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	<title>CULTUMEDIA Magazine &#187; Che Peccato!</title>
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	<description>Mensile di Cultura, Media, Società</description>
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		<title>Dante, Inferno e il Viaggio</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:35:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
		<category><![CDATA[SPECIALI]]></category>

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		<description><![CDATA[Si entra all&#8217;Inferno con tre dei sette peccati &#8230;
Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,/una lonza leggiera e presta molto,/che di pel macolato era coverta. Nel primo canto della Commedia tre fiere si presentano a Dante a impedirgli il viaggio verso la salvezza: una lonza, un leone, una lupa. Rappresentazioni allegoriche di tre peccati che ostacolano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/Divina-Commedia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1161" title="Divina Commedia" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/Divina-Commedia-228x300.jpg" alt="Divina Commedia" width="205" height="270" /></a>Si entra all&#8217;Inferno con tre dei sette peccati &#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,/una lonza leggiera e presta molto,/che di pel macolato era coverta. </em>Nel primo canto della <strong>Commedia </strong>tre <strong>fiere </strong>si presentano a Dante a impedirgli il viaggio verso la salvezza: una lonza, un leone, una lupa. <span id="more-1159"></span>Rappresentazioni allegoriche di tre peccati che ostacolano il pentimento e la conversione del peccatore, raffigurano al contempo tre impedimenti particolarmente gravi al raggiungimento dell’ordine politico e militare della società cristiana. Secondo l’ipotesi più antica e più accreditata, la lonza è simbolo di lussuria, il leone di superbia, la lupa di avarizia: «tre vizi che comunemente più occupano l’umana generazione» (Ottimo). Da dove provenivano quelle tre bestie? Da un punto di vista letterario, dalla Bibbia: «Per questo li azzanna il leone della foresta, il lupo delle steppe ne fa scempio, il leopardo sta in agguato vicino alle loro città, quanti ne escono saranno sbranati; perché si sono moltiplicati i loro peccati, sono aumentate le loro ribellioni»<em>.</em><em> </em>E’ il profeta <strong>Geremia </strong>che lancia la sua geremiade contro il corrotto regno di <strong>Giuda</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Peccati, quindi, da interpretare non in dimensione privata, ma come caratteri negativi di tutta la società del tempo (e oltre!). E se i peccati personali diventano peccati universali, lo stesso ruolo dantesco travalica i propri confini fino ad identificarsi con l’umanità. L’espressione del sociale è anche nel titolo dell’opera: “Commedia”, dal greco antico <em>komodìa, </em> deriva da <em>kòmos</em> («corteo», «processione») e <em>odè</em> («canto»). Dante è autore-giudice: distribuisce dannazioni e salvezze, pene e beatitudini, assurgendo ad una visione divina. Dante è attore, protagonista del viaggio e personaggio principale della vicenda. Ma <strong>Dante </strong>è soprattutto <strong><em>pellegrino</em></strong>, è il rappresentante dell’intera umanità: «nel mezzo del cammin di <em>nostra</em> vita», per l’appunto. Quello dantesco è il <strong>viaggio </strong>dell’uomo verso la redenzione, il viaggio di un esule teso ad espiare le proprie colpe per ottenere un bene di natura spirituale. Nella Commedia c’è la gioia e il dolore di ognuno, l’orgoglio e il coraggio del vivere, infrenato dal timore morale, sorretto e animato dall’alta speranza. Non a caso, il concetto è espresso con maggior chiarezza pochi versi dopo l’apparizione delle tre fiere: appare il veltro che secondo la profezia virgiliana sarà il solo capace di sconfiggere la lupa. <strong>Veltro</strong>, né preciso personaggio storico, né identificazione di una riforma morale della società: nel veltro, come sostiene Paolo Baldan, si nasconde semplicemente Dante stesso con la sua opera finalizzata alla salvezza dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>di Maria Rosaria Re</em></p>
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		<title>Peccato, Società e Religione</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
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		<description><![CDATA[
Il peccato non è altro che la trasgressione punita dalle istituzioni preposte al controllo della moralità e della condotta di vita. Ma perché si pecca o si trasgredisce? Come mai spesso nel proprio intimo non ci si senta in colpa anche adottando comportamenti non socialmente condivisi? I 10 comandamenti nel caso della religione cattolica, sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/PECCATO.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="PECCATO" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/PECCATO-300x247.jpg" alt="PECCATO" width="209" height="172" /></a>Il <strong>peccato</strong> non è altro che la trasgressione punita dalle istituzioni preposte al controllo della moralità e della condotta di vita. Ma perché si pecca o si trasgredisce? Come mai spesso nel proprio intimo non ci si senta in colpa anche adottando comportamenti non socialmente condivisi? I <strong>10 comandamenti</strong> nel caso della religione cattolica, sono ancora per gli italiani e resto dei cattolici monito per una condotta sana e cristiana? <span id="more-1154"></span><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nell&#8217;</em><em>etica</em><em> e nella </em><em>religione</em><em>, si parla di peccato come di un atto religiosamente illecito, una condotta considerata riprovevole o disdicevole, in contrasto con i principi e le </em><em>norme morali</em><em> riconosciute nell&#8217;ambito di una data società. Psicologicamente però il peccato non è che il disagio psico-fisico di chi va contro un&#8217; </em><em>abitudine</em><em>: il </em><em>costume</em><em>. Da cui deriva il senso di </em><em>colpa</em><em>, quale appetizione non appagata nel soddisfacimento d&#8217;uno schema abituale.</em> [fonte: <strong>Wikipedia</strong>]</p>
<p style="text-align: justify;">Il filo conduttore che unisce questi interrogativi è unico, ma anche profondamente ambiguo e riguarda il proprio modo di essere uomo, umano. Spesso si usa l’espressione proverbiale “Sbagliare è umano, perseverare è diabolico” usata dalla società (senza metter in gioco religioni e quant’altro) per “punire” comportamenti peccaminosi. Il detto fa capire come l’uomo per potersi realizzare nella vita terrena affronta diverse prove, diverse fasi, quindi anche l’essere “vittima” più o meno inconsapevole del peccato. Come azione il più delle volte inevitabile, il <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/invidia-peccato-moderno/">peccato </a>nel senso più “innocente” del termine segue l’itinerario di un cammino verso la meta della propria esistenza. Ma a questo punto viene da chiedersi cosa sia peccato e cosa no. La distinzione purtroppo è tanto fondamentale per la società, quanto per il concetto di peccato nel senso religioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’<strong>Antica Grecia</strong> per esempio, era peccato commerciare ma non rubare ed uccidere, che, erano al contrario attività che conferivano onore. Nella <strong>religione </strong>cattolico romano cristiana rubare, uccidere sono considerati peccati gravi (anche se assolvibili con la confessione), mentre il commerciare è considerata un’attività produttiva come tante altre. Le differenze rinvenibili nell’esempio sono sostanziali per capire l’approccio utilizzato da questa o da quella religione e il modo in cui possiamo avvicinarci per capire se quello che “abbiamo combinato” sia più o meno grave. “L’esame di coscienza” infatti, è l’unico modo che l’uomo ha per connettersi con il suo intimo e cercare di capire se ha effettivamente esagerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come si collocherebbe la questione (dal punto di vista umano e religioso) se si professa una determinata fede e per <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/">costume umano</a> si fanno peccati veniali senza troppi ripensamenti? Un caso tipico è l’<a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/god-save-the-porn/">attività sessuale</a> e la religione cattolico romana cristiana, tra cui compaiono quelli correlati come il desiderare la donna d’altri o addirittura il più puritano santificare le feste. In questo caso sovviene un problema non di facile risoluzione, in quanto la “legge divina” è in profondo contrasto con la “legge laica” (giuridica e non) del libero arbitrio, che ad esempio, non proibisce l’attività sessuale non utilizzata per fini di procreazione, ne tantomeno obbliga i lavoratori a fare attività particolari nel giorno di riposo per eccellenza.</p>
<p style="text-align: justify;">In pratica il 99% degli ipotetici intervistati risponderebbe di essere credente, ma di non disdegnare attività come quelle a testè citate, correndo il continuo rischio di peccare, ma senza troppe remore. Essere consapevoli del peccato, o peccare senza esserlo spesso non corrisponde a far necessariamente del male, come nel caso dell’uccidere o del rubare, ma coincide spesso con la voglia di esplorare, di vivere. Non è un caso che il principio su cui si basa il peccato è “il trasgredire le regole” che è insito nella natura dell’uomo e che avviene proprio per alleviare il senso d’oppressione che la vita (specialmente quella dei <strong>tempi moderni</strong>) purtroppo ripone in sé. Inoltre c’è da dire che la società nel corso dei millenni ha subito diverse modificazioni strutturali. Non dimentichiamo il repentino cambiamento degli ultimi tre secoli, ove comincia a delinearsi il principio di “tempo di lavoro” e “tempo libero”, quindi maggiore libertà dai vincoli oppressivi della vita agraria fatta di pesante lavoro, ritmi serrati e sussistenza. Ma non possiamo neanche dimenticare “l’illuminismo” sede principale del cambiamento sociale della società che da lì a poco sarebbe stata chiamata “moderna”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non per scusare i peccatori, né per essere in conflitto con i <strong>precetti religiosi </strong>(che se rispettati hanno sempre un effetto) per dire di come tutto cambia inesorabilmente. Il concetto sociologico di “valore” a riguardo è un valido alleato. Un valore importantissimo per una società, come potrebbe essere quello della vita, non è uguale o può essere visto in maniera diversa in un’altra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Un valore è una concezione del desiderabile, esplicita o implicita, distintiva di un individuo o caratteristica di un gruppo, che influenza l’azione operando una selezione tra i modi, i mezzi e i fini disponibili. I valori variano storicamente e geograficamente perché non appartengono al mondo assoluto delle idee, ma sono interconnessi alla realtà sociale.</em> [fonte: Wikipedia]</p>
