Mafia e politica : tutti i nomi delle liste sporche


mafiapolSiamo entrati nella settimana “calda” delle elezioni regionali 2010. Infatti, tra meno di una settimana, si andrà a votare per decidere chi governerà le varie regioni e, nel caso di città con le elezioni comunali, i comuni italiani. Fervono i preparativi per i seggi elettorali e, nonostante il clima di par condicio, per gli ultimi ritocchi di campagna politica. I cittadini che voteranno, cercano di raccogliere le ultime informazioni utili al voto e, quelli che non voteranno, si preparano a passare semplicemente un weekend come tutti gli altri. Ma, in tutto questo tran tran, anche le associazioni a delinquere si preparano al voto.

Non per niente é stato emanato, circa un mese fa, un codice etico dalla Commissione Parlamentare Antimafia. Il proposito é stato quello di fornire ai partiti uno strumento, per selezionare con rigore le loro candidature. Nonostante ciò i partiti, specialmente al Sud, hanno candidato persone al limite della legalità, nel migliore dei casi; nel peggiore hanno candidato persone al di fuori della legalità. E’ per questo che, a Napoli, i magistrati della Procura antimafia hanno già acquisito le liste con tutti i candidati al consiglio regionale della Campania. E hanno cominciato a studiarle. Anche la Commissione Parlamentare Antimafia, in attesa che le prefetture comunichino ufficialmente le candidature non in regola con il codice, ha raccolto un centinaio tra informative e segnalazioni di candidati considerati “a rischio”. Si calcola che le elezioni 2010 possano essere condizionate in quattro regioni del Sud.

Ma qual’é l’obiettivo dei mafiosi? L’obiettivo é quello di arrivare a gestire quasi tutti i 169 miliardi di euro all’anno, gestiti dalle Regioni. Soprattutto appalti di ospedali e Asl, convenzioni esterne e consulenze della sanità, fondi per la formazione. Per ottenere ciò esiste un vero e proprio “traffico dei voti”, con delle tariffe. Le istruttorie e le sentenze giudiziarie più recenti raccontano che ci sono angoli del Paese in cui l’elezione in Regione può costare la contenuta cifra di 15 mila euro, come per le ‘ndrine calabresi; oppure nel napoletano, la stessa carica si acquista con 60 mila euro, oltre alla promessa di lavori pubblici e forniture per i clan. Un business che cambia modalità, quello del traffico di voti.

Ma non al punto da non lasciar tracce, come spiega Franco Padrut, storico segretario della Camera del Lavoro a Palermo, uno dei maggiori esperti italiani di flussi elettorali. “Sono rimaste intatte negli anni alcune caratteristiche del controllo del voto, come l’espressione della preferenza, meglio se multipla. Un esempio lampante arriva proprio dal ciclo delle elezioni regionali 2005-2008 dove, al Sud, è stato registrato un tasso di preferenze molto più alto rispetto alla media nazionale: l’89,6% in Basilicata, l’86 in Sicilia, il 78 in Puglia e Abruzzo, il 76 in Campania mentre la media italiana è del 51″.

Ma qual è l’incidenza del consenso mafioso nella formazione della rappresentanza? Si calcolava un volume di 4 milioni di voti, fino a qualche lustro fa. Aggiunge Padrut: “L’incidenza oggi è meno vistosa, ma profonda. Il condizionamento la criminalità organizzata tende a esercitarlo su altri livelli: il controllo della spesa pubblica, gli apparati amministrativi. E con l’entrata in vigore del Porcellum il condizionamento delle mafie si è spostato sulla compilazione delle liste più ancora che sul voto”.

Quindi le associazioni a delinquere non scelgono più un partito, ma cercano di esercitare un controllo che sia trasversale a tutti i partiti. Anche perché non gli serve più il controllo del territorio, ma soltanto seguire i flussi di denaro e cercare di acquisirli. Ormai le mafie hanno cambiato pelle e l’immagine del “picciotto” con la coppola e la lupara é obsoleta: adesso i mafiosi sono in giacca e cravatta e parlano di stock-option, di azioni in borsa. Il potere mafioso, oggi, agisce più sul lato economico-finanziario, subordinando di fatto la politica.

