SPAGNA CAMPIONE DEL MONDO. Tutte le curiosità
Ha vinto la Spagna! Quando ormai lo spettro di un’altra finale mondiale decisa dalla lotteria dei rigori aleggiava sul Soccer City Stadium di Johannesburg, lo storico gol di Iniesta al 115’ ha sbloccato il risultato contro l’Olanda e ha spalancato le porte del paradiso agli iberici.
Fin lì era stata una partita tesissima, ruvida, a tratti brutta da vedere, con la Spagna che macinava gioco grazie ad una tecnica individuale superiore e all’ottimo possesso di palla, ma non riusciva ad infilare la rude difesa olandese, che spesso si aggrappava a falli violenti costringendo il troppo morbido arbitro Webb a tirare fuori 14 cartellini gialli e uno rosso, un record.
Poi è arrivato il micidiale diagonale di Iniesta, che ha dissolto ogni resistenza degli Orange e ha permesso alla Roja di conquistare meritatamente il primo titolo mondiale della sua storia (risultato finale 1-0).
A dire il vero l’Olanda aveva anche avuto la possibilità di chiudere il match in due occasioni, quando Robben, lanciato magistralmente da un filtrante di Sneijder, si era trovato solo davanti a Casillas, che però ha miracolosamente deviato di piede in angolo. Evidentemente questo era il destino, e così doveva chiudersi la diciannovesima edizione della rassegna iridata, una volta tanto vinta per fortuna dalla squadra che ha espresso il miglior gioco.
Così dal fischio finale in poi è scattata la Fiesta per le strade di Madrid ma anche in quelle di Barcellona, in un’improvvisa unità nazionale ritrovata, che ha portato le Furie Rosse al loro ritorno in patria prima a ricevimento da Re Juan Carlos, e poi dal premier Zapatero, che ha dato il via ufficiale ai festeggiamenti.
Per la Spagna questa vittoria rappresenta il coronamento di un ciclo iniziato con le vittorie dei club (Barcellona e Real Madrid) e proseguito con il trionfo agli Europei di due anni fa.
Per l’Olanda viceversa si tratta della terza finale persa su tre, dopo quelle del 1974 e 1978, ma mentre allora gli Orange potevano vantare un modo di giocare rivoluzionario (il “calcio totale” di Cruyff and co.), stavolta si sono fatti la nomea di squadra dura e picchiatrice, anche se nelle precedenti partite avevano comunque espresso un gioco discreto e sempre vinto, tra l’altro eliminando il Brasile nei quarti di finale (2-1).
Per la cronaca, terza è arrivata l’ottima Germania dei giovani, che nella finalina ha battuto il sorprendente Uruguay per 3-2, ma soprattutto nei turni precedenti aveva rifilato 4 gol all’Inghilterra di Capello e altrettanti all’Argentina di Maradona. Il capocannoniere del torneo è stato il tedesco Muller con 5 gol, mentre come miglior giocatore la Fifa ha scelto l’uruguayano Forlan.
Sotto l’aspetto tecnico è stato un mondiale al di sotto delle aspettative, con molte grandi stelle rimaste praticamente a guardare e con le due finaliste della precedente edizione, Italia e Francia, estromesse al primo turno dopo aver collezionato figure pessime.
Così alcuni dei fuoriclasse più attesi, tra cui Cristiano Ronaldo, Kakà, Robinho, Messi, si sono presto affievoliti o non hanno mai inciso davvero sulle sorti delle loro Nazionali, mentre altri non si sono proprio accesi (vedi Rooney e mezza nazionale inglese, Capello compreso), altri ancora non hanno praticamente giocato (Milito) o sono stati ridotti giocoforza al rango di comparse (vedi Drogba ed Eto’o). Hanno avuto la meglio i giocatori atletici, forse per le condizioni climatiche o più probabilmente perché molti big sono arrivati all’appuntamento sfiniti da una stagione sfiancante. Stesso discorso per gli allenatori: chi era arrivato in Sud Africa con il bastone del comando e la fama del guru vincente (e spesso antipatico, perché ora si usa così), è dovuto tornare a casa alla chetichella, talvolta dimettendosi, talaltra no (Capello), talaltra ancora aggirando il problema grazie al contratto scaduto (Lippi e Domenech). Hanno prevalso gli allenatori-selezionatori e gestori del gruppo, che in poco tempo hanno saputo amalgamare le individualità senza troppe pretese o strategie (uno su tutti Del Bosque, che ha importato nella nazionale spagnola il modo di giocare del Barcellona con innesti dal Real Madrid).
La nota positiva è stata rappresentata sicuramente dal lancio di molti nuovi giovani interessanti, che le nazionali più evolute mentalmente hanno avuto il coraggio di lanciare. Ci ricorderemo così di Muller, Pedro e Piquè…
Noi italiani invece ci ricorderemo di questo mondiale come una delle pagine calcistiche più nere mai scritte dalla nostra Nazionale, incapace di superare il primo turno dopo aver pareggiato a stento con il Paraguay (1-1), e soprattutto con la Nuova Zelanda, n. 78 del ranking mondiale (1-1 grazie ad un rigore dubbio), e aver perso meritatamente con l’esordiente Slovacchia (3-2). Simili risultati rimandano alla funesta disfatta del 1966 con la Corea del Nord, ma almeno lì vincemmo una partita, mentre in Sud Africa per la prima volta nella nostra storia mondiale questo non è accaduto.
Sicuramente la disfatta dell’Italia risiede nelle scelte sbagliate e testarde di Lippi, e nell’assenza di gioco, ma a distanza di un mese, onde evitare di ripetere i soliti (giusti) commenti, è ora di fare un’analisi più approfondita e guardare avanti traendo spunto dalle altre Federazioni che negli ultimi anni hanno seminato e raccolto più di noi (vedi quella tedesca e spagnola), investendo sui vivai. Il nostro sistema calcio è da rifondare: abbiamo squadre che non investono più sui giovani talenti italiani; abbiamo stadi vecchi, spesso semideserti e non di proprietà delle squadre; abbiamo ancora il fenomeno degli ultrà e la violenza sugli spalti, che disincentiva molti sportivi a seguire le loro squadre (contrariamente a quanto avviene a Londra e Barcellona, dove si vedono famiglie intere che vanno a vedere la partita). E perché poi le preclusioni sugli oriundi (ad esempio potrebbero giocare in Nazionale Julio Sergio, Thiago Motta, Taddei, Zarate ecc.) contrariamente a quanto avviene nel basket, nel rugby e nell’atletica?
Il Mondiale insomma, dopo un mese intenso di gare, chiude i battenti dando appuntamento all’edizione del 2014 in Brasile. Gli aspetti sportivi e organizzativi lasceranno sicuramente un ricordo positivo, ma quello che sicuramente rimarrà maggiormente impresso di questo Mondiale è l’aspetto socio-politico, con il Sud Africa, che proiettato per un mese alla ribalta planetaria, ha saputo dimostrare di essere all’altezza della situazione, e soprattutto, nonostante i molti problemi irrisolti, ha saputo trasmettere al mondo l’immagine di un Paese ormai lontano dai tempi dell’apartheid.
A tal proposito sicuramente il momento più emozionante di questo mese è stato durante la cerimonia di chiusura, quando all’interno del campo del Soccer City è comparso in un fuori programma Nelson Mandela seduto a bordo di un’auto elettrica scoperta, con poche forze dovute all’età, ma in grado con un sorriso e con pochi gesti far scattare in piedi tutto il pubblico e di emozionare il mondo intero.
Simone Bartoli

Author: Redazione Magazine (625 Articles)