<p style="text-align: justify;">Il valore quindi regola le azioni umane. Questi cambiando, muovono ulteriori tasselli del puzzle sociale che si tenta di capire, proponendo nuovi interrogativi e scardinando vecchie certezze. A primo impatto tutto questo potrebbe sembrare roba da niente, assoggettare ai valori che cambiano la colpa per la non moralità degli esseri umani potrebbe sembrare la soluzione più sbrigativa e “corretta” da adottare, tenendo fuori dal dibattito anche chi come la religione ha voce in capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma una soluzione del genere non è auspicabile in quanto altri fattori come la creazione lo sviluppo dello “stato sociale” sono dietro l’angolo. Con l’affermarsi di questo, una serie di valori come quello della vita, della solidarietà hanno preso corposità inducendo le comunità a cambiare rotta su alcuni tipi di peccato, considerando alcuni non più tali, altri invece perseguibili anche penalmente. Esempi ve ne sono molteplici, uno in primis “il delitto d’onore” punibile in Italia non solo dalla religione per atto famelico ed atroce, ma anche socialmente dagli anni ’80 penalmente con la reclusione. Religione cattolica e società italiana in questo caso vanno a braccetto. Ma allora per la religione esiste una specificazione del peccato? In che termini? Il peccato inteso nel senso religioso varia da una religione all’altra in quanto non tutte concepiscono un peccato in maniera eguale. Per capire meglio abbiamo bisogno di un’ulteriore specificazione, la prima distinzione viene operata sulle persone, ovvero alcune considerano il peccato pericoloso perché può “mettere in ginocchio” la comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le religioni atte a questo tipo di presentazione del peccato sono di solito le <strong>religioni monoteiste</strong> come la religione <strong>cattolica</strong> o l’<strong>islamismo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda specificazione, riguarda le altre religioni che vedono il peccato secondo i principi della persona presa come singolo individuo,  quindi esistono buone azioni e cattive azioni, tutto dipende da te e non dal fato come ad esempio nel <strong>Buddismo</strong>. Tutto ciò chiaramente non basta, bisogna tener conto di alcune “immagini” che vengono menzionate correntemente nei sermoni per poter portare il popolo dei credenti sulla retta via. Parole come fato crudele contrapposta a provvidenza,  dimostrano la profonda spaccatura che esiste tra Dio e i credenti. Ma non è tanto questo che “fa male” in quanto è insito nel mistero della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è quando tutto viene ricondotto al diavolo tentatore. La natura umana, essendo debole, ha avuto sempre bisogno del capro espiatorio (anche davanti a <strong>Dio</strong>) per poter giustificare le sue mancanze. Quindi il diavolo non come simbolo del male vero e proprio, ma il colpevole che “dal basso” porta a peccare. Anche qui le religioni monoteiste sono padrone incontrastate del concetto. Religione cattolica e Islam ad esempio su questo capitolo della “storia della vita umana” sono d’accordo, tutte le cattive azioni dei credenti sono dovute al diavolo tentatore, che forza in modo a volte irreparabile il libero arbitrio delle persone facendole così cadere nella trappola della “morte” della <strong>Fede</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>diavolo </strong>tentatore quindi, presente  ed altamente operante nei confronti del genere umano, fa da cornice anche alle azioni in pensiero. Infatti nelle religioni monoteiste viene spesso messo in discussione il “principio” del peccato del pensiero. Se sei un buon credente non si deve peccare neanche in pensiero in quanto Dio “vede e sente” tutto, anche nell’intimo degli esseri umani. Ciò però sembra non aver destabilizzato più di tanto il sistema, almeno nei tempi odierni. Le religioni a riguardo sono molto prolifiche sul tema. Anche se diverse nell’illustrare la tematica hanno il cardine comune del peccato come “Dispiacere di Dio” nel vedere il “figlio” perso nei meandri della società del <strong>peccato</strong>. Ad eccezione del Buddismo, filosofia che accresce il potere umano della vita, le altre non lo mettono da parte, ma piuttosto lo inclinano a vari pessimismi di sorta. Nessuna religione è meglio o peggio, tutte indistintamente vogliono il bene dei propri seguaci, ma sorge spontanea la domanda su come mai i credenti o persone che cercano di credere, siano vittime del peccato e continuano a peccare senza rimorsi. Non è forse alla luce di quanto detto finora, tempo di cambiare?</p>
<p style="text-align: justify;">O meglio la società è andata troppo avanti rispetto all’evolversi della religione? L’interrogativo è ancora aperto e lo sarà ancora per molto se non la si smette di mettere con le spalle al muro una dottrina che può indicare la retta via da seguire per la felicità (almeno per chi crede). Cambiare strada o strategia? È’ questa la domanda che dovrebbero porsi i seguaci per non sbagliare nei confronti dei loro credo esistenti. Come nulla è immobile da millenni, anche i precetti potrebbero essere rettificati, anche se detto così potrebbe sembrare una blasfemia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che manca in definitiva è il nuovo significato di peccato, quello inteso a danneggiare il prossimo, quello senza ritorno. Anche se non è questa la sede per poter auspicare un cambiamento di tale portata, è opportuno riflettere sui propri comportamenti in primis, cercare di regolare il proprio essere secondo i principi su cui si basa la religione in cui si crede, poi cercare un’ eventuale soluzione senza additare di bigottismo e scarsa partecipazione all’innovazione. Bisognerebbe essere conservatori innovativi piuttosto che innovativi puri o conservatori e basta. La società punisce chi sbaglia non perché ha <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/che-peccato-di-gola/">gusto </a>nel punire, ma perché le norme e i valori sono universalmente condivisi da quel tipo di società. Quindi anche la religione ha il diritto o il dovere di punire chi sbaglia, l’importante è che entrambi sappiano esattamente ciò che è giusto e ciò che no.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Angelo Giuliani</p>
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		<title>INVIDIA, PECCATO MODERNO</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 10:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Invidia è un sentimento nei confronti di un’altra persona o di un gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che l’invidioso non possiede (o che gli manca) [fonte Wikipedia].

La capacità di possedere beni di varia natura è spesso indice di una buona fortuna e di una marcata dose di capitale da poter investire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/invidia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1151" title="invidia" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/invidia-300x233.jpg" alt="invidia" width="300" height="233" /></a>L<strong>’Invidia</strong> è un sentimento nei confronti di un’altra persona o di un gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che l’invidioso non possiede (o che gli manca) [fonte <strong>Wikipedia</strong>].<span id="more-1150"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La capacità di possedere beni di varia natura è spesso indice di una buona fortuna e di una marcata dose di capitale da poter investire o spendere. Partendo da questo assunto non è difficile immaginare cosa succede in una società altamente differenziata come la nostra. Considerando l’altissima percentuale di differenziazione del lavoro, non tutti possono permettersi di avere un numero di beni materiali superiore alle proprie possibilità. Per dirla con le parole del sociologo americano <strong>Veblen</strong>, si parla in questo caso di un consumo “ostentativo”. Stando alle parole del popolo, l’invidia che si proverebbe verso la gente facoltosa è una sorta di “invidia sociale” e non del singolo individuo. Una “buona” scusa per poter “baypassare” eventuali comportamenti invidiosi verso il prossimo. Nella religione cattolica, ad esempio, è uno dei <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/quali-sono-i-nuovi-vizi/">sette vizi capitali</a>. Questo proprio perché da sempre questo sentimento negativo è presente nella natura dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sete di potere, l’odio per il prossimo, propri per un certo senso dell’avidità vengono “mitigati” se non addirittura trasformati dall’invidia, che, anziché incitare a fare di più per raggiungere risultati, ridimensiona sensibilmente la personalità di chi invidia. Nella pratica di tutti i giorni, quindi, più che una possibilità spendibile per il raggiungimento degli scopi funge da deterrente. Ma nella società che è l’<a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/">invidioso</a>? Dove si nasconde? Perché il peccato dell’invidia è considerato uno dei <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/l%e2%80%99accidia-peccato-del-nostro-tempo/">peccati peggiori</a>? Per vederci chiaro fino in fondo proviamo a descrivere gli effetti che questo sentimento ha su chi “ne è affetto”. Come già dichiarato nell’incipit, l’invidia ha alla base il desiderio “dell’avere”, ma ci addentriamo nella questione con una specificazione aggiuntiva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avere cui aspira l’invidioso può essere sia materiale (pretesto e immediatamente visibile) che spirituale, ciò complica le cose, in quanto la sfera di azione “emotiva” è difficilmente esaminabile, inoltre si può incorrere facilmente in errore vista la delicatezza della posizione dell’invidioso nel contesto sociale. Psicologi e sociologi sono convinti che il comportamento dell’invidioso sia l’odio riversato non verso l’oggetto dell’invidiato, ma sulla persona in toto. Questo è dovuto principalmente alla componente cognitiva della questione, “l’invidia è il peccato opposto alla superbia: mentre la superbia consiste in un’eccessiva considerazione di sé, l’invidia è caratterizzata da una bassa autostima e da una concezione esagerata delle difficoltà”[Wikipedia].</p>