Ma vediamo i casi più eclatanti di infiltrazioni mafiose nel Sud. I casi più clamorosi si registrano in Campania e in Calabria. In Campania incredibile il caso di Roberto Conte, 43 anni, espulso dai Verdi e dal Pd, torna in una lista che sostiene il candidato presidente del Pdl, Stefano Caldoro. L’ex consigliere regionale è stato condannato in primo grado, otto mesi fa, per concorso esterno in associazione mafiosa, con l’accusa di avere “acquistato” dalla camorra la sua elezione alle regionali del 2000. Conte è anche l’unico degli impresentabili per il quale un padrino pentito, Giuseppe Misso, abbia confermato la costituzione del patto politico-mafioso.

Poi c’é Sandra Lonardo, la signora Mastella, nelle liste del centro-destra. Lei é imputata per reati contro la pubblica amministrazione. Per il PD c’é l’ex-sindaco di Villa Literno, Enrico Fabbozzi, il cui comune é stato sciolto per associazione mafiosa. Lui non é indagato, però se il comune che prima dirigeva é stato sciolto per mafia….sarebbe meglio non candidarsi, o no? In Calabria, di cui bisogna ricordare che si sta uscendo da un Consiglio Regionale dove, su 50 consiglieri, 35 sono o imputati, o indagati, o condannati, da segnalare innnzitutto il caso di Antonio La Rupa.

Egli é figlio di Franco La Rupa, ex consigliere regionale dell’Udeur, che nel 2005 strinse, scrivono i pm di Reggio, “attraverso l’intermediazione di Luigi Garofalo, un accordo con Antonio Forastefano, boss della ‘ndrangheta, in forza del quale si impegnava a corrispondere denaro in cambio di voti”. Corrispose la bellezza di 15mila euro. Ora il figlio si presenta a sostegno della lista di Scopelliti, ex-sindaco di Reggio Calabria e candidato alle regionali del PDL. Poi c’é il caso di Tommaso Signorelli (Socialisti uniti), anche lui con Scopellitti presidente.

Il candidato fu arrestato nel dicembre del 2007, nell’inchiesta della Dda di Catanzaro che portò allo scioglimento, per infiltrazioni mafiose, del Comune di Amantea. Era lui, dice la procura antimafia, “il politico di riferimento del clan” che per tre anni almeno (dal 2004 al 2007) avrebbe favorito i Gentile-Africano nell’acquisizione degli appalti e dei servizi nel porto di Amantea. In Calabria, secondo i dati arrivati all’Antimafia, i candidati a rischio sono 21: sedici sostengono la candidatura di Scopellitti, cinque quella di Loiero. Altri casi si registrano anche in Puglia e in Basilicata. Tutto ciò senza tenere in conto tutte le persone, presenti nelle varie liste di tutta Italia, indagate o prescritte.

Di certo il dato non é confortante e, alla luce di quanto scritto sopra, non stupisce l’articolo di Saviano in cui si invoca l’ONU per sorvegliare il corretto svolgimento delle elezioni. Nonostante bisogni sempre accertare che i sospetti giudiziari sui politici siano veri, ciò che risulta oggettivo da tutte queste indagini é che il confine tra una corretta amministrazione delle risorse pubbliche, gestita secondo criteri economici, e tra un’amministrazione gestita secondo criteri “clientelari”, sia molto labile.

E’ prassi consolidata, in qualsiasi discorso, o in qualsiasi ambiente di lavoro, parlare della politica come di un luogo dove é solo “l’inciucio” a dominare. E questo non fa bene. Non fa bene soprattutto ad un punto essenziale della vita democratica: la meritocrazia. E’ questa che spinge le persone a comportarsi secondo le regole. Se viene ripetutamente violentata le persone avranno il dubbio che comportarsi secondo le regole non paga, e per una società non c’é disperazione più grande.

di Mariano Belmonte

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