Mutamenti “regionali”. Cosa cambia in Italia dopo le ultime elezioni?
Quello delle consultazioni elettorali è sempre un bel momento. Unico, forse, se non l’ultimo in cui la sovranità viene effettivamente esercitata dai cittadini ed i partiti attendono con ansia il responso delle urne. Uno strano intervallo nelle moderne campagne “totali”, permanenti, che da un momento all’altro disegna nuovi scenari, mutate alleanze e diversi profili politici.
In particolar modo le elezioni regionali, in base a quanto previsto dal nostro ordinamento in materia di sussidiarietà ed autonomia, diventano puntualmente megafono degli umori locali, restituendo al vertice decisionale ed alla stessa società una precisa istantanea del paese. Una mappatura degli equilibri, dei centri di potere, di ciò che va bene, delle formule vincenti e di quanto, invece, dovrebbe essere riformulato dai policy makers; una vera e propria verifica ex post che il voto mette in atto in un ottica di avvicinamento, accorciamento delle distanze istituzionali e potenziamento della base elettorale.
Dopo il silenzio forzato che in quest’ultimo mese di Marzo ha investito l’informazione politica televisiva, in questi giorni il chiasso di opinionisti e uomini politici rende confusa anche la più chiara delle immagini. Ma il 28 ed il 29 Marzo 2010 sono passati e le urne sono chiuse; cerchiamo dunque di capire insieme cos’è successo in Italia all’indomani dell’ultima tornata elettorale.
Il primo dato, schematico, è un calo dell’8 % nel totale dei votanti; un’altissima percentuale d’astensione che già di per sé parla chiaro circa lo stato di salute della nostra democrazia. Sarebbero infatti circa 2 milioni i voti in meno per il Pd ed un milione per il Pdl. Andando poi ad analizzare i risultati regione per regione, notiamo una vittoria di misura che vede il Partito Democratico in vantaggio sul Pdl con 7 regioni su 6; una misera consolazione rispetto al 2005 quando, un centro-sinistra ancora coalizione conquistava ben 11 regioni, lasciando le storiche Piemonte e Lombardia in mano all’allora Casa delle Libertà.
Ma al di là di questa immagine sportiva, cercando di scavare un po’ più a fondo nel terreno della politica, gli effetti più rilevanti che queste elezioni hanno portato sono altri. In particolare, le dimissioni del ministro Fitto dopo il clamoroso flop in Puglia, il raddoppiato peso della Lega Nord, la sconfitta delle strategie d’alleanza del PD e l’importanza delle nuove formule elettorali.
Andando con ordine meridionale, partiamo dal Sud.
La vittoria in Puglia di Nichi Vendola, ostacolato oltre che dal centro-destra anche dalla nomenklatura dalemiana del Pd, ha avuto come prevista conseguenza un totale ribaltamento dei giochi all’interno del Pdl pugliese. Dopo aver forzosamente “spinto” il suo Rocco Palese, preferito alla candidata sostenuta dall’Udc Adriana Poli Bortone, il ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto ha consegnato le sue dimissioni al tavolo del premier.
Un gesto quasi dovuto dopo le insistenze del ministro nei confronti di un Berlusconi parecchio irritato, un conto da pagare per un errore di presunzione politica dati i precedenti movimenti di avvicinamento dello stesso Berlusconi verso l’Udc pugliese.
Ma Vendola governatore non vuol dire soltanto vittoria della sinistra, ma bensì vittoria di una ben precisa formula che denuncia le storture del partito forte ed apre ad una nuova forma di partecipazione popolare che vede nelle sue Fabbriche un modello concreto di mobilitazione dal basso. “ La leadership – secondo Nichi Vendola – è una funzione non una finalità”. Insomma un modello che rifiuta le imposizioni dall’alto tipiche di un partito, come il Pd, che nelle sue macchinazioni elitarie ha sempre fallito.
Per quanto riguarda il Nord invece le alleanze rimangono le stesse ma il bastone del potere si sposta decisamente in mano ai vertici del Carroccio.
I giovani luogotenenti del Senatùr Roberto Cota e Zaia conquistano rispettivamente Piemonte e Veneto ed in tal modo raddoppiano il risultato della Lega Nord che solo nel Veneto accumula un imponente 35%. Superati i confini immaginari della Padania di Alberto da Giussano la Lega allarga dunque la sua base elettorale parlando di sicurezza, identità, immigrazione, organizzando gazebo ed entrando in contatto con il mondo operaio.
