito da una tela di Hopper. La casa in cui vive, l’officina meccanica, la campagna come contrasto con la città, il fiume Hudson, la luce verde che tante sfaccettature simboliche aggiunge alla trama narrativa, ed infine la sua intima solitudine permettono letteralmente di chiudere il cerchio che i quadri di Hopper tracciano senza congiungere.

I racconti di Hopper usano geometrie semplici, simmetrie perfette per narrare una città che isola l’uomo, una modernità incalzante, che impone la convivenza, la compresenza di figure umane indifferenti e incomunicabili tra loro. Tra i personaggi di Hopper non c’è dialogo, non c’è intesa, né tanto meno sguardi, come in “Second story sunlight” (scelto per la copertina del catalogo), dove sulla veranda di una casa di campagna abbiamo due donne, che sembrano ignorare la reciproca presenza, al punto da far pensare che siano la stessa persona ritratta con quarant’anni di distanza, giacché la prima è molto più anziana della seconda.

Presenza costante e prorompente in ogni composizione hopperiana è un fascio di luce diretta sulla scena, che inonda letti disfatti, tavolini di bar, tetti spioventi, giardini e visi immobili, quasi a costituire l’unica fonte comune di possibile aggregazione.

La mostra rende omaggio ad un acuto osservatore dell’animo umano, e allo stesso tempo ne legittima l’opera con un’attenta analisi del tempo e delle influenze in cui ha vissuto l’uomo, prima ancora che l’artista Hopper. A questo proposito, una sezione è dedicata alla ricostruzione fotografica della vita del pittore.

L’edizione di Milano ha registrato visite da record (oltre 180 mila ingressi), e le stime sulla versione capitolina non sono inferiori. Promossa dalla Fondazione Roma, la mostra è stata curata da
Carter Foster e prodotta dal Comune di Milano e Arthemisia Group, in collaborazione con il Whitney Museum of American Art di New York e la Fondation de l’Hermitage di Losanna, dove si terrà l’ultima tappa espositiva, in estate. Aperta a Roma fino al 13 giugno, la collezione può essere visitata tutti i giorni dalle 10 alle 20, salvo il venerdì e sabato, in cui c’è tempo fino alle 22. La Fondazione organizza visite guidate, per scolaresche o per adulti, laboratori per i bambini e serate speciali, è sufficiente prenotazione telefonica al numero 066786209.

di Irenella Sardone

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