LA CAMERA SOSTIENE L’ETICHETTA “made in Italy”


Made in ItalyIl 17 marzo la camera dei deputati ha dato il “si” all’ unanimità e in maniera definitiva ad una legge che proteggerà l’uso della etichettatura “made in Italy”.

Anche se manca ancora il riscontro con l’Unione Europea, tutto sembra annunciare che dal primo di ottobre 2010 sarà effettiva la legge “Reguzzoni-Versace” che regolerà l’uso d’una delle etichette piú ambite e pregiate al mondo. Con questa legge l’Italia diventa pioniere di una lotta per la revisione delle normative sull’ origine dei prodotti europei. Una normativa che se ben fin da ora ha mostrato molti punti di debolezza, speriamo cambierà in futuro anche con l’ appoggio degli eurodeputati francesi.

L’iniziativa italiana, al momento protegge solo gli interessi nell’ ambito del tessile, calzaturiero e della pelletteria, ma sono già molti altri i settori che vogliono aggiungersi a questo contesto. Si cerca così di difendere la qualità dell’ etichetta, garantendo che almeno il 50% del prodotto venga adoperato nel paese. Questa é anche una buona iniziativa per creare una sorta di elite dei marchi italiani.

I prodotti confezionati per intero in Italia potranno usufruire del segno “°100% made in Italy” o “All Italian”. Fin ora, alcune imprese utilizzavano questo marchio fraudolentamente, al riparo dalla normativa europea, che obbliga solo di riferire nell’etichetta uno dei paesi dove l’articolo é stato manipolato. Ma da quando la legge sarà in vigore, ogni uso non conforme alla Legge sarà punibile con una sanzione fino a 250.000€.

Ma parliamoci chiaro, é così importante il luogo di provenienza di un articolo in un mondo globale come quello di oggi?  Evidentemente si, soprattutto visto i sotterfugi utilizzati, per mascherare, specialmente la provenienza degli oggetti che provengono dai paesi in via di sviluppo.

La questione risulta ancora più pungente per i marchi di lusso, arrivati tardi al boom della “delocalizzazione dei prodotti”. Fino agli anni ‘90 i brand di preggio erano aziende molto piccole e specializzati, incapaci di adegurasi ai minimi della produzione in Asia, Africa e dell’ Europa dell’ Est. Alcune firme come Prada, riconoscono apertamente di realizzare una piccola parte della sua produzione fuori dal paese (nelle Isole Maurizius dove confezionano le t-shirt e la maglieria, mentre il resto viene fatto nelle 14 fabbriche che il marchio possiede nel territorio Italiano, n.d.r).

In questo caso, la qualità non viene affato garantita dal paese in cui si produce un capo, ma dal marchio che garantisce che l’ articolo é stato confezionato rispettando tutti i controlli di qualità che contraddistinguono il brand. Così, per loro, ha più senso un’ etichetta che riferisca il “made by” che “made in”, cioè mirata più a informare su “chi fa un prodotto” che a “dove si fa questo prodotto”.

La spiegazione non é male, ma nonostante tutto esistono ancora molte griffe che non sono così trasparenti, e non  solo a marchi italiani o francesi, che hanno fatto del “Know how” un marchio di garanzia. Made_In-ChinaIn Spagna dove il marchio “made in Spain” non é specialmente mirato, i pochi brand di lusso esistenti fanno fatica ad ammettere la provenienza dei propri fornitori. Se entriamo in uno dei negozi, di un noto gruppo galiziano, lincenziatario di una famosissima stilista newyorkese, vedremo come nelle etichette si fa solo riferimento alla provenienza quando questa é effettivamente adoperata in “Spagna” o “Portogallo”, ma invece non ci sono tracce quando si tratta di capi realizzate in Cina.

Un altro trucco ricorrente é criptare il messaggio, sostituendo la parola “Cina” per l’ acronimo “PRC”, (People’s Republic of China). “PRC” é la nuova etichetta lanciata con grande interesse dal governo Cinese, con questa, si cerca di dissociare l’ immagine dei prodotti asiatici dall’ idea di “basso costo e qualità scarsa”.

Ad ogni modo, questa legge é sempre un passo avanti anche per i consumatori, che  avranno il diritto di sapere la provenienza di ciò che acquistano e che potranno decidere con i  propri acquisti se appoggiare lo sviluppo d’i una industria concreta, o se sanzionare i discussi sistemi di lavoro di molti paesi emergenti.

La scelta ora, stà a noi.

di Estrella Lamas

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