Risultati entusiasmanti per le camicie verdi che nelle roccheforti rimpiazzano la vecchia Dc, incassando una sconfitta solo a Lecco dove il ministro Castelli si ferma al 44%.
Ma se, come titolano molte testate, il vero vincitore quest’anno è l’astensionismo, il PD è il vero sconfitto; Bersani, lungi dal voler ammettere la batosta elettorale ed iniziare un percorso di rinnovamento della classe dirigente che ormai tutta la sinistra è stufa di aspettare, dissimula un falso entusiasmo : “ Il PD tiene e accorcia le distanze [ … ] all’inizio di gennaio nessuno era disposto a scommettere che il centrosinistra avrebbe conquistato 7 regioni su 13 [ …] il partito ha tenuto anche se questo è un punto di partenza e non di arrivo ”.
Infine, invocando un rinnovamento, torna a fare sentire la sua voce Romano Prodi : “ Bisogna ridare al cittadino la fiducia, la capacità di contare. Nella vita quotidiana di partiti che di vita quotidiana ne hanno sempre meno e nel momento del voto” dice Prodi. “Non è un caso che in ogni competizione elettorale si moltiplichino le lamentele sulle candidature a cui i cittadini sono chiamati a dare il proprio voto”.
Ed è proprio sul concetto di fiducia del cittadino, sulla percezione di vicinanza che i partiti riescono a trasmettere al proprio elettorato che sembra essersi giocata questa ultima, faticosa, esperienza elettorale. A prescindere dunque da qualsiasi presa di posizione, si deve ammettere che laddove la politica riesce a colmare la frattura comunicativa e valoriale con la base ( Lega Nord ed Idv ) il sistema dei partiti ancora tiene, mentre dove ancora si impone il bipartitismo audioleso degli elefanti elettorali, il partito lascia spazio a nuove forme di partecipazione diretta.
di Mattia S. Gangi

Dal giornale più commerciale ed occasionale, il Metro di Montreal, leggo di tutto sulla politica Italiana e in particolare sulle gaff del Premier. Non so, magari è solo pregiudizio degli editori Canadesi, comunque… A cominciare dal fatto che devo sopportare ogni volta di essere deriso per la classe politica Italiana, non posso altro che rispondere che i politici in carica, ad ogni governo, non sono altro che espressione delle preferenze di parte della popolazione. E che dire poi dell’aspetto mafia?
Cosa posso rispondere se non che la mafia purtroppo è qualcosa che siamo costretti a subire inquanto troppo collegata alla politica.
Io da profano in materia, come tutti ho le mie idee, e penso che comunque il bello e il cattivo tempo non durino tutto il tempo. Magari l’Italia in questo momento ha bisogno di passare un periodo di ANTIPOLITICA, finquando si spera che i cittadini comprendano a fondo che il problema non è essere tutti felici e contenti con il classico contentino a tutti dato dal politico in carica, ma avere dei politici che siano indipendenti (non collusi con la mafia, nè economicamente influenti) e sopratutto preparati. L’Italia ha bisogno di una classe politica di alto livello!! E se questa c’è gia in parte a Roma, purtroppo non è lo stesso nelle regioni, specialmente al sud (e torniamo sempre agli stessi problemi: clientelismo, collusione, etc..etc..).
Devo dire purtroppo che in questo momento sono molto confuso, mi trovo tra un profondo senso di appartenenza alla mia nazione, alla mia cultura, alla mia storia, ma non mi sento per niente rappresentato da chi ci governa, nè a destra nè a sinistra; e ancor peggio non vedo grandi miglioramenti in un orizzonte temporale che va da ora ad almeno i prossimi dieci anni.
Ma d’altronde che cosa vogliamo, siamo il paese di pulcinella, degli spaghetti e del mandolino, abbiamo il 56% del patrimonio culturale mondiale, abbiamo il Vaticano, sole, mare, cultura, musica, esportiamo geni da centinaia di anni, e chi più ne ha più ne metta… Non possiamo certo avere tutte le fortune!
Dal Canada passo e chiudo.