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	<title>CULTUMEDIA Magazine &#187; recensione</title>
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	<description>Mensile di Cultura, Media, Società</description>
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		<title>Hesher è stato qui: il lutto si supera a suon di heavy metal</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 19:52:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se siete ancora innamorati del romantico Tom di “(500) Giorni Insieme”, vi verrà un colpo nel vedere Joseph Gordon-Levitt nei panni di un capellone metallaro in “Hesher è stato qui”, l’opera prima del regista Spencer Susser. Una pellicola indipendente presentata nel 2010 al Sundance Film Festival ed ora nelle sale italiane dal 3 febbraio 2012. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13383" title="Hesher è stato qui" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2012/02/hesher-stato-qui-cultumedia-210x300.jpg" alt="Hesher è stato qui" width="210" height="300" />Se siete ancora innamorati del romantico Tom di “<strong>(500) Giorni Insieme</strong>”, vi verrà un colpo nel vedere <strong>Joseph Gordon-Levitt</strong> nei panni di un capellone metallaro in “<strong>Hesher è stato qui</strong>”, l’opera prima del regista <strong>Spencer Susser</strong>. Una pellicola indipendente presentata nel 2010 al <strong>Sundance Film Festival</strong> ed ora nelle sale italiane <strong>dal 3 febbraio 2012</strong>. Il film racconta la storia di un lutto familiare e di come un improbabile personaggio aiuti la famiglia ad affrontare questa situazione.<span id="more-13382"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il piccolo T.J. (<strong>Devin Brochu</strong>) è sconvolto dall’incidente stradale che è costato la vita alla madre. Anche suo padre (<strong>Rainn Wilson</strong>) sembra incapace di reagire e la nonna (<strong>Piper Laurie</strong>), nonostante le buone intenzioni, sente il peso dell’età che avanza. Tra i membri della famiglia si è eretto un muro di silenzi ed incomprensioni. Un muro che verrà letteralmente frantumato dal folle Hesher (Joseph Gordon-Levitt), che entra di prepotenza nella vita (e nella casa) della famiglia Forney. <strong>Un angelo custode versione “heavy metal”</strong> che aiuterà T.J. ad affrontare i suoi problemi in maniera non convenzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi diavolo è questo Hesher? Quanti anni ha? Da dove viene? Queste sono solo alcune delle domande che il film di Susser lascia in sospeso. Si, perché l’unica cosa importante è che “Hesher è stato qui”. <strong>Nella vita di tutti i giorni, sarebbe preoccupante tornare a casa e trovare sdraiato sul divano un capellone dal corpo tatuato che beve birra e guarda film pornografici</strong>, ma a casa Forney il dolore è talmente insopportabile che la follia diventa normalità. La figura di Hesher stride così tanto con l’universo che lo circonda, che non sembra un personaggio reale, quanto una proiezione mentale del piccolo T.J. (e con lui fa un po’ il fratello maggiore rompiscatole). Ma questo personaggio interagisce con tutta la famiglia, ne raccoglie i cocci e li risistema tra un rutto, una parolaccia e un incendio doloso.</p>
<p style="text-align: justify;">Una presenza ingombrante quindi, sempre al centro della scena, che lascia poco spazio alla sofferenza del piccolo Devin Brochu e la sua ostinata ricerca dell’auto in cui è morta la madre. Un piccolo spazio anche per la bella <strong>Natalie Portman</strong> (co-produttrice del film), qui nei panni di un’occhialuta e infelice cassiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Hesher è stato qui, e la cosa ci sta bene. Forse prima di andarsene poteva risparmiarsi di “fare la morale”: una conclusione un po’ furbetta che punta a risistemare le cose con le doti oratorie del nostro eroe. Molti nella locandina del film avranno riconosciuto il logo simile a quello dei <strong>Metallica</strong>: questo film a basso budget, vanta nella colonna sonora alcuni tra i più famosi brani di questa storica band. Lo stesso Gordon-Levitt ha dichiarato di essersi ispirato per il suo personaggio al bassista defunto dei Metallica, <strong>Cliff Burton</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
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		<title>Non avere paura del buio: l’horror retrò di Guillermo Del Toro</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 18:59:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un horror retrò dove c&#8217;è troppa luce per spaventarsi
Torna il cinema visionario e fiabesco di Guillermo Del Toro con “Non avere paura del buio”, dal 13 gennaio nelle sale italiane. Un progetto fortemente voluto dal regista messicano, che vi prende parte in veste di co-produttore e co-sceneggiatore, affidando la regia all’esordiente Troy Nixey, famoso disegnatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;">Un horror retrò dove c&#8217;è troppa luce per spaventarsi</h3>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13223" title="non avere paura del buio locandina" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2012/01/non-avere-paura-del-buio-locandina-211x300.jpg" alt="non avere paura del buio locandina" width="211" height="300" />Torna il cinema visionario e fiabesco di <a href="http://www.cultumedia.it/2010/06/11/guillermo-del-toro-abbandona-lo-hobbit/"><strong>Guillermo Del Toro</strong></a> con “<strong>Non avere paura del buio</strong>”, <strong>dal 13 gennaio nelle sale italiane</strong>. Un progetto fortemente voluto dal regista