Tribù dolce Tribù. I nuovi nomadismi
Se passeggiamo per le vie di una qualsiasi grande città italiana o europea lo notiamo subito: dai cartelloni pubblicitari, alle comitive di adolescenti seduti sui muretti ma anche dai gruppi di orientali riuniti fuori dagli alimentari dalle insegne esotiche, agli individui che, pur non conoscendosi, passeggiano per strada vestiti con lo stesso stile. Una delle figure che sta riemergendo in occidente, in una forma in parte rinnovata, è la tribù.
L’importanza del fenomeno è tale per cui possiamo dire che la tribù sta diventando un elemento distintivo della nostra epoca; una realtà che ha suscitato l’interesse di molti studiosi, sociologi, psicologi e antropologi ma anche economisti. Ancora fresca nella nostra memoria è la campagna pubblicitaria di un’importante società di telefonia mobile, che prometteva vantaggi a chi entrava nella sua tribù. Questo non è l’unico esempio, basta pensare ai fan che si riuniscono intorno ai totem costituiti dalle divinità della musica, del cinema e dei reality, che periodicamente definiscono il loro seguito “tribù”. I politici di varie fazioni, in maniera piuttosto apocalittica, denunciano periodicamente i pericoli insiti nelle tribù, ossia le bande di giovani o di stranieri, pronte a lasciarsi andare ai crimini più disparati. I giornalisti si sono impadroniti di questo termine impiegandolo per etichettare le realtà più disparate, a volte in maniera impropria, testimoniando però la forza del termine e contribuendo a diffonderlo in tutti i campi del sociale contemporaneo.
Il termine “tribù”, quindi, diventa familiare e pone l’accento sulla vocazione nomade dell’individuo che ne fa parte, contrapponendosi a tutto ciò che è stanziale e domestico, fisso ed immutabile, come ad esempio il nucleo familiare tradizionale. Il neo-tribalismo quindi, si configura come un fenomeno culturale, una sorta di rivoluzione spirituale, che enfatizza la festosità della vita primitiva e porta alle estreme conseguenze la riscoperta degli arcaismi, di cui fenomeni come il “vintage” erano solamente un’anticipazione. La costante stigmatizzazione da parte della politica e di chi detiene le redini del sapere culturale e religioso nei confronti delle ribellioni della fantasia tribale, che si manifestano nelle avanguardie artistiche e nei frequenti raduni di massa, non fanno altro che dimostrarne la lontananza rispetto ai valori razionalistici promossi da chi detiene il potere ed il “sapere”.
La dimensione di massa del neo-tribalismo è un’altra caratteristica piuttosto interessante: al posto dell’individualismo generalizzato, del quale si sente spesso parlare, sembra che, a livello sociale, i momenti di solitudine e di isolamento si facciano sempre più rari, sostituiti da un sempre più forte richiamo allo “stare insieme”. Sia nella banalità della vita quotidiana che nell’eccezionalità della festa, emerge sempre di più la dimensione gregaria.
E’ importante sottolineare che non stiamo parlando di una regressione, di un ritorno ad uno stato di civiltà inferiore, ma di un riaffiorare di valori arcaici che sia affiancano ad altri valori e solamente in alcuni casi li sostituiscono. Si tratta del riemergere dell’elemento nativo, barbarico e tribale, delle fantasie comuni, della dimensione onirica, delle manifestazioni ludiche attraverso le quali le nostre società ripropongono ciò che le tiene unite all’essenza della natura umana, ridandogli quella vitalità che era andata persa nell’individualismo moderno.
Questo fenomeno fa emergere alcuni paradossi, legati soprattutto al suo aspetto più carnevalesco, pagano e ludico. Nelle nostre società nazionalizzate, solide, asettiche, costantemente impegnate nel bandire rischi di ogni genere, l’elemento barbarico del tribale spicca ancora di più. Per trovarlo è sufficiente ad esempio fare una passeggiata e osservare, come se fosse uno spettacolo, i movimenti di una grande stazione come Termini a Roma o Porta Nuova a Torino: griffes come D&G e Dior, abiti di Benetton, Levis o Boxeur des Rues, al fianco di pettinature stravaganti, occhiali, borse, posture diverse tra loro, variazioni di velocità nell’incedere, odori che interagiscono con altri odori, colori di capelli e di abiti che contrastano in una continua carnevalizzazione dei corpi che stimola il nostro voyeurismo, affascinato dalle teatralizzazioni urbane.
La lezione che ci offrono le tribù è proprio questa: di fronte all’anemia esistenziale di una società troppo monolitica, rigida e razionale, esse evidenziano la necessità umana di una socialità più empatica, che porti alla condivisione di emozioni, affetti e sensazioni. L’esposizione continua di corpi ed estetiche stravaganti o semplicemente la ricerca costante di un’identità distinta attraverso la costruzione di un corpo, di uno stile e di un aspetto particolare, sono solamente un sintomo di queste dinamiche e una strategia per affrontarle. Attraverso queste strategie si rende visibile anche l’importanza del sentimento di appartenenza ad un luogo o a un gruppo come fondamento essenziale della vita sociale e dell’identità individuale.
Il processo di tribalizzazione, in sostanza, ha contaminato l’insieme delle istituzioni sociali, oltre che la vita quotidiana in generale: l’attualità recente fornisce molti esempi di lotte senza quartiere in cui le differenze ideologiche sono minime, se non inesistenti. L’importante è la fedeltà ad un totem, ossia essere dalla parte di qualcuno. Le reti di influenza tra individui, quindi, si formano in funzione delle relazioni di amicizia, di affetto, delle tendenze filosofiche o religiose, delle preferenze sessuali o semplicemente del gusto personale: il sentimento, l’affetto e l’emozione svolgono un ruolo essenziale e costruiscono la mitologia alla base delle varie tribù. Diventano un elemento che trascende gli individui che ne fanno parte.
Tutto questo aiuta a capire meglio lo spirito empatico tipico dei nostri tempi, ossia un ambiente estetico in cui l’unica cosa che conta è la dimensione relazionale tra le persone, le collettività e le comunità, che si fonda sul contagio e sull’inflazione del sentimento e dell’emozione. Questo è in gioco nelle tribù.
di Alessandro Porrovecchio

Author: Redazione (935 Articles)
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