Il mensile Max “uccide” Roberto Saviano


Saviano_MaxHanno ammazzato Saviano”, è questo il titolo che accompagna la foto choc a cui il mensile Max ha dedicato le prime due pagine di luglio: Roberto Saviano, celebre autore di “Gomorra”, è ritratto senza vita su un lettino di obitorio, con un cartellino identificativo all’alluce: niente da invidiare alle immagini dei telefilm polizieschi americani.

La figura, che evoca quella del corpo di Che Guevara ucciso, è nata dal sapiente lavoro di Gian Paolo Tomasi, grande esperto di Photoshop. Accanto, una didascalia: “Lo vorrebbero così, senza vita, ridotto al silenzio. Ha molti nemici: i camorristi, Berlusconi, Fede, Borriello, Daniele Sepe… Ma la sua vita è già una condanna… La sua libertà e la nostra sono le sue parole”.

Uno squallido mezzo per vendere copie? Secondo Andrea Rossi, direttore di Max, la foto nasce come una provocazione. Ricordiamo che allo stesso magazine il cantante Morgan rilasciò la celebre intervista che provocò la sua esclusione dal Festival di Sanremo: il fotomontaggio dunque, non è il primo gesto provocatorio partito dal noto mensile.

Roberto Saviano non è stato avvertito della macabra iniziativa e non ha accolto di buon grado l’immagine. La risposta dello scrittore napoletano arriva direttamente dal suo sito Internet: “Trovo il fotomontaggio che mi rappresenta morto in obitorio di cattivo gusto. Un’immagine utilizzata per speculare cinicamente sulla condizione di chi come me, in Italia e all’estero, vive protetto. Un’immagine profondamente irrispettosa per tutti coloro che per diversi motivi, spesso lontano dai riflettori, rischiano la vita. Tutta questa pressione sulla mia morte, poi, lascia sgomento me e la mia famiglia. Ad ogni modo rassicuro tutti: non ho alcuna intenzione di morire”.

Andrea Rossi però difende il magazine, la cui intenzione era quella di schierarsi dalla parte dello scrittore: “Non ce l’abbiamo fatta più a sentir gente attaccare Saviano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le dichiarazioni di Marco Borriello. A quel punto ci siamo detti basta”. Il calciatore del Milan aveva rilasciato lo scorso mese un’intervista al mensile rivale di Max, GQ, sostenendo che Saviano aveva lucrato sulla città di Napoli: “Non c’era bisogno che scrivesse un libro per sapere cos’è la camorra. Lui però ha detto solo cose brutte e si è dimenticato del resto”.

“Certo, Borriello – ha continuato il direttore Rossi – Ma in questi mesi è stato un continuo: Emilio Fede, Berlusconi, che di Saviano è anche l’editore. Ma insomma, qual è il problema, la camorra o Saviano che la combatte? Mi pare che il gioco che si profila sia quello della delegittimazione: svalutate ciò che dice per isolarlo, poi se arriva quello che lo fa fuori…”.

Ma chi “ha ucciso” Saviano? I nomi dei mandanti non ci sono ma, ha concluso Andrea Rossi: “Tutti possono immaginarseli”.

di Marianna Camillò

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