<p style="text-align: justify;">I sociologi d’altro canto hanno sempre sostenuto anche un’altra tesi, la “doppia faccia” dell’invidioso. Un esempio su tutti è il “free rider” persona opportunista che fa esperienze sulle spalle degli altri, traendo vantaggio da situazioni a discapito del prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra prerogativa del “free rider” è quella di godere di eventuali “sfortune” che per il naturale ciclo vitale dovessero abbattersi sull’invidiato. Psicologicamente il comportamento dell’invidioso è rintracciabile in alcuni tratti comportamentali molto precisi, come il disprezzo per l’oggetto invidiato, ossessione, frustrazione ed ipocrisia. Ma allora siamo tutti invidiosi? A quanto pare forse sì, ma non senso patologico del termine, almeno si spera. Purtroppo a favore di una condizione di invidia generalizzata ha contribuito il progresso della specie umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbaglia infatti chi pensa che l’invidia sia solo dei tempi moderni. Non è infatti vero che l’invidia sia il sintomo del nuovo male causato da un progresso tecnologico ed economico spasmodico e mal gestito. Oggi è solo cambiata la percezione dell’invidia, non fatta più solo di materialismo in senso stretto, ma anche di comportamenti e di modi di essere. La televisione infatti a riguardo è “cattiva maestra”. Se ci soffermiamo un momento su questa questione ci accorgiamo che i programmi televisivi quali varietà o talk show “impongono” un proprio “stato di invidia” da far percepire al pubblico, scatenando uno squilibrio non indifferente con la normalità della vita quotidiana. <a href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/spot-che-peccato/">Programmi </a>e Tg conditi con molto gossip infatti, non fanno altro che aumentare l’invidia nei confronti dei <strong>VIP </strong>da parte del popolino, che, non potendo “arrivare” alla loro grandezza snobba e denigra chi secondo loro non è nell’ Olimpo dei Sogni e quindi non merita quella posizione o quello status. Infatti proprio dell’invidia è la favola “della volpe e l’uva”. C’è anche un altro passaggio da tenere in considerazione a riguardo, ovvero il principio di emulazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio potrebbe essere la continua emergenza dell’anoressia delle giovani ragazze che intraprendono volontariamente, spesso con effetti devastanti, strade che portano all’esasperazione del sentimento di invidia verso i propri beniamini o generalmente verso il sistema. L’invidia si nasconde nella società, impercettibile serpeggia nel collega o nel vicino di casa e colpisce tutti senza esclusione di colpi. Tiene man forte a riguardo l’aforisma di K<strong>hail Renard</strong> che recita “il silenzio dell’invidioso fa troppo rumore” oppure quello di <strong>Giovanni Boccaccio</strong> “solo la miseria è senza invidia”. A parte gli aforismi e colpi di genio, il vivere a contatto con l’invidia è giornaliero e incontrollabile. Il detto “non mi importa se parlano bene o male, l’importante è che se ne parli” potrebbe essere l’unica ricetta antinvidia, ma anche ulteriore condanna dell’essere invidiato. In definitiva l’invidia, non è solo l’ultima frontiera dei peccati moderni, ma il male incurabile della società civile, dotata di una “sensibilità assassina” del senso di giustizia che mai cambierà. Democrazia, socialismo, giustizia sociale sono belle parole in politica ad esempio, ma scarsamente applicabili al comportamento umano nel complesso degli atteggiamenti… scaturisce quindi il fatto che una persona può condividere ideali, prendere posizione, marciare per l’uguaglianza su più fronti, ma usando l’altra faccia, quella che non usa per l’invidia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Angelo Giuliani</p>
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		<title>Che Peccato&#8230;di gola</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 15:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
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		<description><![CDATA[Peccati di gola. Salati o dolci, tradizionali o etnici non importa. Il gusto pervade i nostri sensi, stimola estasi e sinestesie. Nessuna scena alla “Harry ti presento Sally”, nessun orgasmo causato da un piatto di bucatini o da un panino alla fontina e prosciutto crudo. Ma il cibo, la buona cucina, il profumo di qualcosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/10/abbuffata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-924" title="abbuffata" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/10/abbuffata-300x206.jpg" alt="abbuffata" width="300" height="206" /></a>Peccati </strong>di gola. Salati o dolci, tradizionali o etnici non importa. Il gusto pervade i nostri sensi, stimola estasi e sinestesie. Nessuna scena alla “Harry ti presento Sally”, nessun orgasmo causato da un piatto di bucatini o da un panino alla fontina e prosciutto crudo. Ma il cibo, la buona cucina, il profumo di qualcosa che ci piace o ci ricorda avvenimenti lieti della nostra esistenza possono influire sul nostro umore, sul modo in cui vediamo la vita e ci relazioniamo agli altri.<span id="more-896"></span> Chiedere conferma a Marcel Proust, a cui una piccola madeleine provoca una riflessione sulla sua condizione di uomo e sull’influenza della memoria personale nel dotare di significato ogni oggetto o esperienza. O a <strong>Ugo Tognazzi</strong>, <strong>Michel Piccoli</strong>, <strong>Marcello Mastroianni</strong> e <strong>Philippe Noiret</strong>, che ne “La Grande Abbuffata” (1973) riescono a fare l’amore e mangiare per interi giorni, chiudendosi in una villa dalle mille tentazioni e piaceri. O, ancora, ai commensali di Babette, che saranno inebriati e travolti da un pranzo tanto delizioso quanto elaborato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo non è solo fame, istinto di sopravvivenza, bisogno primario. È una scelta alle volte estetica, alle volte erotica, alle volte identitaria, di ciò che si vuole mangiare, di come accostare sapori e profumi, di chi scegliere per condividere questo momento di convivialità. Può essere consumato in fretta, in modo casuale oppure seguendo una lunga e accurata preparazione, può essere leggero, piccante, sostanzioso, dai sapori semplici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dimmi ciò che mangi e ti dirò chi sei. Forse è vero, forse no. Perché ormai, in società talmente complesse e ibridizzate come quelle in cui noi viviamo, è difficile non trovare sovrapposizioni continue fra gusti ed habitus differenti, correnti alle volte antitetiche alle volte coerenti di valori e modelli di comportamento che l’individuo assimila e utilizza senza pensarci troppo. Un involtino primavera accanto ad una polpetta svedese, per intenderci. O una birra giapponese ad accompagnare un primo di paccheri e melanzane. In un mondo che incoraggia il consumo, sempre e comunque, e il fondersi glocalizzato di stili e abitudini, tutto, anche la gastronomia, diviene terreno di conquista per nuovi trend e soluzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da due tendenze assolutamente divergenti, che hanno comunque trovato punti di contatto e di vicinanza. Da una parte, la ricerca ossessiva della naturalità e del contatto con le tradizioni: torna di moda mangiare fiori, bacche, radici, il più possibile crudi e non lavorati, quasi come appena raccolti. Anche il pesce, e persino la carne, devono essere appena scottati in padella, accompagnati da verdure appena colte e rigorosamente di stagione. C’è chi si spinge anche oltre, consigliando il recupero di cibi ormai quasi perduti, come la pera cocomerina, e boicottando le multinazionali e i prodotti già confezionati. Vero must di questa tendenza sono poi i semi di lino, i semi di cotone, i semi di qualsiasi cosa. Da mangiare al naturale o con un velo leggero di olio e limone. Anche perché, altrimenti, scomparirebbero rapidamente alla vista annegando nel condimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’altra parte, la lavorazione più lussuosa, l’artificiosità più totale, la decomposizione e ri-strutturazione del cibo e degli alimenti. Panini con scaglie d’oro, enormi arrosti trasformati in delicate mousse, piccole sfere rotonde che di volta in volta dovrebbero avere gusti diversi e sostituire pranzi, colazioni e cene. Tutto deve essere rivisto, ripensato, adattato alla vista e all’estetica. Se una persona può ricoprire un isolotto con un tessuto rosa e definirsi un genio dell’arte contemporanea, cosa impedisce ad un cuoco di fare una melanzana a forma di pollo e un pollo a forma di melanzana, e di metterci sopra un sugo rosso che sembra pomodoro, sa di pomodoro, ma in realtà non è pomodoro? Assolutamente nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, fra questi due estremi esiste un mondo che mangia e vive il cibo in maniera differente. Ma se un buon pasto è prima di tutto un desiderio di essere, di apparire, o addirittura di peccare, di conquistare, cosa vieta che un seme di lino abbia la stessa dignità di una lasagna? Entrambi, per palati, gusti, obiettivi diversi, sono cibi che possono nutrire anima e corpo, rispondere al desiderio di voler essere e voler apparire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero peccato del cibo è quello che chiunque può leggere in esso un desiderio di cambiamento e di trasformazione. Sia esso una bacca, un cosciotto di anatra fatto di pere cocomerine o un classico <strong>spaghetto al pomodoro</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">di Marco Meloni</p>
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		<title>Good Vibrations</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 15:18:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
		<category><![CDATA[SPECIALI]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza sessuale]]></category>

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		<description><![CDATA[La vera storia del vibratore e del dildo.
