Building Osama : video-genesi del terrorista più famoso del mondo


01_03_09_Speciali_Building Osama2.jpgL’aereo violenta la prima torre, squarcia l’edificio all’apice dell’edificio,  il fumo nero e denso delle macerie comincia a riempire il cielo di New York ed in pochi istanti si attiva il caos. L’impatto sconvolge tutto. La comunicazione entra in fibrillazione, tutti i media del mondo, nessuno escluso, interrompono i programmi in agenda per fondarsi sulla breaking news più grossa del secolo.

La seconda torre crolla, per colpa di qualche dirottatore; crolla in diretta, nelle televisioni del globo, grazie alle telecamere americane. Realistico, troppo realistico. Come in un film, come a Hollywood. La morte, nel macabro spettacolo della copertura televisiva, diventa fiction. Migliaia di morti, polvere e fuoco, l’America ferita al cuore.

L’impatto sconvolge tutto.

A poche ore dalla strage dell’11 Settembre, mentre l’occidente cerca disperatamente di sedare la sua incertezza fagocitando informazione televisiva in un ininterrotto massaggio mediale, gli Stati Uniti hanno già trovato il colpevole. Il Nemico, l’antitesi del bene, porta un turbante, ha una lunga barba bianchiccia e parla arabo. Il Maledetto, l’assassino del World Trade Center, è un fondamentalista nichilista islamico che ha formato un’organizzazione criminale con il solo intento di distruggere i simboli del potere occidentale.

Un nome ed una serie di immagini che ritraggono il suo volto bombardano improvvisamente l’arena del pubblico, i programmi tematici si quintuplicano. Osama Bin Laden, leader saudita del terrorismo sunnita di Al Qaeda, legato al regime afgano dei Taliban, nel giro di mezza giornata è l’uomo più famoso della storia contemporanea.

Bin Laden, signore della distruzione, ostruisce l’approfondimento televisivo. Bin Laden, feroce saladino, è noto alla CIA, ha già colpito altre volte. Bin Laden, mostro informe, va stanato, cacciato, fermato, distrutto. Bin Laden è il Nemico, l’Opposto, noi siamo il Bene, lui il Male. Bin Laden, sintesi della sofferenza, è il capo assoluto dell’integralismo islamico violento, la demonologia americana ha inizio, la strega deve bruciare.
Le civiltà che si scontrano.

Ma il nemico è furbo, si nasconde nelle indistinguibili cavità carsiche del paesaggio afgano, protetto da una fitta rete di appoggi garantiti dal regime talebano ed avvolto in una coltre di mistero, fatta di voci discordanti sulle sue coordinate, condizioni di salute presumibilmente cagionevoli ma soprattutto l’utilizzo sistematico dei video-comunicati.

Dopo poche settimane dall’attentato, infatti, l’emittente araba del Qatar, Al Jazeera, inizia a trasmettere a ritmo intermittente i messaggi con i quali lo sceicco del terrore inizia una lenta e logorante sfida alla comunità, ai Lumi ed alla ragione critica dell’Occidente.
In nome di una presunta rivisitazione letterale del messaggio coranico, gli infedeli devono essere combattuti con forza, non importa se militari o civili. Deumanizzazione del nemico, semplificazione estrema della dottrina islamica, ed invocazione al Jihad ( inteso nella sua accezione più violenta, quella portata avanti con la spada ) sono le caratteristiche del discorso di Bin Laden.

Da quel momento in poi, l’aspetto, la presenza, l’esistenza stessa del terrorista saudita diventa puramente mediatica. Se, infatti, i giorni immediatamente precedenti erano serviti per ricostruire, tassello dopo tassello, una figura enigmatica e sconosciuta al grande pubblico occidentale, a prepararlo e, per quanto possibile, a limitare quella terribile sensazione di incertezza, nella trasmissione del primo messaggio possiamo individuare lo step decisivo per la mediatizzazione del nemico.

L’arena dei media assiste ad un vero e proprio overload di informazioni impazzite, teorie complottiste, dichiarazioni sulla presunta morte del leader di Al Qaeda ( come ad esempio nel 2007 l’intervista concessa ad Al Jazeera della statista pakistana Benazir Bhutto nella quale Bin Laden verrebbe dichiarato assassinato da Ahmad Omar Sa’id Shaykh, ufficiale del servizio segreto militare pakistano dell’ISI, Inter-Services Intelligence ), ed avvistamenti nei luoghi più diversi del Medio Oriente.

Questo movimento convulso e caotico trova terreno fertile nell’immenso contenitore del Web. Proprio in Internet, infatti, le informazioni più disparate prendono piede senza sosta, in un continuo climax ascendente che corrisponde sicuramente anche al grado di diffusione e familiarità del mezzo informatico dal 2001 ad oggi.
Oltre alle fonti ritenute ufficiali (Dipartimento di Stato Americano, CNN, la già citata Al Jazeera ed i siti dei grossi network internazionali ), il cyberspazio pullula di contenuti autoprodotti (da veri e proprie analisi della prossemica, delle tonalità della voce e dell’abbigliamento di Bin Laden ai più faceti giochini in Flash) che danno un importante contributo alla genesi dell’anticristo mediatico.

In realtà, a distanza di nove anni  Osama Bin Laden continua ad essere un ombra dai confini sbiaditi la cui struttura si perde nel mare magno della confusione informativa.
Gli unici elementi certi che possiamo rintracciare sono: il fallimento dell’amministrazione Bush, la quale, lungi dall’essersi assicurata la sua cattura, ha iniziato una lunga guerra nel cuore del Medio Oriente, bombardando la popolazione afgana ed aprendo varchi conflittuali in una sorta di pericoloso domino che, dopo l’Iraq, minaccia concretamente i paesi limitrofi; l’immenso effetto megafono che il sistema mediale ha offerto alle istante del terrorismo internazionale e la conferma del suo ruolo predominante nella costruzione psicologica della paura.

Come in Videodrome, capolavoro di David Cronenberg del 1983, in cui O’Blivion, capo della Chiesa Catodica, morto da quasi un anno, sopravvive solo sotto forma di registrazioni dei suoi discorsi, l’avatar di Osama Bin Laden continua a ripresentarsi saltuariamente nelle nostre tv e nel nostro subconscio, tenendo sapientemente all’erta i nostri demoni e facendo quasi sospettare che la nebulosa di incertezza che gli gravita intorno, ormai da quasi dieci anni, non sia del tutto acefala ed involontaria.

di Mattia S. Gangi

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