messicano, che vi prende parte in veste di co-produttore e co-sceneggiatore, affidando la regia all’esordiente <strong>Troy Nixey</strong>, famoso disegnatore di fumetti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non avere paura del buio” è un <strong>remake dell’omonimo film per la televisione del 1973</strong>, ambientato in una casa Vittoriana del XIX secolo. Una casa che nasconde delle presenze, creature dell’oscurità liberate involontariamente dalla piccola Sally (<strong>Bailee Madison</strong>), una bambina segnata dalla separazione dei genitori e da poco trasferitasi nella villa che il padre (<strong>Guy Pearce</strong>) sta ristrutturando col la sua giovane compagna Kim (<strong>Katie Holmes</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto alla storia originale, Del Toro trasforma il personaggio di Sally da adulta a bambina, portando il mondo fiabesco e le paure adolescenziali al centro dell’opera, come già aveva fatto nei suoi precedenti film “<strong>La spina del diavolo</strong>” e “<strong>Il labirinto del Fauno</strong>”. La fantasia come rifugio ad una realtà difficile e dolorosa, una fantasia che si rivela però malvagia e porta ad una riconciliazione col reale e con gli affetti familiari. Lo sfondo è una casa infestata da presenze che si nascondono nel buio del seminterrato: mostriciattoli in CGI, lontani parenti della <strong>Fatina dei denti</strong>, almeno per gusti culinari.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parte con un prologo inquietante, che ci introduce nell’atmosfera gotica di un film d’altri tempi, dove la paura era fatta di angoli bui, di voci sinistre&#8230;e di mostri nella cantina. Niente di nuovo insomma (<strong>Joe Dante</strong> è ritornato in cantina lo scorso anno con “<strong>The Hole in 3D</strong>”) per una pellicola dal sapore retrò che vuole giocare sull’effetto vedo/non vedo di <strong>piccoli “goblin” che barattano monete d’argento con denti da latte</strong>. Creature orribili (e per niente ironiche), che si mostrano troppo presto, tanto che alla fine ci si annoia pure a sentirle sussurrare e saltare come scimmie.</p>
<p style="text-align: justify;">La piccola Bailee Madison parla come un adulto, prende pillole per la concentrazione e va dallo psicologo, ma è meglio della coppia Guy Pearce/Katie Holmes che interpreta il vecchio copione “adulti ottusi”. La regia di Troy Nixey è al servizio della storia, ma meno “fiabesca” rispetto a quella di Del Toro, che qui confeziona una sceneggiatura convenzionale, con diverse ingenuità (il povero operaio “affettato” dai mostriciattoli ha avuto un inequivocabile incidente), adatta ad un pubblico nostalgico e adolescente che scatta ancora le foto con una <strong>Polaroid</strong>. In “Non avere paura del buio” c’è troppa luce per spaventarsi veramente.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Torna il cinema visionario e fiabesco di Guillermo Del Toro con “Non avere paura del buio”, dal 13 gennaio nelle sale italiane. Un progetto fortemente voluto dal regista messicano, che vi prende parte in veste di co-produttore e co-sceneggiatore, affidando la regia all’esordiente Troy Nixey, famoso disegnatore di fumetti.</p>
<p>“Non avere paura del buio” è un remake dell’omonimo film per la televisione del 1973, ambientato in una casa Vittoriana del XIX secolo. Una casa che nasconde delle presenze, creature dell’oscurità liberate involontariamente dalla piccola Sally (Bailee Madison), una bambina segnata dalla separazione dei genitori e da poco trasferitasi nella villa che il padre (Guy Pearce) sta ristrutturando col la sua giovane compagna Kim (Katie Holmes).</p>
<p>Rispetto alla storia originale, Del Toro trasforma il personaggio di Sally da adulta a bambina, portando il mondo fiabesco e le paure adolescenziali al centro dell’opera, come già aveva fatto nei suoi precedenti film “La spina del diavolo” e “Il labirinto del Fauno”. La fantasia come rifugio ad una realtà difficile e dolorosa, una fantasia che si rivela però malvagia e porta ad una riconciliazione col reale e con gli affetti familiari. Lo sfondo è una casa infestata da presenze che si nascondono nel buio del seminterrato: mostriciattoli in CGI, lontani parenti della Fatina dei denti, almeno per gusti culinari.</p>
<p>Si parte con un prologo inquietante, che ci introduce nell’atmosfera gotica di un film d’altri tempi, dove la paura era fatta di angoli bui, di voci sinistre&#8230;e di mostri nella cantina. Niente di nuovo insomma (Joe Dante è risceso in cantina lo scorso anno con “The Hole in 3D”) per una pellicola dal sapore retrò che vuole giocare sull’effetto vedo/non vedo di piccoli “goblin” che barattano monete d’argento con denti da latte. Creature orribili (e per niente ironiche), che si mostrano troppo presto, tanto che alla fine ci si annoia pure a sentirle sussurrare e saltare come scimmie.</p>
<p>La piccola Bailee Madison parla come un adulto, prende pillole per la concentrazione e va dallo psicologo, ma è meglio della coppia Guy Pearce/Katie Holmes che interpreta il vecchio copione “adulti ottusi”. La regia di Troy Nixey è al servizio della storia, ma meno “fiabesca” rispetto a quella di Del Toro, che qui confeziona una sceneggiatura convenzionale, con diverse ingenuità (il povero operaio “affettato” dai mostriciattoli ha avuto un inequivocabile incidente), adatta ad un pubblico nostalgico e adolescente che scatta ancora le foto con una Polaroid. In “Non avere paura del buio” c’è troppa luce per spaventarsi veramente.</p></div>
