Speciale REVOLUTION – Rivolte popolari nel Nord Africa e nei Paesi Islamici. Quali conseguenze?


Il 17 dicembre 2010, Mohamed Bou Azizi, un giovane laureato tunisino adattatosi, per vivere, come ambulante abusivo, si è dato fuoco per protestare contro la polizia, che gli aveva sequestrato la merce. Da quel momento, la fiammata della rivolta popolare si è diffusa in tutti gli Stati arabi. Due rivoluzioni si sono consumate in Egitto e Tunisia, altre sono in pieno svolgimento in Libia e Yemen. Siria, Algeria e Giordania sono in fermento, mentre in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente sono segnalati numerosi gruppi di giovani che manifestano contro i regimi al potere.

In tutte le contestazioni, risulta molto significativo il fattore islamico, talvolta postosi direttamente alla guida della protesta. In Egitto è presente la Fratellanza Musulmana, in Tunisia il Movimento della Rinascita Islamica, in Giordania il Fronte di Azione Islamica, nello Yemen la Coalizione Nazionale per la Riforma e in Algeria il Fronte Islamico di Salvezza. In Siria risulta attivo il movimento clandestino dei Fratelli Musulmani, in Marocco il partito Giustizia e Sviluppo.

NordAfrica

Molto attenti alle evoluzioni delle rivolte sono gli stati occidentali, che nutrono a riguardo svariati interessi economici, politici e sociali. E’ opinione diffusa che le rivoluzioni in Medio Oriente abbiano colto alla sprovvista gli Stati Uniti, ma Washington ha saputo rapidamente voltare pagina e cogliere le opportunità emerse dai cambiamenti. Certamente la Casa Bianca ha perduto con Hosni Mubarak, un amico-alleato di primissimo piano ed ha visto indebolirsi dei fedelissimi, come il Presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, ma le opportunità presentatesi non sono da meno.

Anzitutto, c’è la concreta possibilità di arrecare gravi danni se non addirittura espellere dall’Africa settentrionale la Cina, grande investitore in Sudan e in Libia, ma attore di primo piano anche sulla scena egiziana. L’ex segretario al Tesoro Usa, Paul Craig Roberts, ha detto in questi giorni all’iraniana Press Tv che la rivolta in Libia è “un’operazione della Cia” per cacciare dalla Libia Pechino che vanta cospicui investimenti nel settore energetico: “La cosiddetta rivolta in Libia è unica, nasce nell’est del Paese, dove guarda caso gli investimenti petroliferi cinesi sono maggiori”. Lo stesso vale secondo l’ex funzionario statunitense per la Siria che ha garantito alla Russia una base navale ampia nel Mediterraneo, adatta anche ad ospitare delle portaerei, e ne sta pagando il prezzo. Washington non vuole che la Cina e la Russia mettano radici nel Mediterraneo e per impedirlo ricorre a ogni mezzo.

I grandi cambiamenti in atto nel mondo arabo hanno, poi, aperto la strada alla creazione di un nuovo superorganismo arabo al posto dell’inefficiente e poco controllabile Lega Araba. Il nuovo organismo è il Consiglio della cooperazione del Golfo, formato dalle monarchie assolute del Golfo Persico (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar, Kuwait, Oman) ricche di petrolio, di gas naturale, fedeli agli Usa a cui garantiscono basi militari, ostili a ogni forma di democrazia, profondamente diffidenti verso l’Iran e le proprie comunità sciite, che considerano come la quinta colonna di Teheran.

Anche la Turchia si trova ad affrontare una sempre sfida più difficile, originata dall’ondata di tumulti che sta travolgendo tutto il mondo arabo. Tale sfida riguarda il suo crescente interesse economico nella regione, la sua riscoperta influenza politica e la sua strategia di lungo corso tesa ad evitare l’aggravarsi di qualsiasi problema lungo i suoi confini. Nel breve spazio di pochi anni, la Turchia è diventata la potenza più dinamica del Medio Oriente. Ma settimane di lavoro diplomatico da parte turca sono svanite all’inizio del mese di maggio, quando il primo ministro turco, senza giri di parole, ha richiesto le dimissioni del Colonnello Muammar Gheddafi.

Prima che le rivoluzioni in Egitto e in Tunisia scatenassero la cosiddetta “Primavera araba”, la Turchia fungeva da catalizzatore nel riallineamento che si stava profilando in Medio Oriente, promuovendo una politica estera spesso indipendente dagli Stati Uniti in una regione in cui nessun altro paese eguagliava la sua statura politica. Adesso i disordini lungo i suoi confini stanno compromettendo anni d‘impegno in campo diplomatico ed economico.

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Tunisia, Egitto e Libia sono da sempre realtà importanti anche per l’economia italiana e la loro instabilità politica rischia di incidere profondamente sugli interessi italiani nell’area. Un discorso a parte deve essere fatto per la Siria. Differente per collocazione geografica e geopolitica la Siria sta diventando, negli ultimi anni, un partner economico importante per il nostro Paese e una sua instabilità potrebbe essere molto pericolosa per una collaborazione appena avviata.

L’Italia è tra i principali partner commerciali dei Paesi del Maghreb, dove gli investimenti si concentrano soprattutto nel settore delle costruzioni e infrastrutture e in quello energetico e petrolifero. Inoltre Roma ha avviato, da qualche anno, una fruttuosa collaborazione con la Siria. I dati ISTAT dimostrano che durante il 2010 il valore dell’interscambio tra Italia e Siria è stato di 2,3 miliardi di euro, con un aumento del 102,7% rispetto al dato del 2009. Le rivolte che dal Maghreb si sono diffuse al Medio Oriente portando anche alla caduta di regimi ormai

trentennali, potrebbero, dunque, indurre drammatiche conseguenze per l’economia occidentale in generale e per quella italiana in particolare. I sommovimenti in Tunisia, Egitto e Siria e la guerra in Libia stanno, infatti, ridisegnando gli assetti politici dell’area e questo potrebbe incidere sul proficuo interscambio commerciale esistente nel bacino del Mediterraneo. I tumulti in Tunisia ed Egitto, la guerra in Libia e l’attuale rivolta in Siria pongono, quindi, questioni di ordine economico di ampia portata. Se nei primi due Paesi, dopo una prima fase d’instabilità legata al momento caldo delle proteste, l’incertezza sul futuro dipende ora dalla ristrutturazione economica dei governi di transizione e dalle nuove rivendicazioni della popolazione, in Libia sono il conflitto bellico e la mancanza di una controparte economica attendibile che creano smarrimento e sfiducia. In Siria, invece, la realtà è in continuo divenire e solo quando la situazione sarà maggiormente definita si potrà determinare i problemi da risolvere e la conseguente strategia d’azione.

Di Giuseppe Libertella

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Author: giuseppe (36 Articles)

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