Attentati a Mosca. Quelle donne kamikaze
Dzhannet Abdullayeva, 17 anni. E’ il nome della giovane kamikaze, la vedova nera, la fidanzata di Allah, protagonista degli ultimi attentati di Mosca. Si è fatta esplodere lunedì 29 Marzo nella stazione del metrò, provocando morte e terrore. Il secondo attacco avrebbe il nome di un’altra giovane donna, Markha Ustarkhanova vent’anni, di cui non si hanno ancora conferme.
La capitale russa si è fermata alle 7,52 del mattino nella stazione di Lubianka, nei pressi della postazione dei servizi di sicurezza federali, quando l’attentatrice, carica di oltre un chilo di tritolo avvolto sul petto, e saltata in aria, pilotata a distanza da un cellulare, trascinando con se la vita di 23 persone. Poi Mosca si ferma nuovamente. Alle 8,38, nella stazione del Parco della cultura il secondo attentato, con una quantità di tritolo inferiore provoca la morte di altre 17 persone.
Dopo pochi minuti i sotterranei si popolano di polizia, medici, barelle, per soccorrere oltre cento feriti e gestire il panico scatenato da uno scenario che paralizza. Bambini che vengono messi in salvo, corpi dilaneati dall’esplosivo, gente che si inginocchia per proteggersi dalle lamiere.
Il Capo dell’Fsb, Aleksandr Bortnikov punta immediatamente i riflettori su un probabile attacco proveniente dal Caucaso del Nord, supposizione questa, confermata in seguito dal capo dei ribelli ceceni Doku Umanov. In un sito non ufficiale dei ribelli islamici, l’uomo si sarebbe dichiarato il mandante del metrò, rivendicando gli attentati e caricandone il peso, con l’avvertimento che in Russia l’operazione terroristica non si sarebbe conclusa.
Il nome dell’adolescente suicida, riconduce ad un passato significativo, carico di una storia sanguinosa, protagonista di un’epoca che sin dalla caduta dell’Urss, non sembra voler tramontare. Dzhannet aveva 17 anni, ed era già vedova. Aveva sposato Umalat Magomedov, un uomo ceceno, un militante islamico di rilievo in Daghestan. Lo aveva conosciuto via internet, quando, sulle tracce dei ribelli, aveva trovato quello che desiderava : una rete terroristica che lottasse per una vera autonomia.
Ma nell’ennesima operazione contro i ribelli ceceni, lui perde la vita, e dal Dicembre 2009, Dzhannet si convince di dover vendicare il suo uomo, il suo odio cresce, straripa fino ad esplodere nell’attentato moscovita. Ma lei è una delle tante fidanzate di Allah, che dal 2002, formano quel terrorismo al femminile, pilotate dai capi politico-religiosi, che se ne avvalgono come merce di facile scambio, attribuendo a loro quei grandi sacrifici in nome dell’amore.
Il conto alla rovescia si ferma sul teatro Dubrovka, nell’Ottobre del 2002. Sono quarant’uno i ribelli che prendono in ostaggio 900 persone. Tra gli attentatori ci sono sei donne, tre delle quali incinte. Perdono la vita tutti i ribelli e 129 ostaggi, perché l’Fsb opta per l’introduzione di gas nel teatro, che asfissia 170 persone.
Nel 2003, a seguito dei pluri attentati che contano 136 morti ,la Duma, il parlamento russo autorizza la polizia a perquisire e denudare tutte le donne coperte dal velo. Tra il 2004 e il 2005, sono sette le donne che si fanno saltare in aria, provocando 430 morti.
Un’indagine condotta dal complesso studio delle organizzazioni terroristiche, ha dimostrato che alla base delle donne a cui viene fatto il lavaggio del cervello, vi è un lutto familiare. Ognuna di esse ha perso un figlio, un marito, una madre. E la pressione si concentra sul pianto, che cresce, diviene rabbia, intorno ad un contesto in cui non viene insegnato niente di diverso, non ci sono metri di paragone per trovare una via d’uscita. E allora la strada si fa stretta, sino a scendere, nel sotterraneo di una metro, a 17 anni, con un nome che tradotto significa “Paradiso”.
di Nicoletta Renzetti

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