Speciale Ambiente : la Marea nera invade gli States
Povera Louisiana. Dopo l’uragano Katrina, ecco la “marea nera”. Da oltre due settimane, una gigantesca chiazza di greggio minaccia le coste dell’ex colonia francese e non solo. A rischio sono anche Mississippi, Alabama e Florida.
In questa buia vicenda ci sono molti protagonisti, e sono quasi tutti perdenti.
Golfo del Messico, 20 aprile. A 80 km dalla costa della Louisiana, esplode la piattaforma petrolifera offshore “Deepwater Horizon”, gestita dalla British Petroleum ma di proprietà della svizzera Transocean. Nell’incidente perdono la vita undici operai e altri rimangono feriti.
Due giorni dopo, la piattaforma affonda. Si aprono tre falle, dalle quali si stima che stiano fuoriuscendo fino a 60mila barili di petrolio al giorno.
Scatta l’allarme per l’ecosistema. Benzina sul fuoco per chi, da anni, si batte per l’utilizzo delle energie rinnovabili. Greenpeace, tra gli altri, denuncia il pericolo mortale per i tonni rossi, le balene e le tartarughe della zona. Il petrolio danneggia la catena alimentare marina sin dalla base, poiché colpisce innanzitutto il plancton. Ulteriori problemi li creano poi i liquidi usati per disperdere il petrolio, addirittura letali per gli uccelli marini.
La British Petroleum ha deciso di arginare le perdite appoggiando sul pozzo – situato a 1,5 km di profondità – una enorme copertura di acciaio. La struttura, a forma di parallelepipedo, è alta 12 metri e pesa un centinaio di tonnellate. La società britannica la ritiene, nel breve, la migliore soluzione possibile. Tuttavia, una simile operazione è assolutamente senza precedenti e pertanto serpeggia lo scetticismo generale.
Da parte sua, il governo Usa ha mobilitato migliaia di forze civili e militari (soprattutto pescatori e Guardia Costiera). Il ministro della Sicurezza Interna, Janet Napolitano, ha annunciato che, per proteggere 100 miglia di costa, saranno dispiegate al largo delle particolari boe antigreggio. Altre barriere galleggianti, piuttosto originali, verranno realizzate con capelli umani e peli animali raccolti in questi giorni da un’associazione ambientalista californiana.
Ma di chi sono le colpe della marea nera? Sotto accusa è soprattutto il fallimento delle valvole di chiusura del pozzo. La British Petroleum ha più volte dichiarato di possedere, per la piattaforma, una tecnologia all’avanguardia. Greenpeace fa invece sapere che sul mercato esiste un buon sistema di bloccaggio del petrolio, azionabile a distanza, ma British Petroleum l’ha ritenuto troppo costoso da acquistare: mezzo milione di dollari. Strano, perché il prezzo è esattamente lo stesso che la società britannica, ogni giorno, versa alla Transocean per l’affitto della Deepwater Horizon.
Secondo la legge americana sull’inquinamento, tutte le spese per i danni causati dal greggio spettano alle aziende impegnate nella trivellazione. La British Petroleum ha risposto che pagherà “tutte le perdite economiche accertate e quantificabili”. Peccato che, in tali situazioni, i danni ambientali siano spesso difficili da quantificare…
Anche il presidente Obama ha la sua parte di responsabilità: recentemente aveva sospeso la moratoria sulle contestatissime trivellazioni offshore, per cercare un compromesso in Senato sulla Riforma per il Clima e l’Energia. Tuttavia, prima dell’incidente, l’amministrazione Usa aveva chiesto alla British Petroleum di migliorare le norme di sicurezza. Ora il governo ha inviato gli Swat a controllare la regolarità delle altre piattaforme petrolifere. E a Washington si è deciso di fermare le licenze per nuove trivellazioni sottomarine.
Ad oggi, le stime della catastrofe sono come la stessa marea nera: in continua ed imprevedibile evoluzione. Si parla di almeno tre miliardi di dollari di danni, all’ambiente e alle popolazioni. In quest’ottica, si sta organizzando una vorace caccia ai risarcimenti da parte di tutti i soggetti colpiti. Pescatori, imprenditori turistici, proprietari terrieri, famiglie di cittadini preoccupati per la propria salute, tutti uniti in una poderosa azione legale contro British Petroleum e Transocean (ma anche Halliburton e Cameron, che hanno fornito alcune attrezzature per la Deepwater Horizon). Centinaia di avvocati sono pronti a sostenere la class action. Tra di essi, la famosa Erin Brockovich, interpretata al cinema da Julia Roberts. Attualmente, per la Transocean i costi del disastro superano 1,3 miliardi di dollari.
In Italia, il Ministero dello Sviluppo Economico ha disposto verifiche tecniche su tutte le piattaforme offshore. Nei nostri mari se ne contano 115, ma 106 di esse producono gas e non petrolio. Dal punto di vista del rischio ecologico, questo è un dato importante: in caso di fuoriuscite, il gas si riversa nell’atmosfera, con effetti dannosi largamente inferiori rispetto all’inquinamento marino da greggio.
Nel frattempo, la marea nera nel Golfo del Messico avanza e purtroppo ha toccato il primo tratto di territorio: Freemason Island, l’isola più a sud dello splendido arcipelago delle Chandeleur, proprio al largo della Louisiana.
Un po’ di conforto, se possibile, viene dalle parole di alcuni ricercatori francesi i quali, analizzando le immagini satellitari dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea), hanno affermato che difficilmente il greggio della Deepwater si propagherà nell’Atlantico. Staremo a vedere.
di Paolo Ceraldi

Author: Redazione Magazine (625 Articles)