Caravaggio a Roma, uno spettacolo di luci alle Scuderie del Quirinale


caravaggio_conversione_san_paoloUna fila interminabile, ore di attesa prima di varcare la soglia ed entrare ad ammirare un genio indiscusso. Ne vale la pena. Innovazione, grazia, tormento, erotismo. Luce dalle tenebre, sul palcoscenico del suo teatro: “Caravaggio”. A Roma, negli spazi delle Scuderie del Quirinale, dal 20 febbraio al 13 giugno, una mostra unica, curata da Rossella Vodret e Francesco Buranelli: 24 dipinti autografi di Michelangelo Merisi, in una retrospettiva concepita per celebrare il IV centenario della morte del grande artista.

Un percorso non antologico, sintetico, coerente, costruito attraverso un criterio filologico estremamente rigoroso: solo le opere “capitali”, ovvero quelle la cui attribuzione al maestro sia documentata e storicamente accreditata. Nel progetto dunque non rientra la produzione degli anni della sua “bottega” e tutto ciò che è oggetto di “dubbio”: versioni caravaggesche non autenticate e che da sempre sono motivo di dibattito tra i critici novecenteschi, che si dividono tra la  “tendenza restrittiva” e quella “espansionistica”.

La questione dell’autenticità delle opere ha creato non pochi dilemmi, inerenti la comprensione stessa dell’autore. In questa occasione, sono state presentate “una serie di opere del Caravaggio che permettano di ricostruirne in modo attendibile la carriera e i risultati conseguiti”.

Con queste parole Claudio Strinati, ideatore della mostra, si fa garante dell’impresa. Un’ impresa che avrebbe anche potuto raggiungere l’eccellenza assoluta se l’elenco già cospicuo di quadri si fosse arricchito di altri titoli ugualmente importanti, al fine di tracciare in modo completo le tappe fondamentali dell’iter creativo dell’artista. Benché il numero delle opere autografe esposte abbia già carattere di rilevanza, si registrano dei grandi assenti: il prestito di alcune tele infatti, per varie motivazioni, è stato negato dalle istituzioni di riferimento. Mancano all’appello, la “Morte della Vergine” del Louvre; “la Decollazione di san Giovanni Battista” dell’oratorio annesso alla concattedrale della Valletta a Malta; “le Sette opere di Misericordia” della chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli; la “Santa Caterina d’Alessandria” del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid; “il Seppellimento di santa Lucia” della chiesa di Santa Lucia al Sepolcro di Siracusa.

Inoltre i 24 dipinti non saranno mai contemporaneamente presenti e abbandoneranno le Scuderie prima della conclusione della mostra, perché destinati ad altre iniziative.

Il “Riposo durante la fuga in Egitto” lascerà Roma per Genova il 22 marzo poiché destinato ad arricchire una mostra sul “Paesaggio”, legata alle dimore della dinastia Doria Pamphilj. Un quadro la cui presenza era imprescindibile in quanto rappresenta uno dei pochi paesaggi all’aperto dipinti dall’autore.

Firenze si riapproprierà il 17 maggio del Caravaggio degli Uffizi e della Galleria Palatina, ovvero del “Sacrificio di Isacco”, del “Bacco” e dell’ “Amore dormiente”; dal Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli è arrivata il 12 aprile la “Flagellazione di Cristo”.

Tra metà maggio e gli inizi di giugno le Scuderie perderanno prima il “Suonatore di Liuto” di Pietroburgo e poi l’unico dipinto su tavola di Caravaggio: la “Conversione di Saulo”.

Ma tralasciando le precisazioni sulle “mancanze”, su questa mostra non ci si può esprimere se non in termini positivi; la qualità non è messa in discussione. Ne è il filo conduttore. Non solo è presente un numero mai riunito di “Caravaggi” certificati ma si può dire che le tele dialoghino con la città, con il Caravaggio romano: la “Vocazione e Martirio di san Matteo” e “San Matteo e l’angelo” della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, le due tele della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo ovvero “Crocifissione di san Pietro” e “Conversione di san Paolo”, la grande pala della “Madonna dei Pellegrini” nella chiesa di Sant’Agostino, “la Madonna dei Palafrenieri” della Galleria Borghese.