Quando nel 1974 in alcune riviste femminili apparve un’immagine con scritto “Good Vibrations”, non si trattava di una réclame per il singolo dei Beach Boys uscito anni prima, ma di una delle tante pubblicità di un vibratore. Si poteva pensare che quella immagine fosse il risultato di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/dildo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1059" style="border: 2px solid black; margin: 5px;" title="dildo" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/dildo-225x300.jpg" alt="dildo" width="172" height="230" /></a>La vera storia del vibratore e del dildo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 1974 in alcune riviste femminili apparve un’immagine con scritto “Good Vibrations”, non si trattava di una réclame per il singolo dei <strong>Beach Boys </strong>uscito anni prima, ma di una delle tante pubblicità di un vibratore. Si poteva pensare che quella immagine fosse il risultato di un eccessivo “permissivismo”, in realtà si trattava solamente di un’icona che affondava le radici in due tradizioni distinte, unite da un unico elemento, il corpo femminile. <span id="more-885"></span>Da una parte, quindi, le pratiche legate al piacere sessuale, e dall’altra la cura medica di specifiche patologie legate alla sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le pratiche legate al piacere sessuale, il vibratore ed il dildo sono nati insieme alla tecnica, ed hanno accompagnato l’“uomo” nel corso della sua storia, come dimostrano i manufatti di forma fallica in pietra ed osso ritrovati in Acquitania – presumibilmente dei dildo paleolitici. Troviamo, inoltre, rappresentazioni di Sex Toys anche in diverse sculture ed affreschi babilonesi, cinesi ed indiani, dove spiccano tra le altre cose dei peni artificiali. E proprio dalla <strong>Cina </strong>proviene quello che viene comunemente definito come il primo vero dildo: esso risale a circa 6000 anni fa, è costruito in pietra di giada verde, ed è esposto al <strong>Museo dell&#8217;Antica Cultura Sessuale</strong> nei pressi di Shanghai, in Cina. Esempi di <strong>Sex Toys</strong>, infine, si ritrovano anche nella nostra cultura, specialmente presso i romani, che disponevano di una varietà di ammennicoli degni della tecnologia odierna.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la cura medica, per secoli nella letteratura specialistica si è trattato di isteria, considerata come una sorta di disfunzione legata alla sessualità e curata soprattutto attraverso la manipolazione dei genitali femminili. Già al tempo di Ippocrate, gli antichi greci ritenevano che le donne prive di sfogo sessuale, specialmente le vedove, fossero particolarmente inclini all’isteria, definita anche “furia uterina”. La cura consisteva nel provocare una sorta di climax, che nessuno ammise mai potesse essere un orgasmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le alternative alla masturbazione erano poche, e tra queste degna di nota era l’uso del cattivo odore: si trattava di una terapia fondata sulla credenza che l’isteria fosse associata ad un utero retratto. In questo senso i cattivi odori – tra cui molto usato era l’avvicinamento alla “malata” di un vaso di urina stantia – avevano lo scopo di disgustare l’utero, così da farlo tornare nella giusta posizione all’interno del corpo femminile. Questa terapia, presente per più di dieci secoli fino al secolo scorso, sia nella medicina tradizionale che in quella ufficiale, era fondata sulla convinzione che l’utero non fosse un organo come tutti gli altri, ma una sorta di creatura indipendente in grado di aggirarsi nel corpo femminile come un animale nel suo recinto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idroterapia, ossia l’emissione di un getto d’acqua sui genitali, poteva essere usata in alternativa ai cattivi odori, e periodicamente ne prese il posto come terapia principale al fianco del “massaggio pelvico”, che nel frattempo sopravviveva anche alla pudica età vittoriana, periodo in cui al medico non era consentito guardare il corpo delle pazienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il massaggio pelvico, quindi, rimaneva e riscuoteva anche un gran successo: i medici si resero conto che le donne dopo un po’ di tempo ritornavano per chiedere una ripetizione di quella cura così piacevole, ma fisicamente faticosa per i medici, che iniziavano a chiedersi se effettivamente quel climax ricercato attraverso la manipolazione non fosse proprio un orgasmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1880 un medico inglese, cercando di risolvere il problema di questi faticosi climax, inventò il primo vibratore elettrico: si trattava di un oggetto facilmente trasportabile e di piccole dimensioni, quindi comodo anche per gli interventi di pronto soccorso fuori sede.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi vibratori elettrici, quindi, fino alla metà del XX secolo non furono venduti alle donne, bensì ai medici, per facilitarne il lavoro: a seconda dell’abilità del medico e/o della levatrice, e del livello di inibizione delle donne, provocare manualmente un orgasmo in ambulatorio  poteva richiedere anche mezz’ora, mentre con il vibratore il compito era ridotto a pochi minuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 1902 è l’anno in cui si incrociano la tradizione medica e quella “ludica”: quell’anno, ben prima del ferro da stiro, fu prodotto e commercializzato il primo vibratore per uso domestico, e, almeno negli Stati Uniti, sembra ci sia stato un vero e proprio “boom” delle vendite. La produzione incalzava, e si brevettavano modelli su modelli, nonostante le pubblicità fossero abbastanza oscure. Solo alcune facevano riferimenti diretti ai benefici dell’apparecchio dal punto di vista del piacere sessuale, altre per lo più si celavano dietro il paravento di vaghi benefici per la salute, ed alcune sembra fossero addirittura grottesche.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 1950 e il 1970 vennero pubblicizzati nei cataloghi alcuni vibratori dalle forme non troppo imbarazzanti, innocue: se nel 1916 nelle riviste potevamo trovare una giovane donna con un vibratore a coppa premuto sulla tempia, che spiega come questa attrezzatura possa portarla al successo sociale e negli affari, le réclame di quegli anni erano più sobrie e pubblicizzavano oggetti simili alla prolunga dell’aspirapolvere o ad un pettine. Sempre negli anni ’70, sulla scia del femminismo, nacquero dei “gruppi di masturbazione” rivolti alle donne che avvicinavano anche all’uso di questi oggetti magici. Infine, negli anni ’90 ci fu un nuovo “boom” dei vibratori anche grazie ad alcune politiche sanitarie che ebbero il merito di socializzare l’uomo medio all’uso di questi oggetti, come americana che, per far fronte al dilagare dell’<strong>Aids</strong>, ha previsto l’invio di alcuni opuscoli alle famiglie con un elenco delle pratiche sessuali considerate “sicure”, tra cui l’uso di vibratori e dildo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se oggi siamo costantemente sottoposti a flussi di immagini pornografiche e/o violente, effetto e ragion d’essere di un esibizionismo ambiente proprio della società contemporanea, che ci vuole tutti voyeurs, il discorso sembra essere diverso per quanto riguarda i Sex Toys, che – poco noti – restano ai margini della pubblicità veicolata dai media di massa tradizionali, rimanendo relegati nelle riviste specialistiche oppure in rete. Nonostante la sessualità si legga ovunque, raramente si fa riferimento ai “Sex Toys”, almeno nel nostro Paese. Oggi i vibratori vengono ancora venduti come “massaggiatori” alle persone che provano disagio di fronte ai “Sex Toys”, oggetti spesso associati ad un’idea di trasgressione e perversione dalla quale il cittadino medio non si sente rappresentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma forse le cose stanno cambiando: se da una parte non esistono ancora ricerche sociali degne di nota focalizzate intorno al Sex Toy inteso come oggetto sociale e culturale, dall’altra le politiche di marketing aggressive di alcune case di produzione hanno portato questi oggetti nelle farmacie, legittimandone in qualche modo l’acquisto, e  decretando un nuovo “boom” delle vendite.</p>
<p><a href="mailto:alessandro.porrovecchio@unito.it"><br />
</a>di Alessandro Porrovecchio</p>
<p><em><a href="mailto:alessandro.porrovecchio@unito.it">Alessandro Porrovecchio</a> è dottorando in Scienze Umane presso l’Università degli Studi di Torino e si occupa di Sociologia del corpo, Sociologia della sessualità e Sociologia della comunicazione.</em></p>
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		<title>Spot. Che Peccato!</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 15:12:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
		<category><![CDATA[SPECIALI]]></category>
		<category><![CDATA[george clooney]]></category>

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		<description><![CDATA[Basta con il pontificare sugli spot pubblicitari che adescano il pubblico con tecniche subliminali e sesso splamato in ogni dove. Basta con il j&#8217;accuse contro la donna-oggetto, protagonista indiscussa di tante campagne odierne.