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		<title>Finalmente Maggiorenni: la recensione del teen-movie britannico</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 19:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un altro teen-movie per chi si accontenta di qualche risata
Dopo il successo oltremanica, arriva il 4 gennaio nelle sale italiane “Finalmente Maggiorenni” lungometraggio della celebre serie tv britannica “The Inbetweeners”, che racconta la vita di quattro giovani “sfigati” in un liceo della periferia londinese. In questa avventura sul grande schermo Will (Simon Bird), Simon (Joe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Un altro teen-movie per chi si accontenta di qualche risata</h3>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13217" title="finalmente-maggiorenni-locandina" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2012/01/finalmente-maggiorenni-locandina-210x300.jpg" alt="finalmente-maggiorenni-locandina" width="210" height="300" />Dopo il successo oltremanica, arriva <strong>il 4 gennaio</strong> nelle sale italiane “<strong>Finalmente Maggiorenni</strong>” lungometraggio della celebre <strong>serie tv britannica “The Inbetweeners”</strong>, che racconta la vita di quattro giovani “sfigati” in un liceo della periferia londinese. In questa avventura sul grande schermo Will (<strong>Simon Bird</strong>), Simon (<strong>Joe Thomas</strong>), Jay (<strong>James Buckley</strong>) e Neil (<strong>Blake Harrison</strong>) sono alle prese con una vacanza a Creta, che si preannuncia ricca di emozioni, alcol e sesso…almeno sulla carta.</p>
<p style="text-align: justify;">La squadra televisiva vincente del regista <strong>Ben Palmer</strong> e degli sceneggiatori <strong>Damon Beesley</strong> e <strong>Iain Morris</strong> si assume l’onere di sostituire le rassicuranti mura scolastiche con una popolare meta turistica. Una scelta che si è rivelata vincente al box office britannico, dove “<strong>The Inbetweeners Movie</strong>” ha stabilito il record di maggior incasso mai raggiunto da una commedia nella prima settimana di proiezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film si presenta come una versione “British” dei vari “<strong>American Pie</strong>”, cercando di dare nuova linfa all’ormai esausto filone della <strong>commedia scolastico/demenziale americana</strong>. Un viaggio per raccontare le (dis)avventure di questi adolescenti in piena crisi ormonale, dove i sentimenti e l’amicizia mitigano le volgarità e il classico obiettivo del “rimorchio”. Con una serie televisiva alle spalle, “Finalmente Maggiorenni” ha dalla sua parte quattro personaggi definiti, che interagiscono bene tra loro e si compensano a vicenda. La sceneggiatura è equilibrata e la storia procede in modo fluido, senza esagerare con l’ accumulo di gag. Un pacchetto ben confezionato insomma, che però non stupisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Quarant’anni di questo filone cinematografico lasciano poco spazio alle novità e sembra che gli inglesi siano arrivati veramente in ritardo questa volta. Le situazioni in cui si vanno a cacciare Will, Simon, Jay e Neil sono una sagra del già visto e la vicenda non riserva sorprese, tantomeno nella sua scontata conclusione. Certo, il film ci risparmia con schiettezza la solita, malinconica, morale sulla fine dell’adolescenza, ma da qui a parlare di svolta cinematografica del genere ce ne passa. “Finalmente Maggiorenni” sarà pure un grande successo in patria, ma da noi è solo un altro teen-movie per chi si accontenta di qualche risata.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
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		<title>Enter the Void: la recensione del film di Gaspar Noè</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 12:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un lungo viaggio psichedelico, egocentrico e provocatorio


“Enter the Void”, l’ultima fatica dell’eclettico Gaspar Noè arriva finalmente in Italia con due anni di ritardo, distribuito coraggiosamente da BIM. Dopo il disturbante stupro ai danni di Monica Bellucci in “Irreversible”, il regista argentino torna a Cannes nel 2009, pronto ancora una volta a stupire e a far [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><strong>Un lungo viaggio psichedelico, egocentrico e provocatorio</strong></h3>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-13086" title="enter the void" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/12/enter-the-void-202x300.jpg" alt="enter the void" width="202" height="300" />“<strong>Enter the Void</strong>”, l’ultima fatica dell’eclettico <strong>Gaspar Noè</strong> arriva finalmente in Italia con due anni di ritardo, distribuito coraggiosamente da <strong>BIM</strong>. Dopo il disturbante stupro ai danni di <strong><a href="../2010/04/15/monica-bellucci-il-diritto-di-essere-mamma/">Monica Bellucci</a></strong> in “<strong>Irreversible</strong>”, il regista argentino torna a <strong><a href="../2011/05/11/festival-di-cannes-2011-ciak-si-parte/">Cannes</a></strong> nel 2009, pronto ancora una volta a stupire e a far storcere il naso a critica e pubblico. Ambientato in una Tokio decadente, il film narra le vicende di Oscar (<strong>Nathaniel Brown</strong>), un giovane spacciatore dipendente da <strong>DMT</strong> (una potente sostanza allucinogena) e di sua sorella Linda (<strong>Paz de la Huerta</strong>), ballerina in un night club. I due dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, hanno maturato un legame così forte da diventare ultraterreno…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un lungo viaggio psichedelico</strong> impregnato di droga e sesso, sospeso in un limbo tra la vita e la morte per un’opera imponente, discontinua e ridondante, ma visivamente impressionante. Noè ci catapulta dentro la storia a modo suo: le vicende vengono mostrate dal punto di vista di Oscar in tre modalità: un’inquadratura soggettiva attraverso gli occhi del protagonista, un’inquadratura in terza persona (stile videogame) utilizzata per i ricordi e un’inquadratura esterna, fluttuante, che rappresenta lo spirito, il viaggio. La narrazione è intervallata da numerosi flashback e da sequenze lisergico-epilettiche in CGI.