Schifani contro la stampa : querela per il Fatto Quotidiano


SchifaniIl presidente del Senato, Renato Schifani, intenta una causa civile contro il Fatto Quotidiano chiedendo 720 mila euro di danni per alcune inchieste del giornale di Padellaro che lo riguardavano.

Le inchieste del Fatto facevano luce sulle frequentazioni di Schifani ai tempi in cui non era ancora entrato in politica e svolgeva l’attività di avvocato.

Due sono le storie raccontate dal neonato quotidiano, la prima riferibile a uno stabile abusivo di Palermo, che si scoprirà legato a doppio filo con la mafia a livello di costruttori e acquirenti, e la seconda riferibile alle frequentazioni passate di Schifani in alcune società poi scopertesi in odore di mafia.

La risposta iniziale che arrivò da ambienti vicini alla seconda carica dello Stato era questa: “sono cose di 15 anni fa e riguardano la mia professione di avvocato. Comunque Pietro Lo Sicco e gli altri non erano mai stati coinvolti prima in indagini”.

La querela è solo civile, non ci saranno indagini approfondite sulle questioni poste in essere e si eviterà un dibattimento pubblico che avrebbe potuto mettere in imbarazzo i contendenti.

Risulta strano capire il perché di questa denuncia in cui non si sottolineano eventuali notizie false ma solo generici riferimenti,  “gli autori hanno tratteggiato – si legge nella citazione –, con dichiarazioni altamente diffamatorie, la figura dell’attore come quella di un soggetto vicino agli ambienti della criminalità mafiosa, ledendone la sua reputazione, dignità e prestigio professionale e personale”.

La prova regina addotta come causa della denuncia è però una vignetta fotografica in cui si vede Schifani in Parlamento, circondato da altri deputati che gli porgono la mano dicendo: “Bacio le mani”.

I giornalisti del Fatto si difendono dicendo di non aver accusato Schifani di nessun reato, hanno semplicemente messo in evidenza il passato della seconda carica dello Stato, un passato che sarebbe di interesse pubblico visto il ruolo pubblico ricoperto dal protagonista. Tra l’altro, sempre secondo i giornalisti, prima di ogni articolo la redazione si è premurata di contattare Schifani per eventuali dichiarazioni o smentite senza ottenere risposta.

La vicenda, principale come dicevamo, riguarda uno stabile abusivo costruito e abitato da famiglie legate a Cosa Nostra. La vicenda appare subito travagliata perché due sorelle si oppongono al progetto e vengono anche ascoltate, informalmente, da Paolo Borsellino. Schifani, in questa causa, difende gli affari del costruttore Lo Sicco, che si scoprirà in odore di mafia. Il riferimento che fa infuriare il presidente del Senato è quello a un emendamento alla finanziaria del 2000 che permetterebbe a chi aveva firmato un compromesso di acquisto, di un palazzo abusivo sequestrato per mafia, di completare la compravendita. L’emendamento fu presentato dal senatore Centaro di Forza Italia.

A portare alla cronaca la vicenda fu il pentimento di un nipote del Lo Sicco che ha affermato in aula che Schifani si sarebbe vantato di questa norma che era stata ritagliata per quegli edifici.

Schifani si difende affermando che,  “non si vede quale sia l’interesse pubblico ad un processo nel quale il presidente non risulta in alcun modo indagato e nel quale le dichiarazioni rese dal Lo Sicco non sono passate al vaglio della magistratura”.

La vicenda andrà avanti e dal Fatto fanno sapere che continueranno a fare il loro mestiere, fiduciosi nella magistratura aspettano che la cosa si risolva ufficialmente.

Il presidente del Senato, dal canto suo, continua a liquidare tutto come una cosa priva di interesse e lontana nel tempo, si legge nella citazione che la vicenda sia stata portata all’attenzione per “indurre i lettori, specie i più superficiali, a lasciarsi suggestionare”.

L’ultima parola, in ogni caso, spetterà ai giudici.

di Ivan Soccio

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    Il presidente del Senato, Renato Schifani, intenta una causa civile contro il Fatto Quotidiano chiedendo 720 mila euro di danni per alcune inchieste del giornale di Padellaro che lo riguardavano.
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