E&#8217; bastata l&#8217;Unità – con la deliziosa Concita de Gregorio al timone – che si è pubblicizzata con una copia del giornale fresco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-929" href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/spot-che-peccato/peccato_spot-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-929" title="peccato_spot" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/10/peccato_spot-300x226.jpg" alt="peccato_spot" width="300" height="226" /></a>Basta con il pontificare sugli spot pubblicitari che adescano il pubblico con tecniche subliminali e sesso splamato in ogni dove. Basta con il j&#8217;accuse contro la donna-oggetto, protagonista indiscussa di tante campagne odierne.<span id="more-881"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; bastata l&#8217;Unità – con la deliziosa Concita de Gregorio al timone – che si è pubblicizzata con una copia del giornale fresco di stampa infilato nella tasca di una minigonna che fascia un bel sedere di ragazza a mettere un punto sull&#8217;annosa questione (quella che <strong>Federico Fellini</strong> – nello straordinario episodio di <strong>Boccaccio</strong> <strong>70</strong>, “Le tentazioni del dottor Antonio”, aveva drammatizzato in maniera sublime, costruendo un duetto memorabile fra il moralismo intransigente di <strong>Peppino de Filippo</strong> e le forme burrose quanto gigantesche di Anitona Ekberg, immortalata in un cartellone pubblicitario). Nella pubblicità regno maschile, merita semmai un appunto la rappresentazione che se ne fa del sesso “forte”.</p>
<p style="text-align: justify;">A cominciare dalla pubblicità del <strong>Tonno Nostromo</strong>. Anno 2008.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove troviamo un pescatore che, invece di sfogliare una margherita cimentandosi nell&#8217;intramontabile m&#8217;ama-non m&#8217;ama, sfoglia degli ami da pesca.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, va bene che l&#8217;immaginario è rimasto orfano dell&#8217;affascinante Capitan Findus (l&#8217;attore inglese John Hewer che lo ha interpretato per più di trenta anni è morto, costringendo i creativi al restyling del personaggio, poco riuscito) ma davvero quanto a seduzione – tanto per rimanere in tema – qui, cari creativi, siamo proprio in alto mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali sono i maschi seduttivi usati in pubblicità oggi?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo che non deve chiedere mai è ovviamente anticaglia, roba da rigattieri che non desta neppure un briciolo di nostalgia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è un bene che sia così: il maschio di oggi è l&#8217;uomo consapevole dei propri limiti, che a chiedere non ci pensa neanche due volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, se l&#8217;autocompiacimento fisico viene equamente distribuito fra uomini e donne nella rappresentazione che ne viene proposta dalla pubblicità odierna, si rimane lo stesso un poco interdette di fronte a questa presentazione del maschio un po&#8217; ebete, che fa quasi rimpiangere <strong>Mastro Lindo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il massimo dell&#8217;intrigo sembra offrirlo il <strong>George Clooney</strong> del Martini 2007, che si becca pure una porta in faccia perchè si presenta al party senza un Martini (troverà il modo di recuperare, soltanto dopo però). E che ci fa dire, senza pudore: ridateci Peter Sellers. Insuperabile esempio di sex-appeal nel prendersi porte in faccia.</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicità, si sa, serve a iscenare le relazioni umane correnti.</p>
<p style="text-align: justify;">E Algida, con la semplicità che sempre la contraddistingue, racconta il cambiamento che in dieci anni c&#8217;è stato nel rapporto uomo-donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Se nel 1993 bastava un cornetto di panna per far scattare un bacio (l&#8217;amore), nel 2006 c&#8217;è bisogno di una didascalia per una sana iniezione di fiducia: “Non aver paura di mostrare il tuo” (riferito, va da sé, all&#8217;amore).</p>
<p style="text-align: justify;">Paura inspiegabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Visto che poi basta mostrare il motorino e vedere l&#8217;effetto che fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci pensa infatti la Marini Valeria a rimettere i puntini sulle i: da una macchinona scende per montare nel vespino di un ragazzino, e fuggire con lui. Perchè lui ha Pato (no, non il giocatore, ma proprio il vespino).</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire poi della sequela di pubblicità dei telefonini, crocevia di scambi amorosi formato sms, che ha dato avvio a vere e proprie soap dove nelle storie d&#8217;amore imperversano i bip  (no, purtroppo non quelli della censura dell&#8217;indicibile – magari! &#8211; ma proprio quelli della conversazione virtuale-telefonica).</p>
<p style="text-align: justify;">Non resta allora che buttarsi sui deodoranti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove il massimo dell&#8217;intrigo che si trova sulla piazza è un ragazzo-modello, nudo, che posa in un&#8217;aula di accademia artistica, costretto a coprirsi il fallo al passaggio di un&#8217;allieva dalla dolce fragranza nonché dalle curve sinuose.</p>
<p style="text-align: justify;">La tenerezza la fa da padrona.</p>
<p style="text-align: justify;">“The power to be different”, recita lo spot <strong>Fiat</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Protagonista Richard Gere.</p>
<p style="text-align: justify;">Differente sì, perchè tremendamente invecchiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Che peccato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">di Elena Paparelli</p>
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		<title>Nuovo Cinema inferno</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
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		<description><![CDATA[Rappresentazioni demoniache nelle pellicole degli orrori.
 
 
Una casa immersa nel buio di una città americana, un vialetto disabitato ed un lampione che illumina senza successo una delle ambientazioni più noir dell’horror d’autore. Qualcuno si avvicina all’ingresso della casa, ovviamente vestito di nero, chiaramente con l’aria grave ed afflitta di chi sta per affrontare un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/hell.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1063" style="border: 2px solid black; margin: 5px;" title="hell" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/hell-300x234.jpg" alt="hell" width="300" height="234" /></a>Rappresentazioni demoniache nelle pellicole degli orrori.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Una casa immersa nel buio di una città americana, un vialetto disabitato ed un lampione che illumina senza successo una delle ambientazioni più <em>noir</em> dell’horror d’autore. Qualcuno si avvicina all’ingresso della casa, ovviamente vestito di nero, chiaramente con l’aria grave ed afflitta di chi sta per affrontare un nemico oscuro, una presenza maligna. L’uomo è un prete, padre Merrin,un anziano religioso arrivato da poco in compagnia del più giovane padre Karras, la casa è quella della famiglia MacNeil.<span id="more-856"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Chris MacNeil è un’attrice di successo che vive da sola con la figlia Regan di soli dodici anni. La ragazzina, da qualche giorno presenta i sintomi di una strana, terrificante malattia, motivo per il quale dopo aver consultato senza successo medici e specialisti, la famiglia si rivolge ai due misteriosi uomini di chiesa. L’esorcismo inizia poco dopo. Una scena cruda, sacrilega, talmente blasfema ed impressionante da mobilitare la censura internazionale. E’ il 1973 e mai nessun regista prima di <strong>William Friedkin</strong> ha osato trattare le tematiche dell’inferno, delle presenze demoniache e dei rituali oscuri del cattolicesimo, con una cura ed una passione tale da rasentare i limiti del perfezionismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>The Exorcist, </em>tratto dall’omonima opera di <strong>William Peter Blatty</strong>, non è infatti soltanto un film horror ma un intera rivoluzione. Per il trasporto degli attori, la tensione drammatica delle scene, le tecniche di ripresa ed i rudimentali effetti speciali che nonostante la semplicità riescono ad immergere lo spettatore nel terrore di una possessione fin troppo realistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel momento in poi la religione cattolica, la sua simbologia dell’oltretomba, la sua simbologia sanguinolenta della passione, la dottrina della presenza oscura, verranno utilizzate ampiamente dal cinema occidentale ed in particolar modo da <strong>Hollywood</strong>. Santi martirizzati, madonne sanguinanti, creature sofferenti tormentate dal Male, dalla presenza del Demonio. Protagonisti quasi onnipresenti i bambini, con le loro paure infantili che si concretizzano, i fantasmi che li tormentano ed il buio che li circonda.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Piccoli uomini che affrontano enormi paure, giovani allegorie di un’umanità terrorizzata dalla presenza di qualcos’altro, di un dopo oscuro, dall’<em>horror vacui </em>tipicamente cristiano. Sono bambini i sette protagonisti di <strong><em>IT</em>, </strong><em><strong>il pagliaccio assassino,</strong> </em>i sette fortunati che sopravvivono alla sete di sangue del demone Pennywise; è un giovanissimo <strong>Haley Joel Osment</strong> ad interpretare il ragazzino sensitivo ( o almeno così ci lascia credere Shyamalan ) del <strong><em>Sesto senso</em></strong> che tormentato da continue visioni spettrali riporta con raffinatezza la tematica delle <em>haunting </em>( presenze ) all’interno della grande distribuzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma spesso, soprattutto nella produzione più contemporanea, il lato innocente dell’infanzia viene lasciato da parte per scoprire invece quello più ferino e demoniaco che rende dunque i giovanissimi attori, protagonisti negativi. Molto presente nel filone orientale, il demone bambino viene rappresentato sotto diverse forme; può essere un’anima dannata ed inarrestabile come Samara di <em><strong>The ring</strong>, </em>spiritelli inquieti che infestano case mediante manifestazioni ectoplasmatiche o inquietanti <strong><em>poltergeist</em></strong>, come in <strong><em>The grudge</em></strong> e nell’horror tecnologico <em>Phone</em>. Insomma un’intera cinematografia basata sulla strana equazione che rende sfumati i confini del <em>bene</em> e del <em>male</em>, un universo di significato che gioca sulla terribile influenze di forze incontrollabili che entrano in contatto con la realtà sensibile fuoriuscendo dagli inferi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se una costante del genere è la presenza dei bambini, un’altra figura chiave sulla quale viene spesso posta l’attenzione ed arricchita di particolare è quella del Male in assoluto, l’angelo decaduto, <strong>Satana</strong>. Nella storia del cinema, come del resto nell’antica demonologia, molti sono stati i volti che hanno interpretato il ruolo dell’Anticristo; umanizzato, ripulito e privato delle classiche caratteristiche ferine dell’iconografia classica, il Maledetto si manifesta all’uomo per corromperlo, per acquistare la sua anima tramite l’espediente faustiano del patto, per esaudire i suoi perversi desideri o semplicemente per rendergli la vita difficile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed eccolo, Lucifero, nelle vesti maschili di un corrotto e perverso <strong>Al Pacino</strong> ne <strong><em>L’avvocato del diavolo</em></strong>, di un sarcastico <strong>Peter Stormare</strong> in <em>Costantine</em>, di un ribelle Dave Grohl in <em>Tenacius D e il destino del rock; </em>ma come nella mitologia babilonese ed in quella indù il demonio non assume soltanto le sembianze virili e caprine dell’antagonista maschile ma anche e soprattutto quelle provocanti e prosperose della donna. <strong>Rosalinda Celentano</strong> è infatti l’incarnazione del diavolo nella <em>Passione di Cristo</em> di <strong>Mel Gibson</strong> e <strong>Linda Blair</strong>, pur essendo posseduta, è l’unione allegorica di un demonio asessuato ma blasfemo che tuttavia utilizza la sessualità del corpo della bambina per una delle scene più forti del cinema contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla tradizione, anche nella cultura ebraica ed assira i demoni femminili hanno spesso caratteristiche raccapriccianti ed animalesche come l’ematofagia ( legata strettamente al mito del vampiro ), il corpo formato da parti anatomiche di animali diversi a cui spesso vengono attribuiti oscuri poteri ( capra, aquila, serpente ), ed il potere delizioso della seduzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma prescindendo dalle rappresentazioni luciferine e dalle apparizioni spiritiche tipiche del cinema horror, la migliore rappresentazione psicologica e drammatica dell’inferno come luogo di sofferenza malinconica è riscontrabile in <em>Al di là dei sogni, </em>di<em> </em>Vincent Ward. Non a caso la pellicola contiene al suo interno molti riferimenti alla <em>Divina Commedia</em>, sia per quanto riguarda il percorso catartico del protagonista Chris ( un ottimo <strong>Robbie Williams</strong> ) e per la presenza dello spirito guida che lo aiuta durante il viaggio alla ricerca della moglie, sia per ciò che concerne più prettamente la forza fotografica degli ambienti infernali che, nonostante qualche digressione, rimangono di sapore dantesco.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inferno del film ha infatti moltissime caratteristiche di quello della Commedia : il fiume di anime ed il mare in tempesta, la figura del demone-cane Cerbero, la pianura di anime prave delle quali compare soltanto la testa piangente. Ma l’aspetto più particolare, ed è qui che l’immagine si discosta dall’opera dell’Alighieri, è rappresentato dall’immaginare le anime dannate come rinchiuse all’interno delle proprie ossessioni più cupe. La moglie di Chris ha infatti costruito una realtà decadente in cui vive la propria dannazione dentro le pareti di una casa molto simile a quella in cui ha vissuto in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Appare dunque singolare che l’immagine con più carica emotiva non provenga dal genere che per eccellenza ospita fantasmi e creature mostruose ma, più che altro, da un viaggio psicologico che avvicina, in una riuscita unione di colori e sensazioni, i demoni della nostra mente a quelli della tradizione. Ma forse proprio in questa scelta risiede la verità di un cambiamento cronologico, di un mutato gusto cinematogradico in cui l’esorcismo sanguinolento della piccola Regan ed il dramma interiore di Chris si uniscono allegoricamente rappresentando due volti dello stesso inferno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">di Mattia Gangi</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><map name='google_ad_map_856_1e6aa0fb8a8e36ff'>
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		<title>God save the Porn</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
		<category><![CDATA[SPECIALI]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza sessuale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il rapido declino del cinema pornografico.
