Libertà è partecipazione. Gli anni della rivoluzione
Un’idea, la condivisione, un’ingiustizia sociale, un gap generazionale: questa l’anima delle rivolte di massa. Questi gli elementi che hanno spinto negli anni sessanta l’Europa e l’America a scendere in piazza; questi i perché della rivoluzione battezzata “Onda verde” dell’Iran del XXI secolo.
Slogan condivisi; convinzione che solo il gruppo, la molteplicità sia capace di apportare dei cambiamenti sociali, di andare contro il potere costituito, contro un’ideologia imperante e contro decisioni volute solo dall’alto. Questo forse quello che manca all’Italia dei nostri giorni.
L’Italia era un paese molto legato alle sue origini, al concetto di famiglia e di divisione tra il ruolo maschile e quello femminile, quando nel 1966 gli studenti della facoltà di sociologia di Trento iniziarono a protestate contro l’autoritarismo accademico e al classismo universitario. Non ci volle molto perché la protesta si estendesse fino a portare in piazza a Milano trenta mila studenti, operai e immigrati. Nel resto dell’Europa e in America (dove il sessantotto ebbe inizio) l’anno più caldo sarà il 1968. In Italia questo anno verrà ricordato soprattutto per “i fatti di Valle Giulia”(1Marzo 1968): la rivolta con sede nella facoltà di architettura di Roma che vide scontrarsi studenti e polizia.
Quello che ha reso il sessantotto un periodo fondamentale per la storia dell’Occidente, con tutte le possibili considerazioni pro e contro, è stato il suo coinvolgere simultaneamente più fronti. Alle proteste degli studenti presto si unirono quelle degli operai scaturite dal termine per il rinnovo del contratto di lavoro. Si arriva all’autunno caldo (1969) che porterà gli operai ad ottenere, nel 1970, lo Statuto dei Lavoratori.
L’Europa durante questo periodo è ovunque un focolaio di rivolte. Dalla Polonia alla Jugoslavia, da Parigi a Praga il popolo intero si unisce per protestare contro un’ingiustizia sociale e per chiedere maggiore parità di trattamento. Ogni Nazione poi ha un ulteriore perché interno, come negli Stati Uniti dove si protestava anche contro la guerra in Vietnam.
In Italia il sessantotto ha aperto la strada a una sequela di lotte che hanno portato a cambiamenti nello stato di famiglia e di diritto ancora oggi al centro delle discussioni. Come la legge sull’aborto del 1978 ottenuta dopo manifestazioni in cui donne, con sulle spalle bambini, gridavano lo slogan: ”l’utero è mio e lo gestisco io”. E’ il periodo in cui la donna vuole abbandonare i fornelli ed essere considerata al pari dell’uomo: nascono i collettivi femministi e viene fatta la legge sul divorzio.
Nomi ancora presenti nel nostro panorama politico hanno contribuito a questi risvolti, tra tutti Bonino e Pannella.
L’Italia degli anni ottanta sembra riposarsi dopo le conquiste ed è la rivolta di Piazza Tien An Men del 1989 che fa vibrare gli animi più caldi. Studenti, operai e cittadini della Cina comunista si schierano tutti insieme contro il potere dittatoriale.
Ed oggi cosa accade? Se si guarda il panorama mondiale, e nello specifico quello della nostra penisola, le ingiustizie sociali sembrano ancora esistere. Un giovane su quattro non ha lavoro; si è davanti al “familiarismo” più totale sia nel mondo lavorativo che in quello accademico; le fabbriche chiudono senza che gli operai abbiano un salvagente sociale sufficiente; gli immigrati sono sfruttati e tenuti nella non decenza (come dimostrato dalla rivolta di Rosarno) e sta aumentando esponenzialmente la divisione tra ricchi e poveri. Le donne, dopo aver conquistato sulla carta pari diritti, si trovano a dover faticare di più per ottenere gli stessi riconoscimenti degli uomini e ad aver maggiori doveri perché non c’è più uno stato assistenziale. Ogni anno gli studenti scendono in piazza per protestare contro le riforme ed ogni anno i lavoratori protestano per la loro condizione, ma non c’è più una coesione sociale nella protesta. Sembra che i gruppi non siano più capaci di creare tra loro un collante. E se cinquanta anni fa si aveva un Occidente unito in lotte per diritti comuni, oggi questo non lo si riesce a fare nemmeno dentro ad una Nazione. Ad eccezione delle recenti rivolte in Grecia. La necessità di sopravvivere prende il posto della volontà di ottenere per la collettività.
Oggi, a scendere in campo è stata una realtà ai più conosciuta solo per la guerra, per il petrolio e per l’Islam: quella iraniana. La rivoluzione verde del 2009 ha coinvolto milioni di cittadini tra giovani, donne e lavoratori ed a mostrato al mondo intero una Nazione compatta contro le ingiustizie. Lì in uno Stato da pochi riconosciuto come l’antica e colta Persia si è avuta una coesione. Purtroppo i diritti sociali sono talmente negati che si sono avute morti tragiche e pochi risvolti politici. Hanno avuto il coraggio di rischiare in un luogo dove “mostrare” la faccia può portare alla condanna a morte. Quelle donne che avevano ampi diritti quando in Italia ne avevano pochi, si ritrovano ora a lottare per riacquistare una fetta di libertà. Non ci sono sindacati in Iran, ci sono gruppi di opposizione e ci sono giovani che attraverso le nuove tecnologie ed una storia universitaria millenaria stanno vivendo il gap che noi vivemmo nel sessantotto.
Gaber cantava “libertà è partecipazione”: in Occidente più che in Iran, forse, potremmo essere liberi se solo usufruissimo pienamente del diritto di partecipare e protestare.

Author: Redazione (935 Articles)
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