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>150 minuti</strong> sono tanti, troppi per una sceneggiatura che dopo 60 minuti di proiezione ha già detto tutto e lascia spazio alla regia pura. Una regia sperimentale e innovativa che viaggia con lunghi piani sequenza, deforma la realtà con grandangoli, fluttua con carrellate aeree. Ok, Noè è bravo, ma è pure presuntuoso: il suo “<strong>melodramma psichedelico</strong>” ha le pretese di una riflessione sul ciclo della vita, di un viaggio semi-cosciente verso la reincarnazione (come narra il “<strong>Libro tibetano dei morti</strong>” che Oscar sta leggendo), ma risulta ingenuo e provocatorio. Se permettiamo a <strong>Malick</strong> di stordirci con il suo “<strong>The Tree of Life</strong>”, andiamo un po’ più cauti con “Enter the Void”: dopo una prima parte con una certa tensione narrativa, con una storia che ruota intorno al legame tra i due fratelli e l’episodio chiave della morte dei genitori, Noè abbandona i suoi personaggi, lasciandoli vagare come delle anime in pena in <strong>una Tokio resa fluorescente dai neon</strong>. Così, nonostante le capriole della macchina da presa e gli effetti digitali, le sequenze diventano ripetitive.</p>
<p style="text-align: justify;">“Enter the Void” non è il solito film da sabato sera al cinema e solo per questo merita la visione. Bisogna però considerare una forte dose di egocentrismo e di provocazione gratuita che per oltre due ore mette a dura prova lo spettatore. <strong>Una pellicola che si può solo amare o odiare</strong>, senza mezze misure.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
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		<title>One Day: il bestseller di David Nicholls arriva sul grande schermo</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 16:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una storia romantica che attraversa luoghi e periodi storici. Ma i tempi cinematografici soffrono di un amore lungo vent&#8217;anni


Rivedersi ogni anno lo stesso giorno, rivedersi ogni 15 luglio per oltre vent’anni. E’ questo il cuore di One Day, pellicola diretta dalla regista Lone Scherfig (“An Education”), tratta dal bestseller omonimo di David Nicholls. Commedia romantica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><em><strong>Una storia romantica che attraversa luoghi e periodi storici. Ma i tempi cinematografici soffrono di un amore lungo vent&#8217;anni</strong></em></h3>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-12869" title="One_Day_Poster_Locandina" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/11/One_Day_Poster_Locandina-202x300.jpg" alt="One_Day_Poster_Locandina" width="202" height="300" />Rivedersi ogni anno lo stesso giorno, rivedersi ogni 15 luglio per oltre vent’anni. E’ questo il cuore di <strong>One Day</strong>, pellicola diretta dalla regista <strong>Lone Scherfig</strong> (“<strong>An Education</strong>”), tratta dal bestseller omonimo di <strong>David Nicholls</strong>. Commedia romantica che segue (e insegue) l’amore attraverso gli anni, le tendenze, i costumi, i luoghi, scandendolo con piccoli episodi che avvengono anno dopo anno nella stessa data.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di Emma (<strong>Anne Hathaway</strong>) e Dexter (<strong>Jim Sturgess</strong>), due ragazzi che trascorrono insieme il 15 luglio 1988 (giorno della loro laurea), e si rincontrano periodicamente tra momenti di amore, odio, gioia e dolore. I due si vedono in realtà più spesso, ma a noi è riservata solo la fotografia del 15 luglio. Emma è una ragazza insicura ma spiritosa, che affronta una vita piena di sacrifici per realizzare il suo sogno di diventare scrittrice; Dexter è un ragazzo di famiglia agiata, che ama la vita facile, libertina, e intraprende una carriera di successo nel mondo televisivo. La loro apparente diversità non li separerà mai del tutto nel corso degli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">One Day sfrutta una formula cinematografica già collaudata con “<strong>Lo stesso giorno, il prossimo anno</strong>” di <strong>Robert Mulligan</strong>, la celebre commedia “<strong>Harry, ti presento Sally</strong>” e ha il sapore europeo dei romantici film di <strong>Richard Linklater</strong>, “<strong>Prima dell’alba</strong>” e “<strong>Prima del tramonto</strong>”. Forse 20 anni sono paradossalmente troppi per permetterci di capire affondo questi personaggi. Tanti siparietti (non sempre significativi) in cui cambiano i vestiti e le acconciature, ma “Em” e “Dex” non vanno oltre la loro facciata: lei un’inguaribile romantica, lui un imperdonabile stronzo. Le loro vite hanno due percorsi inversi: per Dexter una caduta e redenzione del tipo “bello e dannato”, per Emma una vita noiosa e ordinaria che alla lunga le dà ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo ci sono tanti avvenimenti (momenti ironici e momenti drammatici inaspettati), la svolta finale non è scontata, ma c’era bisogno di aspettare tutte quelle date del calendario? I tempi cinematografici sono diversi da quelli della pagina scritta (e David Nicholls che è anche sceneggiatore, aggiunge rispetto al suo libro un inutile episodio finale per una sorta di happy ending). Perché una donna dovrebbe stare tutta la vita dietro ad un uomo così? Pare che Emma sia innamorata a tal punto di Dex da salvarlo e farlo diventare “buono”. Romantico, no? Anne Hathaway e Jim Sturgess faticano a trovare un’intesa sia mentale che fisica sullo schermo e nonostante la vita di Emma sia più noiosa, la Hathaway con il suo personaggio imbranato e autoironico risulta più credibile e sincera di uno Sturgess nella spirale di autodistruzione o con la barbetta incolta, disperato e innamorato.</p>