Parola d’ordine : Femminilità. Riviste tematiche piene di consigli psicologici ed indumenti da indossare, borsette, scarpette, sciarpette, profumi; il mondo della donna viene quotidianamente sviscerato da uno dei settori giornalistici che soffre meno la crisi dell’editoria, la stampa di genere. Paginoni patinati, redazioni femminili e focus sull’orgasmo : clitoridea o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a rel="attachment wp-att-1056" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/god-save-the-porn/01_10_09_speciali_god-save-the-porn_mattia_gangi-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-1056" title="01_10_09_Speciali_God save the porn_Mattia_Gangi" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciali_God-save-the-porn_Mattia_Gangi-300x198.jpg" alt="01_10_09_Speciali_God save the porn_Mattia_Gangi" width="300" height="198" /></a>Il rapido declino del cinema pornografico.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Parola d’ordine : <strong>Femminilità</strong>. Riviste tematiche piene di consigli psicologici ed indumenti da indossare, borsette, scarpette, sciarpette, profumi; il mondo della donna viene quotidianamente sviscerato da uno dei settori giornalistici che soffre meno la crisi dell’editoria, la stampa di genere. Paginoni patinati, redazioni femminili e focus sull’orgasmo : clitoridea o vaginale ? Stare sopra o stare sotto ? Beveroni al mirtillo o tisane drenanti ? Dubbi amletici e quesiti esistenziali che avendo come riferimento un pubblico altamente <em>targettizzato </em>non lasciano spazio all’altra parte. Non approfondendo dunque il discorso circa le problematiche maschili, i settimanali <em>pour femmes</em> evitano spesso una sana riflessione sull’eccitazione maschile.<span id="more-852"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Incentrata sull’aspetto visuale dell’eros ed impregnata di voyeurismo e passionalità, la sessualità dell’uomo viene infatti banalizzata, derisa, quasi semplificata. Nei giorni spersonalizzanti del femminismo di ritorno, messo a confronto con l’orgasmo intellettuale ed <em>impegnato </em>del gentil sesso, l’uomo, così immediato nell’esternarsi delle proprie pulsioni, annaspa goffamente in una quotidianità di principi contenutivi ed una intima, irrinunciabile, apoteosi di testosterone.</p>
<p style="text-align: justify;">Condizione imbarazzante, in particolar modo per il maschio italiano. Questa creatura ibrida, risultante dall’unione dell’uomo con la belva, vive infatti con estrema costrizione la propria esuberanza ormonale, cercando dunque di far convivere all’interno della propria morale il rispetto per i precetti cattolici e lo sfogo fisiologico. Oggi, grazie all’evoluzione delle tecniche di ripresa e proiezione, la scienza cerca in tutti i modi di porre rimedio alla sofferenza del poverino, il quale, pur di placare la propria sete trova conforto tra i meandri più oscuri del web. Ma, in passato, non è sempre stato così.</p>
<p style="text-align: justify;">La stimolazione oculare, radicata intimamente nella potenza maieutica e liberatrice dell’immagine, non rappresenta semplicemente l’elemento fondamentale intorno al quale ruota l’elefantiaca produzione ormonale dell’uomo, ma si configura anche come pilastro cementizio di un intero settore dell’industria culturale, il cinema a luci rosse. Un mondo magico ed etereo, fatto di set quasi stilizzati e storie improbabili, in cui giovani ninfomani cercano spasmodicamente di dar sfogo ai propri bisogni con baffuti uomini di mezz’età, idraulici palestrati, pizzaioli abbronzati e poliziotti corrotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Una carrellata di titoli stupefacenti che pescano nell’immaginario collettivo con fantasia d’artista per dar vita a veri e propri gioielli come <em>007 e i servizietti segreti</em>, <em>00tette, la spia che mi chiavava</em>, liberamente ispirati alla spia più famosa di Hollywood, <em>A caval donato lo si prende in bocca</em>, <em>Cappuccetto rotto,</em> <em>Il dottor Stranaminchia</em>, di sapore fiabesco e veri e propri remake d’autore come <em>Il culo sopra Berlino</em>, <em>Il culo della Rosa, Don Camillo e Pappone</em>, <em>2002 Odissea nello schizzo</em>, <em>4 matrimoni e un foro anale</em> ed <em>Incontri ravvicinati del terzo dito, </em>il quale si suppone abbia molto da raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la goliardia dei moderni autori, riscontrabile persino dalla perdita di fantasia per ciò che riguarda la titolazione, nasconde un malessere profondo che affonda le sue radici nella trasformazione del Cinema stesso. La storia del porno moderno inizia con un titolo, una pellicola storica, il genitore di ogni perversione, <em>Deep Throath</em>. Le immagini traballanti, una biondissima Linda Lovelace, un piacere visivo di circa 60 minuti, tanto quanto basta per scandalizzare l’America ed il mondo intero. Il sesso non fu più la stessa cosa dopo Gola Profonda, che nei <em>fantastic seventies</em> sdoganò il genere, liberandolo dal ghetto delle luci rosse fino a portarlo nei salotti buoni della critica cinematografica. Era il 1972 ma ancora oggi, dopo una miriade di produzioni, l’opera di Gerard Damiano rimane il film porno più visto nella Storia del cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni ‘70 e tutti gli ’80, furono il ventennio d’oro della distribuzioni a luci rosse, una vera e propria <em>Belle Epoque</em> del cinema piccante, che per far fronte alla copiosa produzione di pellicole diede vita alle prime sale cinematografiche per <em>soli adulti.</em> Buie, fumose, case di perdizione e di peccato, <em>non-luoghi</em> all’interno dei quali, quelli che giganteggiavano sui maxi-schermi non erano seni e soavi sederi ma vere e proprie tette accompagnate da culi mai visti. In quegli anni di boom economico, tutti, proprio tutti, andavano al cinema, e tutti, ma proprio tutti, magari con circospezione ed imbarazzo, sedevano almeno una volta alla settimana nelle poltrone logore della pornografia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Benché se ne parlasse con maschia goliardia tra uomini e con disgusto tra le porcellane dell’alta società, il cinema a luci era un vero e proprio luogo di incontro dove ci si riconosceva con complicità e si condivideva con pudore quelle ore di regressione; il panettiere incontrava l’architetto, il giudice ammiccava al professore, il giornalista cedeva il posto al carabiniere e qualche volta, privo del caratteristico colletto bianco, ci si poteva incontrare anche il prete.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti lì ad attendere i propri sogni materializzarsi in un tripudio di carne e femminilità, attraverso le gambe di J<strong>essica Rizzo</strong>, le labbra rifatte di <strong>Milly D’Abbraccio</strong>, l’intramontabile decolté di <strong>Moana Pozzi</strong> e la sensualità perversa di <strong>Selen</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma nel giro di un decennio l’evoluzione fisiologica della tecnologia e l’avvento dell’<em>home theatre, </em>e dunque l’instaurarsi di una nuova modalità di fruizione del prodotto cinematografico in generale, hanno di fatto messo in ginocchio l’industria dell’<strong><em>hardcore</em> </strong>ed i luoghi del consumo. In effetti il passaggio dalle sale alle case non ha portato come suo precipitato immediato il fallimento delle filiere produttive; inizialmente infatti la distribuzione ha subito una metamorfosi progressiva che dalla celluloide cinematografica ha portato al VHS per poi approdare ai lidi digitali del DVD in alta definizione. Il vero e proprio tracollo avviene dunque in seguito alla diffusione della banda larga, del file sharing ed in ultimo dello streaming più o meno legale della pornografia digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Con Internet insomma cambia tutto. Cambiano le modalità di ripresa, di distribuzione ma si trasforma anche il gusto stesso del fruitore, il quale alle esagerazioni a dir poco surreali delle trasbordanti misure delle attrici e degli attori, preferisce il sottile effetto di realtà dato dall’<em>homemade</em>. Una telecamera, una fotocamera ma anche un semplice cellulare possono infatti trasformarsi in una cinepresa perfetta per girare un filmato pornografico di tutto rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il set? Casa propria; gli attori ? Noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il file viene poi passato sul computer, l’<em>upload </em>è quindi una sciocchezza. La Rete fiuta l’affare ed è tutto un proliferare di <em>tubes </em>in <em>beta version</em>, secondo il modello 2.0 copiato da <em>Youtube </em>che forniscono tonnellate di pornografia gratuita campando soltanto di pubblicità. Al primogenito ed ancora sperimentale Youporn.com ecco affiancarsi i più sofisticati redtube.com, più fornito del primo e pornhub.com un vero e proprio <em>nodo </em>capace di fornire filmati per tutti i gusti, attuando una divisione tra <em>professional </em>ed <em>homemade</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Insomma, morta la sala non muore di certo la passione per il porno. Isolati nella penombra della nostra camera, di fronte al nostro computer, i volti sacri della cinematografia lasciano spazio a quelli molto più comuni di una generazione tecnologica che in un orgia di pixel e voyeurismo, digitalizza i propri gusti e la propria sessualità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;"><em>di Mattia Gangi</em></p>
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		<title>Vizi e viziosi del Terzo Millennio</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:33:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
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		<category><![CDATA[george clooney]]></category>

