THE SOCIAL DEATH – Come (non) si muore su Facebook


| di Silvia Costa |

Schermata 10-2455858 alle 16.15.59Che Facebook e il sistema dei social-media in generale abbiano cambiato la vita sociale delle persone (privata, pubblica, politica, segreta, etc) è cosa nota e risaputa, ma che gli stessi sistemi di reti comunicative abbiano radicalmente modificato la concezione antropologica, sociale e privata della morte, è evoluzione recente.

Due eventi funebri attuali ne sono una prova lampante, almeno per la comunità virtuale italiana: Steve Jobs e Marco Simoncelli. Due personaggi di peso e accadimento diversi; una morte internazionale e “naturale” quella del fondatore della Apple; una morte giovane, improvvisa e nostrana quella del motociclista romagnolo. Un annuncio istituzionale postumo versus un annuncio mediatico on-time. Eppure la risposta della comunità internauta non cambia; arriva prima che può, appena si sa, alla fine del percorso del bit o del chip o del segnale satellitare. Arriva spontanea, a grappolo, a nodi, a reti appunto e fornisce dell’evento-lutto, la rappresentazione collettiva sociale del “pensiero dilettante” (il senso comune, come lo chiama Pina Lalli in “Guerra e media”).

Facebook e i suoi fruitori, producono spazi, tempi e modalità enunciative nuovi, privilegiando l’effetto sensoriale della verità. Le tipologie degli interventi così prodotti sono davvero simili a quelle indicate dalla sociologa Pina Lalli (Guerra e Media, Ombre Corte 2003): messaggi di replica di fonti informative altre (un ping-pong di link alle notizie dei maggiori quotidiani nazionali), messaggi di discussioni attorno al significato di eventi accaduti (ad esempio la discussione sugli interventi elettronici moderni del nuovo motociclismo), testimonianze dirette (di chi ha conosciuto, lavorato, odiato e amato il personaggio defunto). A questi, per il mondo di Facebook, si aggiunge il valore evocativo dell’immagine di profilo; lì, in quel rettangolo di massimo 4 Mega Byte il social-mediatico si identifica estensivamente con l’immagine simbolo del defunto (i visi stessi, la mela di Apple, il casco, la moto, gli oggetti, etc). Come dire: “io sono te”. Solo che a dirlo sono milioni di persone nello stesso istante.

Non si tratta quindi e solamente di ri-collettivizzare il rito della morte, ingabbiato per secoli nel tabu cattolico-cristiano, ma chiunque abbia avuto un lutto tra i suoi social friends lo sa; Facebook diventa estensione del reale terminato, finito, spento. Il social-media fornisce la nuova possibilità di leggere e scrivere di qualcuno e a qualcuno anche quando questo qualcuno non esiste fisicamente più. Facendolo vivere a tutti gli effetti, prolungandogli la vita. Prolungandogli, per qualcuno criticabilmente, la vita virtuale (astrale o telematica che sia) dopo il punto y.

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