<p style="text-align: justify;">One Day è una storia d’amore che nonostante attraversi diversi periodi storici (da fine anni’80 ai giorni nostri) e diversi luoghi (<strong>Edimburgo, Londra, Parigi</strong>), si pone come il percorso fuori dal tempo, senza coordinate geografiche (e logiche) di due persone per stare finalmente assieme. Un viaggio per soddisfare gli inguaribili romantici.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
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		<title>Melancholia, la recensione del film di Lars Von Trier</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 21:17:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco A</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella fine del mondo di Lars Von Trier non c’è un Dio, non c’è un Salvatore, la natura fa una pulizia cosmica danzando sulle note di Wagner; un destino ineluttabile che arriva posandosi come un velo di malinconia, follemente poetico ed emozionante. Nelle sale italiane dal 21 ottobre, “Melancholia” è un dramma più psicologico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-12622" title="melancholia" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/10/melancholia-202x300.jpg" alt="melancholia" width="202" height="300" />Nella fine del mondo di <strong>Lars Von Trier</strong> non c’è un Dio, non c’è un Salvatore, la natura fa una pulizia cosmica danzando sulle note di <strong>Wagner</strong>; un destino ineluttabile che arriva posandosi come un velo di malinconia, follemente poetico ed emozionante. <strong>Nelle sale italiane dal 21 ottobre</strong>, “<strong>Melancholia</strong>” è un dramma più psicologico che apocalittico, che nasce da momenti bui e depressivi vissuti del regista danese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto tra due sorelle, Justine (<strong>Kirsten Dunst</strong>) e Claire (<strong>Charlotte Gainsbourg</strong>) mentre il pianeta interstellare Melancholia si avvicina pericolosamente alla terra. La pellicola è divisa in un prologo e due capitoli. Sulle note del <strong>&#8220;Preludio&#8221; di <em>“Tristano e Isotta”</em></strong><em> i</em>mmagini simboliche e surreali narrano sino alla fine un film che dobbiamo ancora vedere, in una modalità estetica già utilizzata in “<strong>Antichrist</strong>”. Il primo capitolo racconta la lenta caduta in depressione di Justine nel giorno del suo matrimonio, in un folle vortice di rapporti con i familiari, gli ospiti e lo sposo, e la strana influenza di una stella che brilla più delle altre. Il secondo capitolo mostra l’angoscia di Claire (e l’indifferenza di Justine) mentre il pianeta Melancholia è ormai prossimo alla terra con rischio di collisione.</p>
<p style="text-align: justify;">La metafora di Melancholia si esprime nel dualismo indifferenza/disperazione, consapevolezza/inconsapevolezza, di due sorelle antitetiche, Justine e Claire. Ci sono tanti interrogativi (gli influssi di questo misterioso pianeta) e tanti personaggi emblematici (come il Wedding Planner interpretato da <strong>Udo Kier</strong>, che si mette una mano sul viso per non vedere la sposa). Rispetto ad altri film di Von Trier, Melancholia presenta una trama lineare che evidenzia le reazioni, le interazioni dei personaggi e il loro cambiamento con l’avvicinarsi del pianeta. Kirsten Dunst ha meritato la <strong>Palma d’oro</strong> per la capacità di mostrare una varietà di stati d’animo e   Charlotte Gainsborg, con il suo low profile, mostra tutta la fragilità di Claire. Attorno a loro la razionalità tradita di John (<strong>Kiefer Sutherland</strong>), il marito di Claire  e  l’innocenza del figlio Leo (<strong>Cameron Spurr</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">Lars Von Trier mette sulla bocca di Justine (il suo alter ego) la ragione di questo epilogo in modo asciutto, presuntuoso e terribile: “<strong>The earth is evil</strong>” e nutre il suo personaggio con altre sentenze nichiliste come “<strong>siamo soli nell’universo</strong>”. Accettando la visione di Von Trier possiamo godere di questa immaginifica dissoluzione del mondo e concederci pure qualche sussulto: d&#8217;altronde anche l’indifferente Justine piange a pochi attimi dal nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">di Marco Aresu</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>&#8220;Giallo/Argento&#8221;: il giallo di Dario Argento al cinema dal 1 luglio</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 10:57:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Magazine</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli assolati week end estivi i distributori cinematografici raschiano il fondo del loro barile di celluloide. Così, mentre Dario Argento ha appena cominciato le riprese della sua ultima fatica “Dracula 3d”, arriva dal 1 luglio nelle sale italiane il redivivo “Giallo”, ribattezzato per l’occasione “Giallo/Argento”.
