La musica come modalità per godere: intervista agli Otto Ohm
La Penguin Studio si trova tra ulivi sorridenti e cicale cantanti. È qui che sperimentano, creano e realizzano gli Otto Ohm. Ad accoglierci con un caldo sorriso Dana e Fulvio. Andrea (Er bove) ci raggiungerà poco dopo in compagnia del sempre presente amico Franco, il boxer che li accompagna oramai ovunque vadano. Sorridono dicendomi che la vera star è lui, è lui che fa alzare lo share delle trasmissioni.
Ci fanno strada per lo studio mostrandoci una parte del loro “museo” di strumenti. Ma non è un museo statico, gli strumenti gli usano ancora ed ognuno protegge il suo come fosse un figlio. Perché ogni strumento ha la sua anima, “ci piace usare vecchi suoni perchè hanno una valenza evocativa che ti rimanda a un periodo preciso”. Per loro, musica è tutto, anche le cicale di Tor Lupara utilizzate perché in un pezzo era quello che serviva. “Non riuscivamo a registrarle per quanto erano forti, dovevamo stare con le finestre chiuse e poi passò pure un aereo: perfetto. Noi, ci siamo dovuti chiudere nel bagno” per la potenza del canto. Il bagno a me rimanda all’immagine donatami dei lori inizi musicali, quando registravano in casa. “Il primo album è stato realizzato con quattro piste e con un vecchio registratore a bobine. L’ amplificatore era nel bagno e le persone che cantavano dall’altra parte.”
A questo punto del loro raccontarsi, però, non eravamo ancora arrivati quando la prima parte dell’intervista me la regalarono su un tappeto steso nel giardino. Degna rappresentazione di chi sono gli Otto Ohm. Loro non amano sovrastrutture nel loro modo di assaporare la musica. Amano il contatto con il pubblico, con i loro fan per i quali suonano anche senza avere l’attrezzatura adeguata. Come quando si trovarono a suonare in un luogo senza palco: hanno chiesto un tappeto, hanno posizionato gli strumenti: quello è diventato il palcoscenico. Ricorda Peter Brook e il suo “Spazio vuoto”.
L’intervista fluisce secondo ritmi di vita, fatta di pause, di risate e di ragionamenti sulla musica e di conseguenza sul sociale.
Abbandoniamo il tappeto, il prato, per la pioggia battente e ci rifugiamo nello studio.
Che realtà vedete nella musica di oggi? – domando. “Di roba ce n’è anche troppa. Tutti stanno facendo un libro, una mostra o un disco. Che da una parte è positivo perché è un modo di esprimersi, ma nel calderone ci sono dei picchi massimi di idiozie. Ci arrivano alcuni cd che veramente hanno poco di comunicativo. Poi se un bambino registra a quindici anni la sua prima demo va bene, almeno ha focalizzato su qualcosa le sue energie”. Gli arrivano giornalmente pezzi registrati: loro preferiscono un cd che nasconda inquietudine ad “una bella scatola senza un vero regalo dentro. Che è in linea con il 90% di quello che senti alla radio”. La bella scatola è quello che ti permettono di realizzare le moderne tecnologie che agiscono miracolosamente sulla parte tecnica, ma poi i contenuti?
Domando a tal proposito che fine abbiano fatto gli autori di testi. “La diminuzione dei bei testi è abbastanza comune in tutto il mondo“- mi rispondono subito a voler delineare un problema più esteso rispetto all’aerea della nostra Italia – “si è abbassato il livello culturale. Prima si mettevano in campo delle discussioni sociali (Vecchioni, Guccini, De Andrè), oggi sembra che tutto vada bene, che tutti siamo ricchi, belli e felici. Si è persa la voglia di cercare in questi argomenti qualcosa da dire”.
