Da Nord a Sud: l’Italia delle variazioni linguistiche
L’Italia, che dalle Alpi si tuffa nel bel mezzo del Mediterraneo, è abitata da un’eterogeneità di gruppi umani con proprie identità e caratteristiche in grado di renderli spesso nettamente distinguibili gli uni dagli altri. Tuttavia una cosa unisce il popolo italiano: la sua lingua!
…Niente di più sbagliato! Infatti, se pensate che l’unica lingua ufficiale in Italia sia l’italiano, cadete in un grosso errore: la più vistosa marca di distinzione tra gli abitanti delle varie aree della penisola è data dalla variabilità linguistica a livello regionale e locale.
Come riconosciuto anche dalla legge n. 482/1999, all’interno dei confini italiani esistono circa quindici lingue ufficiali oltre all’italiano, che è parlato da una comunità di oltre 55 milioni di individui: al secondo e terzo posto si classificano il sardo, con circa un milione e mezzo di parlanti, e il friulano, con circa 600 mila parlanti. Seguono poi il tedesco in Alto Adige e Sud Tirolo (270 mila), il francese in Valle d’Aosta (100 mila), lo sloveno in Friuli-Venezia Giulia (100 mila), il franco-provenzale in Valle d’Aosta, l’albanese in Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, il ladino in Alto Adige, Trentino, Veneto, il catalano in Sardegna, il greco in Puglia e Calabria, il Walser (dialetto alemannico) in Valle d’Aosta e Piemonte, altri dialetti tedeschi e bavaresi in Trentino e Friuli, il croato in Molise. Ma la variabilità non finisce qui: l’Italia ha un indice di diversità linguistica tra i più alti d’Europa, attestandosi sullo 0,59 laddove lo 0 è pari alla massima omogeneità e l’1 alla massima differenza. Come mai?
Per secoli lingua italiana e dialetti storici hanno vissuto separatamente: l’italiano, com’è noto, si è affermato originariamente come lingua letteraria, il dialetto era invece la lingua del parlato e della quotidianità. La lingua italiana è frutto dell’affermarsi di un dialetto sugli altri: il dialetto fiorentino, per l’appunto. Il passaggio dell’italiano dallo scritto all’oralità nel resto della penisola ha comportato una maggiore flessibilità della lingua italiana alle variazioni geografiche, temporali, stilistiche e sociali, che i linguisti chiamano rispettivamente diatopiche, diacroniche, diafasiche e diastatiche. L’incontro tra italiano letterario e dialetti storici ha quindi determinato un mutamento linguistico che ha dato origine ai cosiddetti italiani regionali: si tratta essenzialmente di varietà coerenti di italiano influenzate dagli elementi linguistici locali. È questa caratteristica a determinare le varie inflessioni del parlato che subito rendono riconoscibile un parlante del nord da uno del sud (livello macroareale), così come un parlanti veneto da uno calabrese (livello microareale o regionale), nonché un parlante romano da uno napoletano (livello locale).
Spesso nemmeno le persone colte, pur non parlando in dialetto, sono immuni dalle cadenze regionali, che determinano l’uso di una vocale stretta piuttosto che larga, lettere aspirate come nel caso toscano o tendenza a raddoppiare le consonanti come nel caso laziale e così via. I linguisti parlano in questi casi di italiano neostandard, ovvero di varietà che potrebbero costituire la base per un nuovo standard normativo.
Pochi sanno effettivamente di cosa si parla quando invece ci si riferisce al dialetto storico: molti pensano che il dialetto sia ciò che i linguisti invece indicano come italiano regionale. In realtà, laddove l’italiano regionale è il frutto dell’incontro tra italiano standard e dialetto, il dialetto storico in Italia è il frutto dell’incontro del latino con le lingue prelatine già esistenti sul territorio.
Vediamo ora come si distribuiscono sul territorio italiano le varietà linguistiche. Senza addentrarci nei cavilli della materia linguistica, ci limitiamo ad analizzare la varietà geografica (o diatopica).
A Nord troviamo gli italiani settentrionali che possiamo distinguere in lingue retro romanze (sottodialetto ladino e lingua friulana), lingue gallo-italiche (ovvero con influenze francofone), veneto, istrioto, lingua occitana e lingua franco-provenzale. Si registrano diverse influenze slovene e germaniche.
Al Centro ci sono il toscano e i dialetti mediani (romanesco, ciociaro, umbro, marchigiano centrale, sabino). Casi a parte sono l’italiano regionale toscano-fiorentino e quello romano, a causa delle loro origini storiche: l’italiano parlato a Firenze, infatti, si sviluppò con progressivo distacco dalle regole scritte da Pietro Bembo, determinando quindi una varietà regionale. Il mutamento linguistico a Roma è invece improvviso e avviene nel XVI secolo, in relazione allo spopolamento della città e al succedersi di Papi appartenenti alla famiglia De’Medici. Con un anticipo di quattro secoli rispetto alle altre regioni, si afferma quindi l’italiano regionale romano.
Al Sud troviamo gli italiani meridionali ed estremo meridionali, con isole linguistiche galloitaliche in corrispondenza della Sicilia e della Basilicata, nonché isole linguistiche occitaniche, greche e arpitane. Infine in Sardegna distinguiamo il sardo, il sardo-còrso, il ligure, il catalano e il veneto.
Quello italiano è chiaramente un tessuto linguistico che si dirama ulteriormente se approfondiamo la natura delle varie varianti regionali e reciproche influenze linguistiche. E dopo questo breve excursus, siete ancora convinti che in Italia si parli solo una lingua?

Author: Vanessa (125 Articles)
Responsabile Ufficio Stampa