Diretto dal maestro del brivido nel 2008, il film (costato 14 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-medium wp-image-11738" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="giallo_locandina" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/06/giallo_locandina-210x300.jpg" alt="giallo_locandina" width="210" height="300" />Negli assolati week end estivi i distributori cinematografici raschiano il fondo del loro barile di celluloide. Così, mentre <strong><a href="../2009/11/12/dario-argento/">Dario Argento</a></strong> ha appena cominciato le riprese della sua ultima fatica “<strong>Dracula 3d</strong>”, arriva <strong>dal 1 luglio nelle sale italiane</strong> il redivivo “<strong>Giallo</strong>”, ribattezzato per l’occasione “<strong>Giallo/Argento</strong>”.<span id="more-11730"></span></p>
<p style="text-align: justify">Diretto dal maestro del brivido nel 2008, il film (costato 14 milioni di dollari) ha fatto capolino solo in alcuni festival cinematografici (come alla 30° edizione del “<strong><a href="../2011/06/08/31%c2%b0-fantafestival-a-roma-dal-9-giugno-con-fantaitaly-e-anteprime/">Fantafestival</a></strong>” di Roma)  per poi finire direttamente in DVD nel 2010. Una vicenda travagliata che ha visto anche l’attore Adrien Brody aprire un contenzioso legale con la produzione americana per inadempienze contrattuali. Ora la Lumière Group ha rispolverato questo infelice capitolo della vita cinematografica del nostro Dario presentando “Giallo/Argento” sul grande schermo. Nuova locandina e nuovo trailer sulla scia di “<strong>Alfred Hitchcock presenta</strong>” per “il capolavoro di Dario Argento”…</p>
<p style="text-align: justify">Ambientato a Torino, il film racconta di un serial killer psicopatico (improvvisato tassista) che terrorizza le giovani e belle ragazze straniere, sfregiandole orribilmente prima di ucciderle. L’investigatore Avolfi (<strong>Adrien Brody</strong>) si mette sulle sue tracce insieme a Linda (<strong>Emmanuelle Seigner</strong>), la sorella di una sua possibile vittima.</p>
<p style="text-align: justify">Argento sceglie per il suo film una coppia di attori internazionali di prim’ordine ispirandosi al collega <strong><a href="../2010/07/28/ancora-problemi-per-roman-polanski-nuove-accuse-di-stupro-per-il-regista-polacco/">Roman Polanski</a></strong>: Adrien Brody (<strong>premio <a href="../2011/03/01/oscar-2011-trionfano-gli-attori-al-cinema-e-in-passerella/">Oscar</a></strong> come migliore attore per “<strong>Il Pianista</strong>”) e Emmanuelle Seigner (la bella moglie del regista di “<strong>Frantic</strong>”) e sulle loro povere spalle carica tutto il film, che pare non avere altri personaggi se non <strong>il tragicomico serial killer Giallo</strong> (interpretato dallo stesso Brody), che sembra una caricatura di <strong>Sylvester Stallone</strong> in “<strong>Rambo</strong>”. Gli amanti della recitazione precaria tipica dei film di Dario Argento non rimarranno del tutto delusi perché Brody e Seigner regalano delle interpretazioni eccessive e al di sotto del loro standard.</p>
<p style="text-align: justify">Un tipico giallo dunque, che avanza omicidio dopo omicidio per rivelarci il poco credibile trauma infantile dell’assassino (senza il classico colpo di scena argentiano sulla sua identità). La sceneggiatura di Jim Agnew e Sean Keller è scontata, piatta e nell’omaggiare il genere è decisamente poco innovativa. Il tentativo di dare una dimensione e un legame ai personaggi del serial-killer e dell’ispettore Avolfi attraverso alcuni flash back rimane tale.</p>
<p style="text-align: justify">L’impressione generale è che “Giallo/Argento” sia un tv-movie troppo lungo (e certo regia e fotografia non lo aiutano). Ultimo neo: le scene splatter sono molto contenute lasciando a bocca asciutta anche i palati fini dello splatter made in Italy.</p>
<p style="text-align: justify">di Marco Aresu</p>
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		<title>“Zack &amp; Miri &#8211; Amore a primo sesso” dal 1 giugno al cinema</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 10:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Magazine</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arriva il 1 giugno nelle sale italiane “Zack &#38; Miri &#8211; Amore a primo sesso”. Il film di Kevin Smith sbarca finalmente nei nostri cinema con quasi tre anni di ritardo e con un titolo decisamente più pudico dell’originale “Make a Porno”. Negli Stati Uniti la locandina venne bandita per l’esplicita allusione al sesso orale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-full wp-image-11468" style="border: 1px solid black; margin: 10px;" title="zack-e-miri_locandina-ita" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/05/zack-e-miri_locandina-ita.jpg" alt="zack-e-miri_locandina-ita" width="288" height="403" />Arriva il 1 giugno nelle sale italiane “<strong>Zack &amp; Miri &#8211; Amore a primo sesso</strong>”. Il film di <strong>Kevin Smith</strong> sbarca finalmente nei nostri cinema con quasi tre anni di ritardo e con un titolo decisamente più pudico dell’originale “<strong>Make a Porno</strong>”. Negli Stati Uniti la locandina venne bandita per l’esplicita allusione al sesso orale e successivamente molti network si rifiutarono di promuovere il film per la parola “porno”. Tutto questo ha generato molta curiosità per la pellicola.<span id="more-11461"></span></p>