E cosa pensano dei trentenni, dei ventenni di oggi, di quelli cantati in “Brividi” (album “Naif”): sono come allora gli descrissero” figli unici a cui è stata tolta l’illusione”? “Assolutamente si e forse stanno anche peggio. Perché questa forma di menefreghismo, di sottocultura è aumentata. Non sanno guardare in prospettiva. A noi è mancata l’occasione di essere quello che saremmo voluti essere. Dagli anni ‘80 la nostra generazione è stata rincoglionita dalla televisione. C’è chi ha subito passivamente e chi invece ha cercato nella cultura un modo per uscire. La nostra generazione è andata. I nostri genitori vedevano la vita in prospettiva. Oggi fare un progetto a cinque anni è impossibile. Non si può sperare perché oggi costa.
E allora abdichi ai tuoi sogni e ti accontenti di riuscire a pagare una bolletta”
Silenzio. Dura e crudelmente vera l’affermazione del Er Bove.
Abbandoniamo per un attimo le considerazioni sulla nostra società per parlare del loro nuovo lavoro “Combo” (uscito nel 2009) auto-prodotto ed auto-distribuito. Domando da dove derivi il nome “Combo” e se poi sia cambiato qualcosa in questo album rispetto ai tre precedenti.
“Combo è la combinazione delle sensazioni degli sprazzi di vita vissuti in questi anni” risponde Er Bove e poi prosegue,”quello che vedo diverso rispetto agli altri dischi è la speranza. Combo è più disilluso sulla possibilità di vedere il futuro. C’è molta più selettività nello sperare. Oggi so se devo sperare qualcosa è meglio puntare su pochi”.
Ma loro da dieci anni puntano sul gruppo, sulle persone che vivono la musica non come modalità per “svoltare” ma per godere. E se qualche cambiamento nei membri del gruppo c’è stato è perché non si può pretendere che tutti abbiano la stessa visione.
Con Combo gli Otto Ohm si lanciano anche come produttori di altre realtà. Nasce la loro etichetta discografica, la Little Stuff. “L’idea di avere una nostra etichetta nasce dal desiderio di voler fare e fare le cose nel modo giusto. E per evitare che il nostro lavoro vada perso in percorsi che non ci appartenevano, perché dall’altra parte non si ha una sensibilità adeguata, abbiamo maturato la decisione di fare tutto da noi. Nell’attuale studio prima non c’era niente, abbiamo fatto mano a mano. La struttura è cresciuta fino alla possibilità di portare un prodotto finito, realizzato dall’inizio alla fine”.
E poi ora ci sono i moderni media che ti permettono di arrivare direttamente al pubblico e di avere subito un feedback. Gli Otto Ohm sono stati tra i primi ad utilizzare il download gratuito da internet con “Crepuscolaria” nel 2000 e prospettano un futuro in cui sarà naturale per tutti scaricare la musica direttamente sul telefonino e sentirla direttamente, come in America.
È un’intervista lunga ed intensa a Tor Lupara in cui emergono anche le collaborazioni tra il gruppo romano e nomi illustri come Fiorella Mannoia. Trascriverla tutta sarebbe impensabile e così la termino con una curiosità.
Nel cercare il perché del nome Otto Ohm avevo trovato numerose spiegazioni date dal gruppo e proprio non capivo. Il mistero è subito risolto: loro danno una motivazione diversa secondo di chi la chiede, a me hanno voluto rispondere con quella vera (o almeno così mi hanno detto): “dopo aver terminato il primo album non avevamo ancora scelto un nome e dato che avevamo le casse Otto Ohm, decidemmo che quello sarebbe stato il nostro nome”.
Dopo un pomeriggio intenso lasciamo la Penguin Studio e gli Otto Ohm con il desiderio di ascoltarli, vederli il 25 Maggio al MArteLive per riconoscere quello sguardo di forte comunicazione con il pubblico tanto elogiatomi dai loro fan.
Servizio di Federica Rondino
Foto di Marco D’Amico
Si ringrazia per la collaborazione Consuelo Balduini




Grandissimi.