Una novità assoluta sicuramente risiede nella possibilità di poter visitare ogni giorno (ad esclusione della domenica) l’unico dipinto murale di Caravaggio, eseguito ad olio sulla volta del “gabinetto alchemico” del cardinale del Monte al Casino dell’Aurora, già noto come casino Ludovisi: Giove, Nettuno, Plutone non sono altro che autoritratti dell’artista che usò come modello se stesso nudo allo specchio. Anche l’affresco è un’opera “autentica” del Merisi poiché documentata nelle «Vite» dal Bellori, il suo biografo seicentesco.

Ed è proprio commissionata dal cardinal del Monte (il primo mecenate del Merisi), l’opera che crea il primo sussulto al visitatore che inizia il suo viaggio nelle sale delle Scuderie del Quirinale: la “Canestra di frutta” ( “la fiscella”). Qui il percorso è articolato in pannelli di tre colori diversi: il verde del periodo giovanile (1592-1599), il rosso che  indica le opere del successo e della maturità (1600-1606) e il grigio che connota la produzione del periodo della fuga.

Dallo sfondo verde dunque emerge la una piccola tela, prestata per la prima volta (in 400 anni) dall’ Ambrosiana di Milano: certo non è la prima natura morta della storia ma sicuramente raggiunge un primato per la naturalezza delle foglie e per la resa plastica della mela bacata.

Il “Ragazzo con canestra di frutta” della Galleria Borghese di Roma invece rivela sorprese. Da un indagine diagnostica è emerso che per il viso del ragazzo, Caravaggio si fosse affidato al disegno.

Dietro il “Bacco” proveniente dagli Uffizi si nasconde un giovane Merisi dall’incarnato chiaro e dalla positura sensuale.

Il confronto fra queste tele è intenso. C’è la testimonianza dell’artista che già piega la luce alla rivelazione: la rivelazione della realtà del quotidiano e del dramma dell’uomo.

Una luce che può far brillare i colori delle strade, delle taverne, dei volti dei musici, dei suonatori, con l’ardore vitalistico tipico della gioventù: “I musici” del Metropolitan Museum di New York, il “Suonatore di liuto” del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, l’ “Amor vincit omnia” dello Staatliche Museum di Berlino;

Ma la luce può diradarsi e divenire compagna dell’ombra, dell’angoscia della “pietas” e della fuga: “Davide con la testa di Golia” della Galleria Borghese di Roma, racchiude uno dei più struggenti autoritratti di Caravaggio; dopo la decapitazione, Davide sorregge dai capelli la testa del gigante, guardandola con la compassione di chi ha “dovuto fare giustizia”. Golia, ghiacciato dalla morte in un urlo silenzioso è il Merisi: una chiara allusione al dramma della condanna a morte che lo aveva portato alla fuga da Roma.

ll Paolucci nel catalogo Skirà che accompagna la mostra dice che Caravaggio : “È il primo a usare la luce come disvelamento, come colpo di mano sul Vero visibile”. Ed è così, ma ciò è reso possibile perché esiste il buio; un buio dipinto che ammanta gli ambienti, finchè la luce non s’accende a disvelare la verità delle cose, della realtà, qualunque essa sia: il bagliore costruisce i volumi, da plasticità ai corpi che emergono dall’oscurità come in una scena teatrale.

Ma la luce è anche simbolo della grazia redentrice che si irradia sui volti, per mostrare, come sotto un riflettore particolare, tutto l’amore e tutto il dolore dell’uomo.

Dal 20 febbraio al 13 giugno. Roma. Scuderie del Quirinale.

vhttp://www.youtube.com/watch?v=EWPz-V9hg1s

di Barbara Dicorato

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