<p style="text-align: justify">Zack (<strong>Seth Rogen</strong>) e Miri (<strong>Elizabeth Banks</strong>) sono due amici di lunga data che dividono lo stesso tetto e si arrangiano con dei lavori precari. Ogni mese l’affitto e le spese da pagare diventano sempre gravose per entrambi. Zack, per risolvere i loro problemi finanziari ha una brillante idea: girare insieme un porno amatoriale. La cosa si rivelerà non priva di imbarazzo e farà nascere un sentimento reciproco.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Dopo aver ritrovato i personaggi (e lo smalto) dell’esordio con “<strong>Clerks II”</strong>, Kevin Smith prende spunto dalla nuova commedia americana sfruttando storie quotidiane per creare situazioni esilaranti (e per far riflettere). Non è una caso quindi che il protagonista del film sia il Seth Rogen di “<strong>40 anni vergine</strong>” e “<strong>Molto incinta</strong>”. Ci troviamo di fronte a persone “vere”, con problemi “veri”, come quello di riuscire ad arrivare a fine mese. Zack e Miri, nello scenario urbano di Pittsburgh, si trovano a fare i conti con la dura realtà mentre i sogni della giovinezza sono svaniti e l’amore non ha ancora bussato alla porta. Solo una cosa talmente folle, sgangherata (ma attuale) come girare un porno, farà loro rendere conto che la felicità (e l’amore) è dietro l’angolo.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Se l’idea di base è geniale e ricca di spunti, la vicenda si srotola in modo abbastanza convenzionale e l’amore trionfa. Kevin Smith rimane fedele al suo stile farcendo il film di gag e situazioni “scorrette” (che diventano spesso critica sociale), ma è innegabile il suo intento nel confezionare una storia per il grande pubblico. Ne viene fuori un ibrido, in bilico tra commedia demenziale e commedia romantica che rischia di confondere lo spettatore con situazioni troppo melense da una parte e al limite del cattivo gusto dall’altra.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">L’impressione è che i buoni sentimenti non si addicano al caro Kevin. “Zack &amp; Miri &#8211; Amore a primo sesso” è sicuramente un’occasione mancata che merita però un’occhiata. Provatelo se la vostra ragazza vi chiede di vedere un film romantico ma non vi va di ingurgitare tutto quel miele in un’unica cucchiaiata.</p>
<p style="text-align: justify">Marco Aresu</p>
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		<title>The Ward *** di John Carpenter, USA 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 12:15:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Lima</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Leggere un Film - di Patrizia Lima]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo nove anni di quasi assoluto silenzio, un maestro dell&#8217;horror anni Ottanta, John Carpenter, torna a dirigere un film “old school”, lontanissimo dalle mode attuali sexy-vampiresche, e senza spargimenti di sangue come nei film giapponesi, o nei loro remake,  che in questi ultimi anni sono di gran voga a Hollywood.
“The Ward” , ambientato negli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/04/The-Ward-Poster.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10714" title="The-Ward-Poster" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/04/The-Ward-Poster-691x1024.jpg" alt="The-Ward-Poster" width="415" height="614" /></a>Dopo nove anni di quasi assoluto silenzio, un maestro dell&#8217;horror anni Ottanta, <strong>John Carpente</strong>r, torna a dirigere un film “old school”, lontanissimo dalle mode attuali sexy-vampiresche, e senza spargimenti di sangue come nei film giapponesi, o nei loro remake,  che in questi ultimi anni sono di gran voga a Hollywood.<span id="more-10689"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>The Ward</strong>” , ambientato negli anni Sessanta, narra di una ragazza rinchiusa in un ospedale psichiatrico dopo aver dato fuoco ad una fattoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’istituto, oltre ad infermiere mascolinizzate ed a quattro ragazze, una più misteriosa dell’altra, si aggira una terrificante presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Grintosa e convincente Kristen, la bellissima <strong>Amber Heard</strong>, vede qualcosa di orribile, e sente di essere in pericolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un <em>dejà vu</em> senza effetti speciali, ma comunque capace di terrorizzare gli spettatori, anche se i più smaliziati saranno in grado di intuire gli snodi narrativi fin dai titoli di testa, in cui le immagine riflesse negli specchi si frantumano in mille pezzi, mentre altri avranno bisogno di rivedere il film due volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la tematica era già stata affrontata anche dallo stesso regista ne <strong>“Il seme della follia”</strong>, e tuttavia, per quanto manchi di originalità,  non significa che “<strong>The Ward</strong>” sia un brutto film. Mettiamoci anche che le aspettative nei confronti di un regista del calibro di Carpenter sono altissime (una lunga carriera di soli capolavori o quasi, con “<strong>Dark Star</strong>”,1974, “<strong>Halloween</strong>” 1978, “<strong>Distretto 13 – Le brigate della morte”</strong>,1976, “<strong>The Fog</strong>”, 1980, “<strong>1997 &#8211; Fuga da New York</strong>”, 1981<strong>, “La Cosa</strong>”,<strong> </strong>1982,<strong> </strong>fino al western fantascientifico<strong> “Fantasmi da Marte</strong>”, 2001), perciò, nel complesso, delude.