Ricordo di Lelio Luttazzi


lelio luttazziC’è una cosa su cui tutti concordano: era un signore. E tutti lo chiamavamo “maestro”. In effetti, lui lo era. Classe 1923, Lelio Luttazzi è morto l’8 luglio a Trieste, la sua città natale. Da tempo soffriva di neuropatia.

L’ultima volta in televisione l’avevamo visto al Festival di Sanremo 2009, mentre accompagnava Arisa al pianoforte, e poi interprete di “Vecchia America”, una delle sue tante canzoni. Luttazzi era conosciuto soprattutto per la decennale conduzione (dal ’67)  di ‘Hit Parade’, seguitissimo programma radiofonico della Rai. Mai sopra le righe, il maestro annunciava i dieci dischi più venduti in Italia. E l’Italia si fermava.

Recentemente Fiorello e Fabio Fazio lo avevano riscoperto, facendolo conoscere anche al  pubblico dei più giovani. Lo showman siciliano così ricorda il collega scomparso: “L’amicizia di Luttazzi era un onore per me, ammiravo la sua ironia e il suo essere artista completo. Lelio era un presentatore brillante, un raffinato musicista ed un comico come pochi, un protagonista indiscusso della radio e della tv. Gli dedicherò lo spettacolo dal palco di Cagliari”.

La carriera del maestro Luttazzi parla da sola. Da un lato la musica, jazz e swing, nelle vesti di compositore, musicista, direttore d’orchestra e cantante. Basti ricordare, tra le sue opere, “Una zebra a pois”, scritta e composta nel 1960 per Mina.

Su altro versante, il felice connubio di Luttazzi con lo schermo. Al cinema, nei panni di attore (anche se con ruoli secondari). Ma soprattutto in televisione, in qualità di conduttore e presentatore. A tal proposito, ecco – dalle pagine del Corriere – il commento di Aldo Grasso: “Luttazzi è stato protagonista di una stagione televisiva che allestiva spettacoli da fare invidia a Broadway, primo fra tutti ‘Studio uno’ (biennio 1965-66, ndr), con ospiti fissi e d’onore, sontuose scenografie, lussuosi balletti, grandiose regie, vedette canore del calibro di Mina, perfette professioniste come le gemelle Kessler. Un modello di eleganza tv mai più raggiunto”.

Tuttavia, ci fu un episodio che segnò – ingiustamente – la vita di questo brillante signore triestino. Nel 1970, infatti, Luttazzi venne arrestato perché coinvolto in una storia di droga insieme a Walter Chiari e Franco Califano. In realtà l’indagine fu condotta piuttosto approssimativamente (tutto nacque da una telefonata che il maestro ricevette dallo spacciatore di Chari) e, dopo 27 giorni di carcere, Lelio Luttazzi fu rilasciato e scagionato da ogni accusa. Purtroppo non riuscì mai a riprendersi da quella drammatica esperienza. Negli anni a seguire, il maestro si rinchiuse sempre più in sé stesso, sino a ritirarsi definitivamente dalle scene, nei primi anni Novanta. Walter Chiari non si scusò mai con lui.

Luttazzi amava definirsi “oblomovista” (dal romanzo di Ivan Goncarov), ossia “incline alla passività e alla rassegnazione di fronte all’aggressività e inesplicabilità del reale”. Oppure, come ebbe a dire lo stesso maestro, “L’oblomovismo è sì pigrizia, inettitudine, incapacità di azione. Ma anche deliberata autoemarginazione, intransigente rifiuto di tante cose che per gli altri sono importanti: il lavoro, l’ efficientismo, il giovanilismo, la carriera”.

Guardando all’oggi, vien da pensare che uno come Lelio Luttazzi servirebbe eccome alla traballante Rai degli ultimi anni. Forse tocca rassegnarsi: pezzi da novanta così non se ne vedono più.

Paolo Ceraldi

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