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		<description><![CDATA[PECCATI CAPITALI. Solo a leggere o ad udire queste due parole si avverte un inconscio sentimento di soggezione ad un’autorità che tutto può e tutto vede e di fronte alla quale possiamo solo sentirci piccoli e quasi infimi. Al di là dell’appartenenza o meno ad una fede religiosa di tipo cristiano, la sensazione di inadeguatezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1047" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/7peccati-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-1047" title="7peccati" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/7peccati-300x293.jpg" alt="7peccati" width="198" height="192" /></a><strong>PECCATI CAPITALI. </strong>Solo a leggere o ad udire queste due parole si avverte un inconscio sentimento di soggezione ad un’autorità che tutto può e tutto vede e di fronte alla quale possiamo solo sentirci piccoli e quasi infimi. Al di là dell’appartenenza o meno ad una fede religiosa di tipo cristiano, la sensazione di inadeguatezza ancestrale rimane e tende a farci confrontare con una parte di noi stessi che spesso non vogliamo davvero vedere.<span id="more-835"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma perché questi peccati si chiamano proprio Capitali? La spiegazione risiede nel fatto che questi vizi sono concepiti come la fonte e il motivo d’esistenza di altri molteplici peccati, una sorta di grandi capitoli contenenti una grande varietà di sottocapitoli che possono portare a vizio perenne. Inseriti nella dottrina cattolica grazie all’opera sistematica di S. Tommaso d’Aquino, in realtà già <strong>Aristotele</strong> parlava di questi peccati, definendoli “abiti del male”. E questi abiti del male sono assolutamente attuali e riscontrabili in ampie categorie umane. Per questo motivo, un po’ per gioco e un po’ per dimostrare la loro effettiva attualità, vogliamo collegare ad ogni peccato un personaggio noto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>SUPERBIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1040" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_fabriziocorona-2/"><img class="alignleft size-full wp-image-1040" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_fabriziocorona" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_fabriziocorona.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_fabriziocorona" width="202" height="154" /></a>È il peccato più grave: chi ne è affetto si crede superiore a tutto e a tutti, è arrogante, orgoglioso, prepotente e presuntuoso, pensa di essere un dio sceso in terra a cui ogni cosa è dovuta e concessa. <strong>Tommaso d’Aquino</strong> definiva la superbia un «<em>amore smodato per la propria eccellenza</em>»: vera o presunta è tutto da verificare!</p>
<p style="text-align: justify;">Un superbo per definizione è <strong>Fabrizio Corona</strong>: al centro delle cronache giudiziarie di Vallettopoli, Corona si è sempre distinto per la sua tracotanza e la sua tendenza a sentirsi al di sopra della legge. Esemplare il numero allucinante di infrazioni al codice della strada (si parla di circa 6000 multe), che includono la guida di automobili nonostante il ritiro della patente. Riassume la sua superbia un episodio risalente a circa un anno fa: ingaggiato nel cast per il film poliziesco “Tieni a me”, Corona è stato licenziato per essersi rifiutato di partecipare alle prove. Motivo? Non aveva bisogno di perdere tempo con inutili prove dal momento che, per sua dichiarazione, è «<em>un attore nato da quando aveva due anni</em>». Però!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>AVARIZIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1041" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_victoriabeckham-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-1041" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_victoriabeckham" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_victoriabeckham-216x300.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_victoriabeckham" width="149" height="208" /></a>Secondo peccato capitale, l’<strong>avarizia</strong> è l’attaccamento smodato al denaro e ai beni materiali. Si tratta di un vizio strettamente legato all’avidità, ovvero alla tendenza ad accaparrarsi ricchezze senza freni e più del dovuto. L’avaro custodisce gelosamente i propri beni, incurante dei bisogni del prossimo. L’avarizia è tra i peccati capitali in quanto un legame troppo stretto con i beni materiali implica l’allontanamento da sentimenti spirituali ed è causa della povertà altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">La palma di personaggio più tirchio dello star system spetta a <strong>Victoria Adams</strong>, ex Spice Girl e moglie del calciatore <strong>David Beckham</strong>: di recente si è fatta riconoscere per aver fatto incetta di vestiti di seconda mano in un negozio gestito da un ente di beneficienza, al quale non avrebbe lasciato nemmeno una sterlina in cambio di tutta la merce portata via. E pensare che il suo patrimonio personale è stimato intorno ai 100 milioni di euro!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>LUSSURIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1042" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_tintobrass-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1042" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_tintobrass" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_tintobrass-150x150.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_tintobrass" width="150" height="150" /></a>È stato definito, assieme all’accidia, il peccato del nostro tempo e tutto ce lo testimonia. Dai giornali alla televisione, dai salotti della politica ai luoghi più impensati, la lussuria è un vizio onnipresente. Si tratta della bramosia eccessiva nei confronti del sesso, dei rapporti carnali, una ricerca smodata del contatto fisico che finisce per diventare spersonalizzato e per non abbracciare l’interezza dell’altra persona. Esempi di personaggi lussuriosi ne abbiamo a bizzeffe: c’è chi si è costruito una carriera basata sul sesso e chi invece è diventato celebre, oltre che per il suo mestiere originario, anche per una strana insaziabilità sessuale. Per il primo caso è esemplare <strong>Tinto Brass</strong>, che ha fatto una fortuna a suon di film pecorecci ad esplicito sfondo sessuale, mentre per il secondo è famoso il caso di <strong>Michael Douglas</strong>, che nel 1992 finì in ospedale per sessodipendenza, ovvero troppa voglia di avere rapporti sessuali in ogni momento della giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>GOLA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1043" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_antonellaclerici-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1043" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_antonellaclerici" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_antonellaclerici-150x150.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_antonellaclerici" width="150" height="150" /></a>È un peccato molto comune, quello della gola: consiste nell’incapacità di moderazione nell’assunzione di cibo. Perché è incluso tra i peccati capitali? Il peccato originale di Eva può dare una parziale spiegazione, ma la risposta alla domanda è da ricercarsi nella tendenza di alcune – tante – persone a non ascoltare davvero i bisogni del proprio corpo. Peccatori di gola sono sia coloro che assumono smodate quantità di cibo, finendo nell’obesità, sia coloro che invece volontariamente non ne assumono abbastanza e finiscono per ammalarsi di anoressia e bulimia.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza andare a ricercare in queste due categorie estreme, possiamo consegnare la palma di golosa ad un volto noto di casa nostra: <strong>Antonella Clerici</strong>, fortunata presentatrice di diversi programmi TV, tra cui “La prova del cuoco”, e autrice di diversi libri di ricette culinarie. La Clerici stessa ammette di essere «una golosa totale». E come biasimarla, con tutte le bontà che la cucina mediterranea ci offre?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>INVIDIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1044" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_sarahlarson-2/"><img class="alignleft size-medium wp-image-1044" style="margin: 5px;" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sarahlarson" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sarahlarson-202x300.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sarahlarson" width="170" height="253" /></a>Possiamo definire l’invidia come una tendenza di autodifesa di chi si sente inferiore rispetto ad un altro: questo meccanismo passa per la distruzione dell’immagine altrui al fine di salvaguardare il proprio orgoglio e la propria dignità. Anziché cercare di valorizzare positivamente le proprie qualità, l’invidioso prova risentimento per qualcosa che non gli appartiene. A differenza degli altri peccati, l’invidia non procura piacere: è anzi un continuo logoramento dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ritrovare un esempio recente in <strong>Sarah Larson</strong>, ex di <strong>George Clooney</strong>, la quale, invidiosa della nuova compagna Elisabetta Canalis, ha dichiarato: «<em>George un super uomo del sesso? E&#8217; tutta una montatura dei maghi della pubblicità di Hollywood. In realtà George è uno da One Night Stand. La sua prestanza sessuale è poco superiore a quella di un impiegato di banca, una botta e via. Più di una volta non ce la faceva proprio, ma ci tiene tantissimo alla sua immagine di sex symbol e, piuttosto che modificare questa percezione, si ucciderebbe! Non penso che sposerà mai nessuna, tanto meno quella show girl locale</em>». Accipicchia quanto veleno!