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sessantatreenne regista nordamericano, abilissimo nel tratteggiare personaggi e psicologie, si concentra sul delirio mentale, prediligendo più le atmosfere che gli effetti truculenti, e manovrando lo spazio della messa in scena con grande ritmo composto da inquadrature e carrellate inquietanti, enfatizzate verticalmente ed orizzontalmente. Alcune scene sono davvero eccellenti. La percezione della realtà da parte dello spettatore coincide con quella della protagonista, e ci riporta a quel magnifico esempio di rifondazione della consapevolezza del sé che era il &#8220;viaggio&#8221; psichedelico di <strong>Melanie Ballard</strong> in “<strong>Fantasmi da Marte”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come sappiamo, la musica nel film, se usata bene, spaventa più delle immagini, ma qui quella di <strong>Marc Kilian, </strong>pur creando<strong> </strong>la giusta atmosfera, non raggiunge il top.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, il film è stilisticamente ineccepibile, ma ai cultori del cinema sembrerà il canto del cigno di un regista che in tanti anni di inattività ha perso di vista il gusto del pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Patrizia Lima</em></strong></p>
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		<title>“Lo stravagante mondo di Greenberg” dall’8 aprile al cinema</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 09:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Magazine</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Lo stravagante mondo di Greenberg” è la nuova commedia di Noah Baumbach (“Il calamaro e la balena”) al cinema dall’8 aprile. Un ritratto più amaro che ironico con Ben Stiller nei panni di un personaggio alla deriva, un’anima in lotta col mondo in una Los Angeles fuori dai riflettori.
Roger Greenberg (Ben Stiller) è un quarantenne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="alignleft size-medium wp-image-10435" style="margin: 10px;" title="lo-stravagante-mondo-di-greenberg-locandina" src="http://www.cultumedia.it/wp-content/uploads/2011/04/lo-stravagante-mondo-di-greenberg-locandina-220x300.jpg" alt="lo-stravagante-mondo-di-greenberg-locandina" width="220" height="300" />“<strong>Lo stravagante mondo di Greenberg</strong>” è la nuova commedia di <strong>Noah Baumbach</strong> (“Il calamaro e la balena”) <strong>al cinema dall’8 aprile</strong>. Un ritratto più amaro che ironico con <strong>Ben Stiller</strong> nei panni di un personaggio alla deriva, un’anima in lotta col mondo in una Los Angeles fuori dai riflettori.<span id="more-10432"></span></p>
<p style="text-align: justify">Roger Greenberg (Ben Stiller) è un quarantenne con una carriera musicale fallita alle spalle che fa il falegname a New York. Appena uscito da un ospedale psichiatrico per via di un esaurimento nervoso, si reca a Los Angeles per controllare la villa del fratello Phillip (Chris Messina), partito con moglie e figli per un lungo viaggio in Vietnam. Roger durante il suo soggiorno a L.A. non ha intenzione di fare nulla, se non scrivere lunghe lettere di protesta ad aziende che gli hanno fatto un torto (da American Airlines a Starbucks) e costruire una cuccia per il cane. Almeno finché non conosce Florence (<strong>Greta Gerwig</strong>), una ragazza di 25 anni che come lui fatica a trovare il suo posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante ci sia una sorta di storia d’amore tra due anime gemelle, Baumbach si concentra sul personaggio Greenberg, usa gli elementi (e la verbosità) della commedia indipendente americana per definirlo; scandisce la storia con le sue reazioni, con le sue sfuriate contro il mondo e le persone che lo circondano. Roger alla soglia dei 40 non è riuscito a maturare, a lasciarsi dietro il passato; non riesce più a relazionarsi ne coi suoi coetanei ne con le altre generazioni (emblematica la scena del party): è una persona che ferisce gli altri, certo affascinante ma egoista. Proprio Florence gli confesserà in una delle tante conversazioni questa sua cattiveria :“<strong>Hurt peolpe hurt peolpe</strong>”. La pellicola non ha una conclusione definitiva, tutto rimane in sospeso, ma ci sono i presupposti per un cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify">Ben Stiller, onnipresente e ingombrante, dimostra la sua abilità nel definire un personaggio perfettamente immaturo e arrogante senza uscire dai sui schemi: un idiota che non genera risate. Greta Gerwig abituata al “<strong>mumblecore</strong>” bilancia la scena con il suo personaggio low-profile goffo ma ottimista. Il tutto è scandito da una colonna sonora che tra vecchio e nuovo definisce situazioni e personaggi.</p>
<p style="text-align: justify">Marco Aresu</p>
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