Ma 2+2 farà 4? I politici che danno i numeri


mastella23In Italia, così come negli altri paesi, esistono delle fonti statistiche ufficiali, come l’ISTAT. E in Italia capita, soprattutto in tempo di crisi, che i numeri sull’andamento dell’economia non piacciano al governo. La questione è che, al di là delle cifre, i dati possono essere “interpretabili”; cioè si cerca di aggregarli, in modo da fornire degli indicatori che il più possibile diano un’immagine corretta della realtà. Ognuno, poi, cerca di dare più importanza ad un indicatore, rispetto ad un altro. Quindi, nonostante la matematica non sia un’opinione, si cerca di dare opinabilità economica ai numeri.

Questo è quanto è successo, ad esempio, al convegno di Confindustria di Parma, in cui il nostro presidente del Consiglio ha contestato le cifre, fornite nella relazione introduttiva dell’ISTAT, che documentavano il declino economico del nostro Paese: un calo del 4,1 per cento del reddito pro-capite degli italiani dal 2000 al 2009. Silvio Berlusconi ha snocciolato una serie di numeri prodotti dalla Fondazione Edison, che riguardano principalmente le esportazioni manifatturiere dell’Italia nel periodo 2005-8. Ora, proprio per l’opinabilità di cui scrivevo sopra, è plausibile che ci si affidi ad un altro ente per redarre delle statistiche. Il problema si crea quando vengono riportati degli indicatori fuorvianti, o poco rilevanti.

Il presidente del Consiglio ha sottolineato il grande numero di prodotti, per i quali le imprese italiane sarebbero “leader” mondiali, basato su una serie di prodotti in cui l’Italia figura nei primi tre posti al mondo fra i paesi esportatori. Sarà anche vero, però il Premier si è scordato di evidenziare due aspetti di questo dato: uno, che si tratta di prodotti di nicchia; due, di menzionare i dati sulle importazioni. Infatti, l’Italia è da decenni leader in tante nicchie di mercato. Nicchie, appunto, che di solito portano benessere a “nicchie” di persone e non all’intera nazione. E poi, da quando in qua si prende la crescita dell’export come un indicatore di competitività di un Paese, ignorando i dati sulle importazioni?

Purtroppo, infatti, l’ISTAT ci informa che le importazioni sono aumentate più delle esportazioni, peggiorando il saldo commerciale del nostro paese. Senza contare l’idea, che le esportazioni potrebbero essere dovute al fatto che le nostre imprese stanno spostando la produzione da qualche altra parte e quindi il commercio aumenta di volume, sia in uscita che in entrata.

Inoltre, come si fanno a conciliare questi dati con episodi come il commissariamento dell’azienda Agile, o i vari licenziamenti e fallimenti, che si stanno incalzando uno dietro l’altro in Italia? Non sarebbe più saggio affidarsi alle fonti statistiche ufficiali e pensare che i dati sui redditi medi offrano un’idea più precisa del benessere degli italiani, rispetto ai dati sulle esportazioni?

Per uscire dalla più grande crisi del Dopoguerra ci sarà bisogno di indicatori precisi, su cui misurare il progresso che si compie in questa direzione e darsi dei traguardi, degli obiettivi da raggiungere. Una democrazia sana ha bisogno che i politici rispondano del loro operato di fronte agli elettori, sulla base di metriche condivise. Mettendo sul tavolo degli indicatori parziali, che generano informazioni fuorvianti, si rende impossibile a un pubblico, già di per sé poco avvezzo alle statistiche, riuscire a capire il significato dei dati.

di Mariano Belmonte

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