Enrico Mentana ed il giornalismo italiano : una passionaccia dura a morire
“ La passionaccia è una febbre che mi colpì da ragazzo e non mi ha più lasciato. E’ l’amore per un mestiere totale, che ti assorbe interamente, che ti regala insieme adrenalina e saggezza”. Così risponde Enrico Mentana, presente ieri alla giornata conclusiva del Festival Internazionale del giornalismo ad Angelo Mellone de “Il Tempo”.
Il piccolo Teatro Pavone, sul corso principale della città, lo accoglie calorosamente e da subito è chiaro il clima confidenziale che s’instaura già alla prima domanda del moderatore.
“ Spero che la maggior parte di voi, voglia fare qualche altro mestiere ” dice scherzando e poi seriamente aggiunge “ è un mestiere che, lontano da come lo avevano pensato i suoi padri fondatori, è cambiato e che dovrà cambiare ancora in direzione dei reali bisogni dei lettori. Questa sarà la linea guida per tutti coloro che intraprenderanno questa strada.”
Così attraversando le varie epoche giornalistiche in Italia, dalla fine della prima Repubblica, passando per la seconda, si giunge alla valutazione degli ultimi eventi politici italiani e al modo in cui di essi ne danno notizia giornali e telegiornali.
“La divisione un tempo non era così netta: oggi, a differenza di quanto accadeva negli anni Settanta, la logica della proprietà obbliga i giornalisti ad essere monolitici; o di qua o di là. Di tutti i giornalisti possiamo sapere se sono di sinistra o di destra. Per questo la logica del bipolarismo ha creato un giornalismo con l’elmetto”.
Il problema, come sottolinea Mentana, è che questo tipo di sport venga praticato da chi fa questo mestiere. Ironizzando sullo schieramento pro o contro Berlusconi “ se il premier dice che la terra è quadrata, partiranno gli squadroni che andranno a cercare gli spigoli, e quelli che vorranno dimostrare dove sta l’imbroglio”.
Così, secondo il giornalista, quei pochi che ormai comprano il giornale, in realtà non vogliono l’approfondimento del fatto, ma compiacersi di vedere confermate le proprie teorie, “ non si può certo dire che un articolo di Feltri o uno di Travaglio sia imprevedibile ” aggiunge.
Il problema del cuius regio,eius religio è analizzato anche sul fronte televisivo “ togliete al tg le facce dei soliti noti e nessuno protesterà,salvo i diretti interessati. La politica in tv è un rituale visivo che si autoalimenta.”
Poiché il padrone dei media è sempre la politica, il caso limite presentato dal giornalista è quello della Rai, la politica stessa “ mette in piedi questo teatrino della televisizzazione del confronto politico ” con la conseguenza che “ si è creato un microclima della politica che influenza la politica e i lettori stessi”.
A fronte di questa situazione “ tutta italiana ”, dice Mentana, esiste la possibilità di un’alternativa alla faziosità, la possibilità ma anche il dovere di “ mettere il cuore oltre l’ostacolo ” con un’informazione “meno autorevole e meno trombona”. E’ quella fatta dal e nel web “ oggi le notizie viaggiano molto veloci, tanto che spesso i lettori ne sanno più degli stessi giornalisti: prima potevi far sognare chi leggeva con documentari e reportage di luoghi lontani e sconosciuti, oggi con i low cost e internet questa funzione del giornalismo non esiste più”.
Il futuro del giornalismo? “ E’ quello fatto con le intenzioni di sempre: obiettività e rigore, passionaccia o no. Fatto di fiuto, di istinto, di opportunità, di occasioni, di impegno e dignità.”
di Chiara Privitera

Author: Mattia (67 Articles)
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