“Soul Kitchen”, di Fatih Akin (Germania, 2009) **1/2


Soul kitchenLa vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a fare altri progetti.

Scanzonata e divertente, “Soul Kitchen” è una favola per adulti dove i buoni vincono, i cattivi perdono e chi evade il fisco finisce in galera…

Eh sì, è proprio una commedia! Una colorita commedia tragicomica, tutta da vedere, ma soprattutto da ascoltare!

Non a caso, il titolo è lo stesso di una vecchia canzone dei Doors, che però nella pellicola manca per via della richiesta di diritti esorbitanti.

La musica è, infatti, un’importante protagonista della storia, usata magistralmente dal regista con funzione di commento, alternando brani strumentali funky dei Kool & The Gang, Quincy Jones, il R&B di Sam Cooke e Ruth Brown, il latin jazz afrocubano di Mongo Santamaría, il rock, l’hip-hop, l’elettronica tedesca, le canzoni popolari di Hans Albers,  la voce di Louis Armstrong, le sonorità turche, il Sirtaki, e il Rembetiko, un genere della musica greca.

Il Rembetico, in Grecia, è considerato come il tango per gli argentini o il fado per i portoghesi.

È nato nei bassifondi della società da persone emarginate, ma desiderose di dare voce ai loro disagi ed alle loro peripezie attraverso la musica, a volte in chiave triste, altre volte in maniera ironica e finanche scherzosa!, pur trattando di drammi personali e sociali niente affatto divertenti come l’amore non corrisposto, il tradimento, il malaffare, la povertà, la droga, la prostituzione e via dicendo.

La presenza di questa musica, da sola, racconta il film del regista turco-tedesco, Fatih Akin, autore di qualità, già noto per l’indimenticabile “La Sposa Turca”, Germania 2004 (Orso d’Oro a Berlino), in cui si raccontava di una società ai margini, senza però alcuna via di scampo, perché anche la fuga, il viaggio, si trasformava in tragedia.

Il dramma in “Soul Kitchen” non manca, ma è raccontato con tenace ottimismo ed infarcito di gags che si susseguono a ripetizione con un ritmo travolgente tra soluzioni narrative spassosissime.

Complice una sceneggiatura fluida e brillante cofirmata dal regista stesso e da Adam Bousdoukos (che tra l’altro è stato titolare di un ristorante per circa nove anni), qui anche attore protagonista nei panni di Zinos Kazantsakis, piccolo imprenditore di origine greca, proprietario e cuoco di una “Taverna Greca”, chiamata appunto “Soul Kitchen”.

La “Tavera Greca” in realtà è una bettola ricavata in un capannone di periferia, a Wilhelmsburg, quartiere di Amburgo, dove si frigge di tutto, per clienti senza pretese, perché fritta – si sa – è buona anche una ciabatta!

Zinos è un vero collezionista di sfortune: i suoi affari non vanno proprio a gonfie vele quando Nadine (Pheline Roggan), la fidanzata sassone e upper class, decide di andare a lavorare a Shangai, lasciandogli come unico ricordo e strumento di comunicazione un laptop con videocamera e programma telefonico Skype.

Colpito da un atroce mal di schiena, Zinos decide di affidare la cucina ad un eccentrico ma raffinatissimo Chef, Shyan (Birol Ünel), appena licenziato ed incontrato per caso, e per raggiungere Nadine firma una procura a favore del fratello Illias (Moritz Bleibtreu), ex detenuto in semilibertà, bandito inveterato, con un debole per il  gioco d’azzardo…

Come potrà andare a finire?

Gli ingredienti del “Cibo per l’Anima” non sono solo i facili espedienti per le battute esilaranti da cinepanettone. Ci sono valori importanti, come l’amore, l’amicizia, la lealtà, i legami familiari imprescindibili e indissolubili, e poi, tema caldissimo, l’integrazione culturale.

I messaggi profondi, dunque, non mancano. Il divertimento è corale. Il ritmo è incalzante. Gli attori sono formidabili. I titoli di coda un capolavoro.

Sì, l’idea è un po’ una “furbata” sulla scia del successo di  “The Millionaire”, UK-USA, 2008, che lo scorso anno ha dimostrato che il tema del multiculturalismo e del disagio sociale a lieto fine, oltre a sbancare il botteghino, è in grado di portare a casa ben 8 statuette e una carrellata di altri premi da record. Un successo esagerato, da cui il giovane Akin deve aver imparato qualcosa.

La trama di “Soul Kitchen” non è imprevedibile, le trovate comiche del funerale e del condimento afrodisiaco niente affatto originali e, ancora, qualche scena demenziale si poteva evitare, ma in sala il pubblico ride fragorosamente, e allora ecco spiegato perché alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2009) “Soul Kitchen” si è aggiudicato il Leone d’argento – Gran premio della giuria. Vedere per credere!

Patrizia Lima

  • Print
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Diggita
  • Diigo
  • eKudos
  • email
  • LinkedIn
  • MySpace
  • PDF
  • RSS
  • viadeo FR
  • Wikio

Gli utenti che hanno letto questo articolo, hanno letto anche ...

Line Break

Author: Redazione (935 Articles)

Redazione

Speak Your Mind

Tell us what you're thinking...
and oh, if you want a pic to show with your comment, go get a gravatar!