Un medico, una casalinga e Mario Monicelli : ritratto positivo del 2010


MONICELLIC’è un dottore a Monza, esperto di microchirurgia e traumatologia degli arti superiori, professor Massimo Del Bene; e poi c’è una donna, Carla Mari, 52 anni, casalinga di Busto Arsizio, la quale nel 2007 perde le estremità inferiori e superiori per  un’infezione dovuta a una cistite. Grazie alla donazione degli arti superiori da parte di un’altra donna, il cui espianto è stato eseguito presso l’ospedale di Cremona, il professor Del Bene realizza, presso l’ospedale San Gerardo, il primo trapianto al mondo di entrambe le mani.

La difficile operazione è stata eseguita il 14 ottobre scorso ed è stata usata una tecnica anti-rigetto basata sulle cellule staminali. Le staminali sono state prelevate dal midollo della stessa paziente, poi reiniettate 24 ore prima del trapianto. Alla signora Mari sono poi stati trapiantati tessuti adiposi, presi dalla donna stessa. Infine, la paziente ha subito un trapianto di epidermide sul dorso. “Questo inserimento di elementi cellulari propri negli arti estranei ha la funzione di “depistare” gli anticorpi che tendono ad aggredirli” ha spiegato Andrea Biondi, direttore della Cell Factory del San Gerardo, una delle tre “officine cellulari” attive in Italia. Si limita così l’uso di farmaci anti-rigetto. Il primo intervento a una sola mano è stato fatto nel 1998 a Lione, da un’equipe di cui faceva parte, tra l’altro, il dottor Marco Lanzetta, direttore dell’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano di Monza.

In un periodo in cui i tagli dei fondi destinati ai ricercatori e alla ricerca sono al centro di molti dibattiti, appare ancora più lodevole e degna di menzione la delicata operazione eseguita dal professor Del Bene, annoverabile sicuramente tra i personaggi di maggior rilevanza, in termini chiaramente positivi, di questo 2010 italiano, che si avvia alla conclusione. L’esperto professore potrebbe e dovrebbe fungere da esempio e riferimento per tutti quegli studenti che, a causa di vari fattori, vedono cadere qualunque certezza sul proprio futuro.

Come il professor Del Bene, ma ben più noto, anche Mario Monicelli può essere un riferimento per i giovani “ribelli” del 2010. Era nato il 15 maggio del 1915 a Viareggio, figlio del critico teatrale e giornalista Tommaso. Dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa aveva esordito nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore.

Regista e sceneggiatore, baluardo del cinema e della commedia italiana del Novecento, negli ultimi mesi aveva abbracciato la protesta dello spettacolo contro i tagli alla cultura, incitato i giovani a ribellarsi per un futuro migliore, si era lamentato che il cinema di oggi non riusciva a raccontare la vera realtà italiana; realizza quindi “La nuova armata Brancaleone”, un cortometraggio di protesta contro i tagli alla cultura e all’istruzione di questo governo, con la collaborazione del compositore Stefano Lentini, di Mimmo Calopresti in veste di sceneggiatore e di Renzo Rossellini come produttore.

A 95 anni, l’età in cui si è di solito più deboli, attaccati all’ultimo barlume di vita e dipendenti dal volere degli altri, ha avuto il coraggio e la forza di dire basta. Mario Monicelli si è tolto la vita gettandosi dal quinto piano del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, dov’era ricoverato per un cancro alla prostata, la sera del 29 novembre 2010. “Non si può vivere rimpiangendo ciò che si è stati”, aveva detto. E così è stato, così è accaduto. Forte di una grande carriera e di una vita brillante, messo all’angolo da una malattia terminale, Monicelli ha deciso di dire basta e ha avuto il coraggio di mettere in pratica, per l’ultima volta, un suo pensiero.

Coraggio; quello che manca a gran parte dei giovani d’oggi. Coraggio di andare oltre gli ostacoli che si presentano quotidianamente, coraggio di perseguire degli obiettivi, coraggio di rifiutare un sistema che oscura il futuro degli studenti, coraggio di proseguire gli studi nella terra natia, per dar vita innovazione e progresso, coraggio di assumersi le proprie responsabilità, coraggio di denunciare le illegalità crescenti nel nostro Paese, coraggio di affrontare la vita.

Un uomo che coraggio ne ha da vendere è Roberto Saviano, scrittore e giornalista, laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II. “Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti. In verità ciò che spaventa è che tutti possano d’improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro”. Questa è la prefazione che appare sul sito ufficiale dello scrittore campano, alla voce “biografia”.

Le parole, la formidabile arma in mano a Roberto Saviano, l’arma che ha fatto e continua a far tremare i boss della Camorra e della ‘Ndrangheta, tanto che dall’ottobre del 2006 vive sotto scorta, per motivi di sicurezza stabiliti dallo Stato, ed è costretto a cambiare continuamente dimora. Saviano utilizza le parole per descrivere un’Italia “parallela”, sconosciuta ai più e che forse pochi vorrebbero conoscere, perché in fondo i rifiuti di Napoli non danno fastidio a un milanese, o forse perché la cocaina comprata dall’imprenditore veneto arriva proprio da Napoli, dal porto di Napoli, di cui Saviano parla accuratamente nel suo primo romanzo, “Gomorra”, pubblicato nel 2006 ed edito da Mondadori.

Nel novembre 2009 Mondadori pubblica il suo secondo romanzo “La bellezza e l’inferno”, una raccolta di articoli scritti soprattutto sotto regime di protezione, ma è nel 2010 che lo scrittore casertano ha la possibilità di rivolgersi in prima persona all’intero pubblico italiano. A marzo esce per Einaudi un cofanetto con DVD dal titolo “La parola contro la Camorra” e l’8 novembre presenta insieme a Fabio Fazio la prima puntata di Vieni via con me, programma in onda su RaiTre che si propone di trattare ed analizzare i problemi politici, sociali e culturali dell’Italia.

Nel corso delle quattro puntate del discusso programma televisivo, l’ultima in onda lunedì 29 novembre, con i suoi monologhi Saviano fa un grande excurcus sulle mafie in generale, non mancando di descrivere talvolta alcuni curiosi particolari, quali le origini della mafia o l’organigramma, la struttura generale della mafia siciliana. Nel corso di una puntata tuttavia lo scrittore casertano ha centrato i suoi monologhi sul tema dell’eutanasia, parlando dei casi Englaro e Welby.

Roberto Saviano, ad appena 31 anni, collabora con importanti testate giornalistiche italiane ed internazionali, quali, in Italia, L’espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti  il Washington Post e il Time, in Spagna El Pais, in Germania Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia Expressen e in Gran Bretagna il Times. Questa è la dimostrazione che la meritocrazia e il coraggio pagano; il coraggio che accomuna Monicelli e Saviano, il coraggio che dovrebbe acquisire lo studente italiano, stanco di “vivere” in un’università malsana, che premia spesso chi ha minori capacità ma maggiore disponibilità economica, o qualcuno alle spalle.

Saviano è l’antitesi del “bamboccione” italiano di cui ha parlato Renato Brunetta, ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione; è stato uno studente che ha deciso di proseguire gli studi nella sua terra, la Campania, e adesso è uno scrittore che vuole liberare quella stessa terra dai mali da cui è afflitta, che si chiamano disoccupazione, criminalità, emergenza rifiuti. Per fare ciò è necessario che tutti conoscano la verità e sappiamo realmente cosa succede a Napoli e nei territori campani.

Di Giuseppe Libertella

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