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>IRA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1045" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_sgarbi-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1045" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sgarbi" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sgarbi-150x150.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_sgarbi" width="150" height="150" /></a>La rabbia che acceca, che domina, che offusca le capacità razionali, che fa urlare contro chiunque, specialmente contro chi ha acceso la miccia. La collera che sconvolge, travolge, investe chi la prova. Sesto peccato capitale, l’ira è legata ad un eccesso di passione: è una violenta reazione a qualcosa a cui si è contrari e che non si accetta. L’iracondo si lascia spesso andare a questi moti estremi, le sue parole e i suoi gesti non hanno limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Emblema dell’ira è il critico d’arte <strong>Vittorio Sgarbi</strong>: basta una parola per lui non adeguata, uno sguardo storto, un’idea diversa e Sgarbi parte con le sue violente invettive contro chiunque. La sua lingua non conosce freni e, ogni volta che partecipa ad un salotto televisivo, i conduttori cercano di non scatenare la sua furia: tentativo spesso vano, visti gli innumerevoli siparietti ai quali abbiamo più volte tristemente assistito. Il tutto si trasforma in un monologo urlato in cui nessuno può pronunciare una parola diversa da quella di Sgarbi: alla faccia del dialogo!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>ACCIDIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-1046" href="http://www.cultumedia.it/2009/11/vizi-e-viziosi-del-terzo-millennio/01_10_09_speciale_sette_peccati_capitali_vanessa_cappella_costanzo-2/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1046" title="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_costanzo" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_costanzo-150x150.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Sette_Peccati_Capitali_Vanessa_Cappella_costanzo" width="150" height="150" /></a>Settimo e ultimo peccato capitale, l’accidia caratterizza il nostro tempo insieme alla lussuria. È il peccato della pigrizia, dell’indifferenza nei confronti di se stesso e degli altri, dell’indolenza, dell’apatia, della tendenza alla depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’accezione di pigrizia, simbolo di questo peccato è <strong>Maurizio Costanzo</strong>, giornalista e showman: in un’intervista di qualche anno fa, fatta da Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera, ha confessato di essere «<em>uno nato pigro. Uno che se potesse non farebbe niente. Le mie vacanze ideali sarebbero stare fermo. Il mare. Una piscina d&#8217;acqua salata. Qualche libro. I giornali. Mia moglie, due amici con cui chiacchierare. Fine. Sa qual e&#8217; il mio sogno? Addormentarmi al pomeriggio davanti a un televisore acceso. Felice di non fare niente</em>». Più pigro di così&#8230;!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">di Vanessa Cappella</p>
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		<title>L’Accidia, peccato del nostro tempo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Che Peccato!]]></category>
		<category><![CDATA[SPECIALI]]></category>

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		<description><![CDATA[“La cosa più deliziosa non è non aver nulla da fare: è aver qualcosa da fare, e non farla!”
Marcel Achard

Dicono che l’indifferenza sia il male del nostro tempo. Dicono che gli sguardi che evitano di posarsi su chi invece ne avrebbe bisogno siano una prassi diffusa. Dicono che molto spesso c’è gente stanca di lottare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><a rel="attachment wp-att-1065" href="http://www.cultumedia.it/wp/2009/11/l%e2%80%99accidia-peccato-del-nostro-tempo/01_10_09_speciale_accidia_vanessa_cappella_foto3/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1065" title="01_10_09_Speciale_Accidia_Vanessa_Cappella_foto3" src="http://www.cultumedia.it/wp/wp-content/uploads/2009/11/01_10_09_Speciale_Accidia_Vanessa_Cappella_foto3-150x150.jpg" alt="01_10_09_Speciale_Accidia_Vanessa_Cappella_foto3" width="150" height="150" /></a>“La cosa più deliziosa non è non aver nulla da fare: è aver qualcosa da fare, e non farla!”</em></p>
<p style="text-align: right;">Marcel Achard</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dicono che l’indifferenza sia il male del nostro tempo. Dicono che gli sguardi che evitano di posarsi su chi invece ne avrebbe bisogno siano una prassi diffusa. Dicono che molto spesso c’è gente stanca di lottare, che alla prima difficoltà lascia la presa e cerca qualcosa di più facile.<span id="more-831"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dicono che i sogni, nella nostra epoca, siano difficili da raggiungere: il lavoro, che non c’è e se c’è non va bene, i soldi, che non sono mai abbastanza, gli amici, che non sono come vorremmo, il partner, con cui c’è sempre qualcosa che non va. Tutto sembra remare contro tutti e, in questo mare grosso, in troppi preferiscono arrendersi alla corrente, accontentandosi passivamente di ciò che arriva e senza davvero rendersi conto di perdere qualcosa di grande mentre vengono trascinati verso la riva dalla quale sono partiti.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra è un’epoca afflitta dall’Accidia, il settimo peccato capitale: il termine, che deriva dal greco ακεδια, sintetizza uno stato d’animo negligente, pigro, indolente, apatico, inerte, disinteressato nei confronti di se stesso e degli altri. Lo stato d’animo di chi si lascia vivere, di chi rinuncia ai propri obiettivi solo perché visti come troppo difficili da raggiungere, di chi non si cura del prossimo ed è indifferente o poco partecipe alle richieste di aiuto, di chi non si mette in discussione per migliorarsi e migliorare ciò che lo circonda, sia in termini materiali che in termini di rapporti interpersonali. Molto spesso sinonimo anche di depressione, l’accidia è il male di chi si piange addosso, ma non fa nulla per cambiare lo stato delle cose, e di chi ha una scarsa percezione del concetto di sacrificio, inteso come massimo impegno per raggiungere qualunque obiettivo in qualunque campo della vita. La Chiesa condannava gli accidiosi in quanto considerati indolenti nell’operare nel bene, nonché tendenzialmente indifferenti a problematiche che non li riguardano direttamente. L’accidioso vive in uno stato di continua ansietà, nell’incertezza e nello scontento di una condizione esistenziale avvertita come vuota e priva di senso: è questo che spiega l’incostanza nelle scelte di vita e la continua percezione di instabilità. Inevitabilmente, questi è anche un pessimista e spesso con giusta ragione: d’altronde, la causa delle sue sventure è nella maggior parte dei casi riconducibile al suo modo di essere e di vivere la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma perché oggi questo peccato capitale è diventato, insieme alla lussuria, sinonimo del nostro tempo? Verrebbe da rispondersi, paradossalmente, che il motivo risiede nel fatto che oggi abbiamo tutto e che, a differenza dell’epoca dei nostri nonni e bisnonni, la vita è diventata più facile. Se vogliamo lavarci le mani, basta aprire il rubinetto di casa. Se vogliamo un’informazione, basta accendere la televisione o navigare su internet. Dobbiamo lavare la biancheria? C’è la lavatrice! E ai piatti sporchi ci pensa la  lavastoviglie. Di notte, poi, grazie all’elettricità è sempre giorno. Se abbiamo voglia di chiacchierare con qualcuno, c’è il telefono che ci segue ovunque, in ogni nostro spostamento, oppure c’è la chat, attraverso la quale possiamo parlare in tempo reale e comodamente con chiunque. I rapporti diventano virtuali, impalpabili e viene meno la dimensione fisica: si finisce quasi per nascondersi dietro ad un monitor o alla cornetta di un telefono e le parole scritte o pronunciate sostituiscono malamente lo scambio vis-a-vis. Qualunque nostro bisogno più o meno elementare è facilmente e rapidamente appagabile, nella nostra era tecnologica. Un progresso, certo! Ma anche un enorme problema: si tende a dare per scontato che tutto possa essere a portata di mano, semplice da ottenere come spingere un pulsante o digitare qualche lettera su una tastiera. Ed è per questo che molte persone, quando si rendono conto che non tutti gli obiettivi si raggiungono così facilmente, alle prime difficoltà riscontrate si arenano e si bloccano: si autoconvincono che non ce la possono fare, che il tutto è al di sopra della loro portata, che non valga la pena o addirittura sia impossibile mettersi in discussione e cercare di modificare quegli aspetti di sé che impediscono il perseguimento del fine. Alzano le mani in segno di resa, abbandonano progetti e si lasciano trascinare dagli eventi, senza la forza di dare una direzione lineare alla propria esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un male incurabile, quello dell’accidia? No, non lo è. La cura risiede nello scrollarsi di dosso il senso di inadeguatezza e inerzia che ci fa credere di essere incapaci ad agire bene nella vita: è necessario porsi un obiettivo e fare tutto il necessario per raggiungerlo, in modo da non avere mai alcun rimpianto. Non bisogna arrendersi alla corrente, ma dirigere la propria barca in modo da raggiungere la propria meta senza essere travolti dalle onde, né bisogna pensare che ad un problema qualsiasi ci penserà qualcun altro se noi per primi possiamo trovare una soluzione. Essere attivi nella vita, dotarsi di tanta pazienza e perseveranza, rifuggire l’indifferenza nei confronti del prossimo, mettersi in discussione e non dare mai nulla per scontato è il mix necessario per assaporare un’esistenza più intensa e degna di essere vissuta.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: right;">di Vanessa Cappella</p>
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